I-Music

Breviario: dischi che vale la pena ascoltare usciti quest’autunno

Dalla Spagna arriva il vento indipendentista catalano, mentre noi siamo qui – a continuare la nostra storia indiependente che va oltre ogni barriera. Per questo ci lasciamo trascinare dalla musica a ogni latitudine/longitudine, dal Nordamerica di Zola Jesus, Tori Amos e i canadesi Godspeed You! Black Emperor, all’Italia elettronica di Godblesscomputers. Il nostro vento indiependentista non si è mai fermato, e continua a soffiare, come una vecchia canzone di Bob Dylan. E la musica stessa non si ferma: i dischi continuano a uscire ogni venerdì a un ritmo irrefrenabile, per questo qui abbiamo raccolto quello che varrebbe la pena di recuperare tra il mese di Settembre e quello di Ottobre. Al vostro spirito e alle vostre orecchie chiediamo solo una cosa: divertitevi e buon ascolto.

MOUNT KIMBIE – LOVE WHAT SURVIVES

Warp Records, 8 Settembre

post-punk with electronics and more

Dominic Maker e Kai Campos hanno iniziato con qualcosa di simile alla dubstep, poi sono stati tra i primi a mandarla in pensione iniziando a inzuppare le zampe nelle sabbie mobili di quella che in molti hanno definito post-dubstep e ora salgono in piedi sulla sua carcassa (della dubstep, dico — e anche della post-dubstep, forse) e ci rimangono sfoggiando un innaturale quanto navigatissimo equilibrio, mentre usano tutte le contaminazioni di genere che vengono loro in mente come specchietto per le allodole che ci impedisca di etichettarli. Sì, perché parlando di Love What Survives, il semplice “post-punk with electronics” letto in giro da più parti non rende minimamente l’idea. Da un lato è vero che, sotto un punto di vista sonoro, questo album pare porsi sul serio come la risposta raffinata alla mai sazia (e soprattutto mai davvero morta) costante richiesta di post-punk revival — qualunque sia la forma che passa al convento — dall’altro è innegabile che il terzo lavoro di Mount Kimbie non può essere raccontato solo ed esclusivamente in termini derivativi. È troppo spinto per tirar fuori il termine dream-pop, ma allo stesso tempo troppo delicato e malleabile per l’oscurità di una qualche coldwave. Le drum-machine suonano come un batterista motorik autodidatta ma iperattivo, mentre i synth escono dal vecchio recinto Boards of Canada / Four Tet / Caribou per tornare a mischiarsi in una moderna eco campionata di Can / Faust / Cure, pur senza mai scolorire dal tutto il classico marchio Warp. Le voci degli ospiti (King Krule, James Blake, Micachu, Andrea Balency) fanno il resto. Più che semplice incrementalismo, questo è il suono di una progressione musicale programmata ed estremamente promettente, un tuffo molto meno avventato di quello che sembra a una prima occhiata in qualcosa che potrebbe risultare — a lungo andare — completamente nuovo. ABBAGLIANTE / Simone Fiorucci 

