I-Music

Breviario: dischi usciti quest’estate da recuperare

Forse eravate distratti, perduti tra il mare, la sabbia e gli aperitivi. Forse eravate altrove, su rotte diverse e più insolite, alla larga dalla folla dei bagnanti in spiaggia. In ogni caso, potrebbe esservi capitato di perdere per strada qualche bel disco uscito quest’estate. Arriviamo in vostro soccorso con il breviario: qui sotto trovate una selezione di qualcosa che vale la pena recuperare. Il nuovo album di Toro e Moy per esempio, o il ritorno di Iron & Wine, l’irrefrenabile Ty Segall o l’EP dei Nine Inch Nails.
Buon ascolto, e non perdete i messaggi nelle bottiglie.

TORO Y MOI – BOO BOO

Carpark Records, 7 Luglio

synth-pop

Un album che parte atrofizzato come i muscoli delle gambe prima di una partita per cui non ci si è riscaldati, immerso in synth dallo stampo eighties molto ingombranti, ma non per questo sgradevoli. Mentre galleggiamo in atmosfere all’inizio piacevoli ma che ci stanno per soffocare ecco che succede qualcosa, e all’incirca da metà del lavoro la testa esce fuori dal mare di xanax sonoro in cui era immersa (diciamo da Windows in poi) e respira un cambio di ritmo leggero ma incredibilmente importante. Compare la voce in modo più deciso e “pop” e anche le batterie hanno un ritmo più incidente di prima, in generale i suoni e le produzioni si modernizzano e ripuliscono, mantenendo i suoni anni ’80 ma eliminando l’aspetto lo-fi che appartiene a quel mondo sonoro, modernizzando il tutto, ripulendolo. Chazwick Bradley Bundlick, ovvero il nostro Toro y Moi, arrivato al suo quinto album non stravolge la formula che lo ha portato alla ribalta e confeziona un lavoro che nonostante non brilli per lampi di genio creativo o innovazioni particolari, si lascia ascoltare molto bene e suona in modo interessante, con questo suo flirt continuo con quel decennio musicale che ho già più volte citato e quindi con generi come un synth pop colto e a tratti leggermente inquietante come in Don’t Try  (qualcuno ha detto soundtrack di “Drive”?) ed inserimenti di vocoder ed autotune come in Inside My Head. MORE SYNTH BABY / Giulio Pecci

ESSENTIAL TRACK: Inside My Head


NINE INCH NAILS – ADD VIOLENCE EP

The Null Corporation, 19 agosto

Industrial rock

Prosegue la trilogia di Ep dei Nine Inch Nails, iniziata a dicembre 2016 con Not The Actuals Event e che si concluderà a fine anno con la pubblicazione del terzo Ep. In questa seconda tappa troviamo un sound decisamente più soft rispetto alla prima, in cui vi erano persino alcuni sprazzi di industrial metal come in Burning Bright (Field On Fire) o The Idea Of You. Add Violence comincia con i synth anni ’80 di Less Than (già uscita a luglio come primo singolo) che ci fa capire subito la nuova strada più elettronica e meno rock intrapresa da Trent Reznor e Atticus Ross, anche se non mancano momenti un po’ più spinti come in Not Anymore, l’unico brano in cui possiamo godere delle urla disperate di Reznor. Entriamo in un clima più cupo e introspettivo con la terza traccia This Isn’t The Place, anch’essa uscita come estratto una settimana dopo Less Than e probabilmente la migliore delle cinque; mentre delude un pochino la pop song The Lovers, davvero troppo leggera e delicata per essere un pezzo dei Nine Inch Nails. L’Ep si chiude con The Background World, una sperimentazione lunga quasi 12 minuti piena di ansia che progressivamente cresce sempre di più fino al panico più totale. Come i Queens Of The Stone Age, pare che anche i Nine Inch Nails abbiano scelto la via della moderazione. Non resta che attendere anche l’uscita del terzo Ep e vedere cosa ne verrà fuori. ANSIOGENO / Mattia Fumarola

