I Big Red Machine e il mito della musica indie

In un’intervista per il lancio di How Long Do You Think It’s Gonna Last?, il nuovo album dei Big Red Machine, Aaron Dessner si è lasciato andare a una considerazione sulla musica indie: indie o alternative non significano più molto, dice il musicista dei National, i generi si stanno mescolando, e la parola “indie” è un mito, qualcosa che si può solamente evocare, una sfumatura. Dessner ha parlato anche delle collaborazioni più recenti con Taylor Swift, e in effetti a sentire il suono di album come Folklore o Evermore si è spesso insistito sulla “svolta indie” di Taylor Swift – anche se è difficile dire cosa sia l’indie, ancora di più se si passa all’ascolto di un disco come il nuovo dei Big Red Machine, dove le sfumature sono realmente evaporate per lasciare spazio a una più pura commistione. Sia Aaron Dessner che Justin Vernon (aka Bon Iver) negli anni sono stati spesso associati a questa parola mitologica, indie, presa in prestito dai Novanta delle etichette indipendenti per farsi genere all’inizio dei Duemila, e poi riutilizzata in tutte le sue varie forme per creare improbabili giochi di parole o dare nomi a riviste, creare sottogeneri, indicare sensibilità contemporanee, diventare un sinonimo di alternative music, legarsi al rock, al pop, al punk, al folk, fino a svuotarsi di senso – tanto che quando Dessner parla di mito sembra evocare una civiltà quasi scomparsa, dove i pochi sopravvissuti si muovono a fatica mentre la sfumatura tra i National e il pop si assottiglia a ogni disco di più e i nuovi re dell’indie sorgono dalle macerie. Un disco come How Long Do You Think It’s Gonna Last? sembra insistere su questo passaggio.

Justin Vernon e Aaron Dessner, credit: Graham Tolbert

Se nell’ormai lontano 2009 Big Red Machine era solo il nome di una canzone scritta a quattro mani da Aaron Dessner e Justin Vernon per una super compilation dalla vocazione indie/alternative come Dark Was the Night, da qualche anno Big Red Machine è il nome del progetto/gruppo di Dessner e Vernon, che non possono tralasciare quello scarto di un decennio che è passato nel frattempo, le belle rifrazioni del tempo. Nel 2009 Vernon era una stella splendente dell’indie folk minimale, sulla scia del successo di un disco purissimo come For Emma, Forever Ago; i National stavano probabilmente già studiando il passaggio sonoro da Boxer a High Violet. Ma da lì in poi – e per un intero decennio – abbiamo continuato ad ascoltare i dischi di Bon Iver e dei National con la stessa passione. Allora come mai How Long Do You Think It’s Gonna Last? sembra un disco così leggero e confuso, che sfila via senza grandi momenti, privo di prodezze, nonostante le infinite presenze che troviamo nel disco, da Taylor Swift a Sharon Van Etten. In The Ghost of Cincinnati Aaron Dessner è solo con la chitarra, canta per la prima volta con una voce alla Elliott Smith per una traccia decisamente alla Elliott Smith. Il pezzo in solitaria di Dessner arriva subito dopo le due tracce con Taylor Swift (Birch e Renegade), e quella Phoenix dove il feat. dei Fleet Foxes è così potente e invasivo da dare l’idea di stare ascoltando un pezzo dei Fleet Foxes con i feat. di Bon Iver e Anaïs Mitchell (presente sia nella traccia d’apertura che conclusiva del disco). È davvero possibile mescolare tutto – la voce di Vernon, le dilatazioni sonore di Dessner, il tormentone di Renegade e l’inno sacro di Hutch, l’elettronica di 8:22 e il cupo commiato di New Auburn – mettere tutto a mescolare fino a riconoscere l’identità dell’abum, scavare al nocciolo per trovare il suo folklore? Oppure, per tornare alle parole di Dessner, oramai i generi si sono mescolati, l’indie è un vecchio mito, e in fondo Big Red Machine è il nome di un side project dove Justin Vernon e Aaron Dessner possono davvero divertirsi a sperimentare. Sperimentare gli infiniti azzardi del futuro, la tendenza di contaminazione di generi, vecchi miti e nuovi miti.