Essential track: Delta


ZOLA JESUS – OKOVI

Sacred Bones, 8 settembre

Electronic

Storia di addii e riconciliazioni, quella di Zola Jesus (all’anagrafe Nicole Hummel): dopo essere stata lanciata e accudita dalla Sacred Bones Records per quasi un lustro, il passaggio alla Mute Records nel 2014 ha coinciso con un tentativo di scalare le classifiche abbracciando un electro-pop cristallino, ripulito da tutte quelle sfumature dark degli esordi. L’esperimento, concretizzatosi nel pasticciato album Taiga, non ha dato tuttavia gli esiti sperati ed il ritorno fra i ranghi dell’etichetta d’origine ha il gusto di un ripensamento sulla direzione da imprimere alla propria immagine e al proprio sound. Okovi -che in lingua slava assomiglia a qualcosa come “ceppi” o “pastoie”- è una rielaborazione in chiave elettronica delle ambientazioni plumbee e delle atmosfere opprimenti tipiche dei primi lavori, illuminate però da una luce più matura. La texture sonora che unisce le diverse tracce del disco è sapientemente cesellata, coniugando a perfezione quelli che sembrerebbero essere opposti inconciliabili: così le intense armonie di archi che incrociano secchi beat di stampo industrial; o gli sconfinamenti in territori prossimi alla techno, sui quali risuona alta la voce lirica di Zola Jesus, a sottolineare l’estrazione classica dell’artista. Questo incontro-scontro fra mondi musicali fa da cornice a un quadro di dolore e di trauma, raccontato dalla Hummel come in uno sfogo, in seguito ad un periodo della sua vita non propriamente felice per cause personali e familiari. Okovi è lo strumento catartico che le ha permesso di ritrovare un coraggio e una libertà espressiva che parevano svanite, e di liberarsi da quelle pastoie decantate dal titolo, che con fermezza la tenevano ancorata a terra. In due parole, di tornare ad essere Zola Jesus. ETEREA OSCURITÁ / Matteo Dalla Pietra

ESSENTIAL TRACK: Exhumed


GODBLESSCOMPUTERS – SOLCHI

La tempesta international, 8 Settembre

elettronica

L’elettronica italiana è veramente in gran forma. L’ennesima conferma arriva da quest’ultima fatica discografica di Godblesscomputers aka Lorenzo Nada. Un lavoro godibile dall’inizio alla fine, molto “analogico” nonostante il genere di riferimento, infarcito per tutta la sua lunghezza di chitarre, scratch, synth e voci calde, una su tutte quella del bravissimo Davide Shorty in How About U. C’è anche un bel campionario di generi diversi: passiamo dal nu-soul della già citata How About U o Dreamers, alla reggae-dub di Life On Fire, all’electro disco funk di Records, oltre a pezzi dallo stampo più tipicamente elettronico. Insomma un po’ una summa del genere dalla nascita ai giorni nostri, con il producer romagnolo a suo agio un po’ in tutti, e soprattutto che non sfigura in nessuno di questi. È percepibile l’ossessione quasi da collezionista di Nada per i suoni di tutti i tipi, miscelati sempre con classe, senza mai perdere il focus sulla forma più efficace da dare al pezzo. Soprattutto si sente il respiro internazionale che caratterizza da sempre la sua opera e che fa sì che questo sia un disco che non farà troppa fatica a viaggiare anche oltre i confini nazionali. Veramente un bel lavoro, con tanta ottima chitarra (qui sono di parte) e con atmosfere riflessive ed emozionanti alternate a momenti più rilassati. Producer italiani, solo una cosa: continuate tutti così. IL MADE IN ITALY CHE CI PIACE / Giulio Pecci

ESSENTIAL TRACK: How About U


TORI AMOS – NATIVE INVADER 

Decca Records, 8 Settembre

songwriting 

Un album che comprende tra i propri ingredienti folklore naturalistico, calore materno, condanna politica e una carrozza trainata da un paio di gatti, poteva significare solo una cosa: Tori Amos è tornata. Dotata di un talento musicale di primissima classe e di una voce che potrebbe sciogliere il cuore di un campione di scacchi russo laureato in amministrazione e gestione di impresa, un livello minimo di qualità è sempre garantito quando un nuovo disco dell’artista statunitense compare sugli (si fa per dire, ormai) scaffali e anche il quindicesimo lavoro della sua lunghissima carriera non delude, in questo senso. Dopotutto, pochi come lei hanno quel tocco tanto preciso e spietato — eppure sempre così confortante — nel descrivere i mille modi in cui una persona riesce a metabolizzare il dolore. Quindi, in questo momento di pesante trauma socio-politico, l’urgenza di un suo accompagnamento (sia metaforico che reale) era evidente. Native Invader, in un certo qual modo, è un concept che fa il censimento dell’America dopo la catastrofe e lo redige senza la minima falsa delicatezza, nonostante gli squisiti arrangiamenti pop-rock che vanno ben oltre la soluzione classica “voce eterea + pianoforte”, pur rimanendo, in alcuno passaggi, forse un po’ datati. Un album che suona sexy e casto allo stesso tempo, come accettare di andare alla messa solo a patto che di farsi accompagnare in chiesa dalla figlia del prete. Una collezione di pezzi variegata, che — musicalmente — a tratti può sembrare mancare di coesione, ma che nonostante questo porta a destinazione un messaggio forte e chiaro, te lo infila sotto la porta e si attacca al campanello finché non vieni ad aprire. Insomma: le cose stanno andando in vacca, e Tori Amos è qui ancora una volta a ricordarci che possiamo permetterci di aver paura del disastro solo nel momento in cui sentiamo il bisogno di fare qualcosa per evitarlo.  GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO / Simone Fiorucci