ESSENTIAL TRACK: This Isn’t The Place


LANA DEL REY – LUST FOR LIFE 

Interscope Records, 21 Luglio

pop

Il 21 luglio è uscito Lust For Life (Polydor, Interscope), l’ultimo album di Lana Del Rey. Nei mesi scorsi era stato anticipato prima dal singolo Love e successivamente dal brano che da il titolo all’intero album, lo stesso in cui compare il featuring col talentoso The Weeknd. Al suo interno ci sono ben sedici pezzi che compongono un’atmosfera che solo la tenera Lizzy Grant riesce a costruire. Sonorità che vanno dal dream pop all’indie pop, dal rock all’hip hop, passando per quel genere famigerato che risiede nella tanto discussa trap. Oltre al featuring con The Weeknd, troviamo quelli con Sean Ono Lennon, Stevie Nicks e ASAP Rocky.  In pieno ascolto, da Lust For Life non smettono di emergere tutta una serie di fattori che contraddistinguono il lavoro di Lana Del Rey secondo quella che da molti è stata definita a più riprese come Xanax Music. La lentezza, lo spazio per la riflessione e la voglia di lasciarsi andare ci restituiscono, anche questa volta, la regina più triste della musica d’oltreoceano, che con un’elevata tenacia riconferma il suo stile catartico e naive. XANAX RHYTHM / Michele Nenna

ESSENTIAL TRACK: Lust For Life


TY SEGALL – FRIED SHALLOTS EP

Drag City, 28 Luglio 

garage-punk

Ormai sappiamo che all’enfant prodige Ty Segall non piace stare fermo. Le sue uscite discografiche si susseguono veloci come le estrazioni del lotto, e anche quando non ha nulla di sostanzialmente nuovo da dire, il biondo garage rocker non sta con le mani in mano. Quindi succede che prende sei brani random dalla sua discografia (sei tracce “from different times and places over the past few years” come da lui stesso dichiarato), li riarrangia, li manipola, e ci crea Fried Shallots, EP rilasciato per Drag City, i cui proventi andranno per intero in beneficenza all’associazione American Civil Liberties Union. Come ci ha abituati in passato, anche Fried Shallots è una convincente, per quanto non si possa gridare al capolavoro, antologia di stili che Ty padroneggia ormai con maestria. Si va dal consueto garage di brani come Dust o Is it real, allo scanzonato banjo country di When the gulls turn to ravens, agli accenni beatlesiani della recente Talking, qui in versione elettrificata (la trovate, in acustico, nell’ultimo disco omonimo). Un lavoro piacevole, che non aggiunge molto al suo repertorio, ma non privo di spunti interessanti. Perdoniamo la mancanza di freschezza dopo ben nove album, contando solo i lavori solisti. D’altra parte, qui si suona per una giusta causa. GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO / Monica Bogliolo 

ESSENTIAL TRACK: Talking


MANCHESTER ORCHESTRA – A BLACK MILE TO THE SURFACE

Loma Vista, 29 luglio

Rock

Se è vero che la Manchester Orchestra non ha mai abbracciato una “formula fissa” per realizzare la propria musica, in questo quinto album è piuttosto evidente la volontà di imprimere una svolta netta al proprio sound. Forse i ragazzi di Atlanta sono cresciuti (il frontman Andy Hull è diventato padre), forse la collaborazione tra Hull e McDowell per la realizzazione della colonna sonora di Swiss Army Man del 2016 ha fornito spunti del tutto nuovi, fattostà che le chitarre pesanti sono sparite e che il grunge di Cope è stato sovrascritto da sonorità con spigoli ben smussati. Ciò che rimane invariato è quel senso di vulnerabilità emotiva che ha comunque sempre contraddistinto la band, e che, anzi, in A Black Mile To The Surface, assume ancora maggior spessore grazie al profondo e pensato impianto testuale dei pezzi. Il paragone con gruppi come Band of Horses o My Morning Jacket è abbastanza immediato, ma alcune ballads rimandano indietro con la mente addirittura ai Manic Street Preachers. Vi è poco margine per una definizione univoca ed unitaria del genere d’appartenenza dell’album: si spazia dai gorgheggi vocali al gusto di emo-commerciale dell’iniziale The Maze, alle percussioni metronome di The Wolf, all’enfatico e struggente congedo finale di The Silence, il tutto inframezzato da strofe di indie-rock adulto, senza disdegnare saltuarie strizzatine d’occhio al folk. E forse la mancata omogeneità a lasciare un po’ un senso di confusione, come di una maturità non ancora raggiunta appieno. Si tratta del lavoro di una band dalle enormi possibilità, probabilmente, però, alcune ancora inespresse: fondamenta e materiali sono presenti; raffinare il tutto e definire una direzione potrebbe dar forma definitiva alle guglie e alle volte di quella che è ancora una grezza cattedrale di suoni. CINEMATICO / Matteo Dalla Pietra