ESSENTIAL TRACK: Reindeer King


ANNA OF THE NORTH – LOVERS

Different Recordings – 8 Settembre 

Dream pop

Abbiamo atteso il primo album di Anna of the North dal giorno in cui, quasi per caso, nel 2014 siamo inciampati in Sway per essere poi travolti da The Dreamer l’anno seguente. Sono trascorsi ancora due anni prima dell’arrivo di un album di debutto, che ha portato la cantante norvegese a fare un ingresso trionfale nel mondo della musica. Il viso pulito e i capelli biondi sono il biglietto da visita di Anna Lotterud, la ragazza del nord con la passione per gli anni ’80 condivisa con il suo produttore neozelandese, Brady Daniell-Smith. Lovers non è soltanto un disco che subisce le fascinazioni di un’epoca passata, si tratta di un esordio che riesce perfettamente a raccontare un’età di mezzo, fatta di speranze per il futuro e di delusioni per il presente come nel caso di Lovers e Baby. La ventottenne di Oslo non è soltanto un’interprete, ma è soprattutto una cantautrice capace di raccontare le sfumature del synth-pop con pezzi lenti dai bassi caldi (Someone e Always) o con brani dalle sonorità tropicali e catchy (Fire e Money). Una volta schiacciato PLAY sarà difficile schiacciare STOP. COOL / Ilaria Del Boca

ESSENTIAL TRACK: Lovers 


ANGUS & JULIA STONE – SNOW 

PIAS – 15 Settembre 

Indie-folk

Sono trascorsi tre anni dall’ultimo e fortunato disco pubblicato dai fratelli Stone, prodotti per la seconda volta dal visionario Rick Rubin che li ha scoperti e condotti con lungimiranza verso un nuovo approccio di scrittura. Snow è il tassello mancante per comprendere la saga familiare di Angus & Julia Stone, così diversi, ma allo stesso tempo affini. Un album delicato e intenso in cui le voci sono complementari, incastrandosi perfettamente tra di loro come in My House Your House, più di una canzone, la promessa di sostenersi sempre fino all’ultimo respiro. Se in Cellar Door passano sotto la lente di ingrandimento i differenti punti di vista di fratello e sorella, in brani come Oakwood e Bloodhound la voce ruvida e sensuale di Angus si mescola a quella morbida e calda di Julia plasmando un coro armonico. Le combinazioni sono infinite e possono sconfinare in generi diversi e inaspettati, ne è la prova Baudelaire con il suo languore r’n’b. Ci vuole tempo per entrare nel mondo di Angus & Julia Stone, ma entrando a contatto con queste due anime folk bagnate dall’oceano è difficile distaccarsene. In questo preciso istante li immaginiamo a Newport, il sobborgo della costa a nord di Sidney in cui sono nati con i capelli al vento e lo sguardo rivolto all’orizzonte. Le dodici tracce di Snow sono raccontate in un’istantanea: aprite gli occhi. Quando i due fratelli lavorano insieme le montagne si trasformano in oro. GOLD-FOLK / Ilaria Del Boca

ESSENTIAL TRACK: Snow


LEE RANALDO – ELECTRIC TIM

Mute Records, 15 Settembre

Lee Ranaldo è uno di quei musicisti a cui non riesco a smettere di voler bene. Sarà per quel suo viso semplice, così diverso dal magnetismo dei colleghi Moore e Gordon, dall’aria (prima) di ragazzo e ora uomo, educato e per bene. Sarà quello insieme al fatto che nei Sonic Youth dietro la maggior parte dei pezzi più iconici ed importanti, nonostante la poca appariscenza, c’era proprio il suo stile inconfondibile. Potrebbe anche essere per la sua stoica carriera solista, andata avanti senza particolari picchi creativi o di fama, ma sempre solida ed onesta. È per questo che il suo nuovo album Electric Trim è una piacevolissima sorpresa. Perché siamo sicuramente di fronte al Ranaldo solista fin qui più convincente, con dei pezzi allo stesso tempo semplici e “quadrati” ma anche ispirati e dalle soluzioni sonore interessanti (gli echi esotici di Moroccan Mountains). Sentiamo gli echi dei Beatles e di Bob Dylan così come quelli del pop prog moderno di Steven Wilson, in un lavoro dall’incedere lento ma non per questo noioso, anzi, che ci trascina piano piano in un saggio di chitarra alternative godibilissimo, che ci fa sorridere quando emergono distintamente i ricordi del magnifico gruppo di cui Ranaldo è stato la pietra angolare: il riff iniziale di Purloined fa scorrere un brivido lungo la schiena in questo senso. È un lavoro che vive di nostalgia ma in modo del tutto positivo, usandola come acceleratore e non freno. Lee Ranaldo non sembra intenzionato ad alzare il piede dal pedale, e a noi va benissimo così. NOSTALSONIC / Giulio Pecci

ESSENTIAL TRACK: Purloined


MOSES SUMNEY – AROMANTICISM 

Jagjaguwar, 22 Settembre

a-romantic folk-r’n’b-songwriting

Decostruire il romanticismo e l’amore romantico a colpi di R&B: parole (e musica) di Moses Sumney. È più o meno questo il concept intorno a cui ruota l’album di esordio del cantautore americano, Aromanticism: fare a pezzi il concetto classico di coppia, perché la contemporaneità è troppo complessa per il romanticismo. Su cosa sia di preciso il romanticismo poi potremmo aprire un dibattito, che parte dalla tempesta interiore (irrequieta, quasi malata) dello Sturm und Drang e arriva alle canzoncine d’amore catchy in cui incappiamo oggi in radio. L’a-romanticismo di Sumney sembra più rivolto a smontare la seconda ondata di romanticismo, il suo stereotipo contemporaneo. Così mentre il New York Times titola Moses Sumney Does Not Sing Love Songs, lui racconta: “non sono mai stato innamorato in modo romantico”, aggiungendo di provare un sentimento di diffidenza misto a noia nei confronti delle canzoni d’amore classico-postmoderne. L’esordio di Moses Sumney lo stavamo aspettando, sin da quando l’EP Lamentations ci aveva fatto scoprire la meravigliosa voce di questo controverso cantautore. Il passo avanti c’è stato, da quelle che erano atmosfere più lo-fi e scarne, con la chitarra che faceva da padrone, ora quel folk si è mescolato a rigurgiti di R&B. Okay, in un mondo invaso dai falsetti di James Blake e Bon Iver, Sumney non rappresentava certo una grande novità canora. Tuttavia, quella voce aliena, ci aveva colpito. Il nuovo disco sembra consacrarlo come uno dei cantanti più interessanti del panorama contemporaneo, singoli come Lonely World sono potenti, la voce di Sumney ne esce fuori esaltata, e noi ci perdiamo in uno degli esordi più spettacolari dell’anno. A VOLTE SUCCEDONO I MIRACOLI / Giovanna Taverni

ESSENTIAL TRACK: Lonely World


GOODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – LUCIFERIAN TOWERS 

Constellation Records, 22 Settembre

post-rock

Si intitola Luciferian Towers il ritorno dei canadesi Godspeed You! Black Emperor, paladini di un post-rock apocalittico da sempre capace di trasportarci in atmosfere decadenti, colonna sonora perfetta per film fantascientifici e distopici, purtroppo, tremendamente realistici in questo preciso momento storico. Dall’alto delle loro torri infernali, i neri imperatori ci regalano un disco all’apparenza diverso, nella forma, con brani dal minutaggio più breve, formula piuttosto inusuale nella loro discografia. Basta un ascolto per rendersi conto che si tratta di un tranello: Bosses Hang e Anthem For No State sono in realtà lunghe suite divise in parti, dove la ripetizione ossessiva dei temi portanti, con le dovute variazioni, descrive l’orrore dei temi sociali più attuali, dalla globale perdita dei più basici valori di solidarietà nel nome di un’agghiacciante filosofia del “mors tua, vita mea”, alla diaspora umana degli immigrati, all’incertezza politica. Un disco, come ormai ci hanno abituati, ancora una volta “politicamente impegnato”, o quantomeno schierato, nonostante per tutti gli 8 brani non venga pronunciata una sola parola. Si comincia abbattendo la torre, con le note disarmoniche, quasi sgradevoli, di Undoing a Luciferian Towers. Col passare dei minuti, l’epicità, che raggiunge il suo culmine con le tre parti in crescendo di Anthem For No State, apre lo scenario di mondi in decomposizione, ad un concreto barlume di speranza per il futuro. Il messaggio, che passa attraverso i consueti suoni dilatati, profondi, con gli archi che lottano furiosamente con fiati dalle suggestioni “western”, è che la distruzione è il primo passo della ricostruzione. Ottimismo, dulcis in fundo. APOCALISSE SONORA / Monica Bogliolo

Essential Track: Anthem for no state part III


METZ – STRANGE PEACE

Sub Pop, 22 Settembre

alt / post-hardcore

Quando si hanno alle spalle due dischi come (l’omonimo) Metz e II le strade percorribili se si decide di registrarne un terzo sono soltanto due: ripetere alla lettera quello che si è saputo fare, magistralmente, nei lavori precedenti o cambiare, magari cercando una collaborazione che sia in grado di dare un valore aggiunto a un’identità già ben definita senza snaturarla. Per il nuovo album Strange Peace, il trio canadese ha optato per la seconda soluzione chiamando a tenere le redini della produzione niente di meno che Steve Albini. Il risultato è un disco che si apre e chiude con il botto (Mess of Wires, Drained Lake, Dig a Hole, Raw Materials), conserva ben evidenti le ripetizioni e gli accenni noise che hanno da sempre contraddistinto la formazione di Alex Edkins ma fa un passo avanti e amalgama al suo interno ritmi più armonizzati che lanciano la band verso una completezza formale che non era ancora stata in grado di raggiungere. Senza scostarsi mai troppo da quel sound inquieto e penetrante a cui i Metz ci hanno abituati, Strange Peace è un disco più autonomo che tiene alta la bandiera del post-hardcore ma con un occhio (e un orecchio) verso un panorama più ampio. OLD SCHOOL / Veronica Ganassi

ESSENTIAL TRACK: Caterpillar


VAN MORRISON – ROLL WITH THE PUNCHES

Caroline Records, 22 Settembre

Rhythm’n’Blues

Qualcuno potrebbe pensare che nella scelta di Van Morrison di pubblicare proprio ora un album di puro, non adulterato Chicago blues possa aver giocato un ruolo il successo di Blue & Lonesome, l’ultimo lavoro di Jagger & co. Non è cosi: Van the Man a un certo Rhythm’n’Blues ha dedicato almeno gli ultimi vent’anni della sua carriera. Soprattutto dal vivo, ha a poco a poco lasciato da parte le divagazioni celtiche e il flusso di pensieri esoterico che lo hanno reso leggenda – quelle di Astral Weeks, per intenderci – calandosi con dedizione totale nel vestito (rigorosamente nero) di bluesman burbero e scostante. Questo Roll with Punches da un lato non fa eccezione – si tratta di 15 brani tra cover e originali rigorosamente ancorati sulle dodici battute – ma dall’altro finisce quasi per sorprendere, nella sua mancanza di fronzoli e sovrapproduzione. Una sola concessione (Transformation) a quelle ballate, un po’ col copia-incolla, che hanno infarcito i dischi recenti di Van e che non stonerebbero in uno di Michael Bublè. Il resto è blues, in tutte le sue sfaccettature: fresco nella sua prevedibilità quando, come in questo caso, viene suonato a dovere, con la chitarra di uno sempre ispirato come Jeff Beck che aleggia su tutto il disco. C’è la title track che cita Muddy Waters, il country di Ride on Josephine, il gospel (How Far from God), lo slow blues d’ordinanza (Ordinary People), impreziosito da un gran assolo di Beck, e perfino un tributo all’unsung hero Mose Allison (Benediction). Come in ogni album blues che si rispetti, c’è anche spazio per gli standard un po’ abusati, di quelli che potreste trovare scendendo in cantina e guardando il retro di in un qualsiasi vinile comprato da vostro padre negli anni ’70 (Lonely Avenue, Stormy Monday, Bring It on Home), suonati però con una freschezza invidiabile dal 72enne di Belfast. Non sarà il disco della vita, ma Van si conferma ancora, secondo chi scrive, uno dei più grandi interpreti mai apparsi sul nostro pianeta, di quelli che in vita loro non hanno mai cantato due volte la stessa canzone. SAME OLD BLUES! / Riccardo Di Leo

ESSENTIAL TRACK: Roll With Punches


THE KILLERS – WONDERFUL WONDERFUL

Island Records – 22 settembre

Alt Rock / Synth Pop

Non sono stati anni facili per i Killers quelli appena trascorsi: con la delusione Battle Born del 2012 e la triste compilation Direct Hits dell’anno successivo, la band sembrava seriamente aver raggiunto il capolinea della propria carriera. Dopo la breve parentesi solista di Brandon Flowers nel 2015 e l’attività da turnista per gli Smashing Pumpkins del bassista Mark Stoermer, i quattro statunitensi decidono di iniziare a smuovere qualcosa insieme solo nel settembre 2016, annunciando di essere a lavoro sul nuovo album ora finalmente out. I Killers, si sa, non sono più gli stessi di Hot Stuff e Sam’s Town da ormai oltre dieci anni, ma fa sicuramente piacere scoprire che una delle band simbolo dell’indie rock anni 2000 non sia morta del tutto e riesca ancora a sfornare bei pezzi come Tyson vs Douglas, la title track Wonderful Wonderful o gli stessi due singoli Run For Cover e The Man. Troviamo qualche interessante sperimentazione in The Calling (molto stile Depeche Mode) e Out Of My Mind, ma non mancano tracce un po’ più insipide come nel caso di Have All The Songs Been Written o Rut. Se proprio vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, possiamo dire che si tratta del loro miglior lavoro degli ultimi cinque anni. Ma anche e soprattutto perché fare di peggio era davvero difficile. RESURREZIONE / Mattia Fumarola

ESSENTIAL TRACK: Run For Cover


PROTOMARTYR – RELATIVES IN DESCENT

Domino Records, 29 Settembre

post-punk, art-rock

Sono passati due anni da The Agent Intellect, il disco che aveva permesso ai Protomartyr di fare il salto, definendo un sound soltanto ipotizzato nei primi due lavori in studio. Due anni che gli Stati Uniti hanno vissuto a cavallo tra una lunghissima campagna elettorale e la conseguente elezione di un nuovo, discusso, presidente. Relatives In Descent, che proprio durante questa campagna è stato scritto e registrato, non poteva quindi non essere permeato da quel clima di instabilità e preoccupazione che questo particolare periodo storico ha portato con sé. La formazione di Detroit esaspera lo stato di angoscia latente nel disco precedente disgregandolo in dodici tracce che sembrano scrollarsi di dosso l’etichetta post-punk e ritrovare le radici più pure del genere. La voce di Joe Casey, prolisso e poetico nei testi come mai prima d’ora, suona vagamente Nick Cave-y e si amalgama alla perfezione al ritmo incalzante delle percussioni e agli arpeggi più freschi delle chitarre. Le melodie sono il vero focus di questa band che si conferma in grado di unire il caretteristico suono arrabbiato alla Social Distortion a momenti più soft, durante i quali i brani si aprono e si rivelano in tutta la loro meravigliosa complessità. Dodici pezzi, non tutti riuscitissimi, che si rivelano lentamente lasciandosi scoprire soltanto dopo qualche ascolto e alimentando la voce che vuole i Protomartyr non adatti a un ascoltatore one-and-done. CORPOSO / Veronica Ganassi

ESSENTIAL TRACKS: Night-Blooming Cereus


DAPHNI – JOLI MAI

Jiaolong, 6 ottobre

Electronic

Per lungo tempo, come una cellula che si riproduce per meiosi, Dan Snaith si è sdoppiato alimentando i due lati del suo essere musicista ed oscillando fra le decostruzioni di hip hop, funk e pop (come Caribou) e un massiccio impegno per il mondo della dance music (come Daphni). Tra i due estremi dello sperimentalismo elettronico e dei grandi bassi a bpm accelerati, tuttavia, Joli Mai pare sedersi nel mezzo, suonando per la prima volta più come un inconscio tentativo di sincresi di questa duplice anima. Certamente, i dodici brani che compongono il disco non fanno dubitare neanche per un attimo dell’etichetta “musica da club” da appiccicarci sopra, non foss’altro che per la provenienza della maggior parte del materiale sonoro, prelevato direttamente da fabriclive ‘93, mix appositamente creato da Snaith per lo storico club londinese Fabric; la strada imboccata dall’artista sembra, però, lastricata di texture musicali più contemplative rispetto al passato, simile a quella già percorsa da artisti come Four Tet o LCD Soundsystem. Ad un ascolto superficiale, come tutti gli esperimenti nel loro primo tentativo di realizzazione empirica, il lavoro sconta forse un po’ di ingenuità e paga lo scotto di un’indeterminatezza di posizione, con l’ascoltatore disorientato costretto a barcamenarsi tra un Daphni edulcorato o un Caribou rinvigorito; ma, dipanata la coltre di candore ed andando più in profondità, appare evidente come le tracce siano modellate all’interno di un percorso narrativo perfettamente coerente: una sorta di embrione che vive in un grembo di loop persistenti, in grado di farti muovere i piedi ma senza strapparti la pelle dalle orecchie. IBRIDO / Matteo Dalla Pietra

ESSENTIAL TRACK: Medellin


A. SAVAGE – THAWING DAWN

13 Ottobre

songwriting

Dopo Tim Darcy degli Ought in solo, è la volta del tenebroso leader dei Parquet Courts, Andrew Savage, che a nome A. Savage esce con Thawing Dawn. Il disco è meno graffiante di quelli dei Parquet Courts, in una parola meno punk, eppure Savage (uno dei parolai più originali della contemporaneità musicale) continua la sua narrazione distorta anche in solitaria. E se in Eyeballs sembra di sentire echi di Lou Reed non è una sorpresa, così come in Wild, Wild, Wild Horses – oltre alla citazione (in)volontaria dei Rolling Stones – c’è la messa in scena di un’ossessione da indie inizio Novanta in salsa Smog. La chitarra suona leggera in Indian Style, si fa graffiante in What Do I Do, regalandoci un Savage scarno, sincero, duro, alla larga dagli arrangiamenti con la band, ma sempre assolutamente in forma come cantore dei nostri tempi e dei nostri disagi. Passando dalle atmosfere country di Phantom Limbo all’intimismo di Ladies from Houston, Savage ci regala un ulteriore compendio del suo talento. È lui il vero indipendente della discografia contemporanea. RESISTENTE / Giovanna Taverni

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