ESSENTIAL TRACK: The Silence


PHOTAY – ONISM

Astro Nautico, 11 Agosto

elettronica

L’elettronica nevrotica di Photay ha qualcosa che emoziona sin dalla prima traccia di Onism, Screens. Questo tempo frammentato e scontante ce lo sentiamo tutto addosso al ritmo che il producer newyorkese ha deciso di dare al pezzo: frastagliato, nevrotico, e con incursioni melodiche. Eppure tutto sembra tenersi miracolosamente insieme. Anche in un pezzo come Balsam Massacre, che sembra schiantarsi decisamente dentro il cervello con furore e delicatezza urbana, le nostre nevrosi sembrano esplodere grazie al conturbante sound che dipinge Photay. E così quel feat con Madison McFerrin al centro del disco è solo l’occasione di mostrare talento e giocoso virtuosismo per il nostro, perché Onism è un disco compatto, unitario e caldo. The Everyday Push entra nelle teste come il click di un orologio roboante, e ci porta in orbita. Se vogliamo tenere il ritmo delle nostre ossessioni, Photay sa cosa offrirci. SPLENDIDA NEVROSI / Giovanna Taverni

ESSENTIAL TRACK: Screens


BRAND NEW – SCIENCE FICTION

Procrastinate! Music Traitors, 17 Agosto

alt-rock

Nel mio immaginario i Brand New vivono in uno spazio-tempo ben definito, molto più limitato e preciso di quello circoscritto dalla loro discografia. Se mi venisse richiesto di esplicitarlo direi che la band di Jesse Lacey, per me, vive nel 2006. Il 2006 è stato quando ho inconsapevolmente deciso di cercare nei dischi qualcosa che mi facesse rivoltare lo stomaco e negli album dei Brand New l’ho quasi sempre trovato. Science Fiction, che arriva otto anni dopo il loro ultimo album Daisy, doveva quindi farsi un po’ carico della mia adolescenza e andare a smuovere quella rabbia repressa sicuramente ancora sepolta da qualche parte. Quello che ho scoperto è che, mentre il disco aderisce perfettamente alle mie aspettative di sedicenne, non riesce però a soddisfare le (pretenziose?) esigenze della me ventisettenne. La rottura con il passato del loro ultimo album è infatti soltanto apparente per un lavoro che perde sì gran parte della loro energia, ma mantiene atmosfere malinconiche riempite da testi cupi che sembrano avere come main theme la fine del mondo. Le parti di chitarra sono il punto di forza di un disco apprezzatissimo dalla critica mondiale che tuttavia, usando una bella espressione anglosassone, “it’s just not my cup of tea”. O almeno non più. NON-MORTO / Veronica Ganassi

ESSENTIAL TRACK: Can’t get it out


IRON & WINE – BEAST EPIC

Sub Pop, 25 Agosto

indie-folk

Sam Beam è uno di quelli che non ti deludono mai: se ti piace il genere — poeta rurale con più barba che capelli, pastrano sulle spalle e chitarrina al collo, cantore di quell’indie-folk so USA che in qualche modo ha a sua volta contribuito a creare in quei cazzo di anni zero — con lui cadi sempre in piedi anche a scatola chiusa. Uno di quelli che nemmeno mai ti stupiscono più di tanto, a voler essere onesti, ma in tempi bui come questi, avere qualcuno che si offre volontario per il ruolo di zattera sopra la quale trovi esattamente quello che ti aspetti non è cosa da poco. Sono passati quattro anni dall’ultimo disco di Beam a nome Iron & Wine (se si escludono le due uscite in collaborazione con Ben Bridwell e Jesca Hoop tramite le quali abbiamo scoperto una sua insolita vena baroque-pop) e con Beast Epic — sesto album in catalogo — il cantautore americano è come provasse a chiudere un simbolico cerchio. In tutti i sensi: non solo infatti esce di nuovo per Sub Pop, ma rinuncia ufficialmente a ogni tentativo di rifuggire il cliché di folkie che si prende troppo sul serio e riscopre la potenza e la bellezza di lavorare per sottrazione, tornando agli arrangiamenti minimali che hanno caratterizzato gli inizi della sua carriera e dimostrando — qualunque siano i sentieri che sceglierà di battere negli anni a venire — che ha ancora ben presente e chiaro da che parte è la strada per tornare a casa. Strada che non ha paura di imboccare, forte del linguaggio che gli è più congeniale, ovvero quello di un disco ricamato a occhi chiusi, esattamente come la sua copertina, con l’ago tremante ma sicuro delle note da infilzare e dell’ordine in cui farlo. CUCITO A MANO / Simone Fiorucci

ESSENTIAL TRACK: Claim Your Ghost


OH SEES – ORC

Castle Face Records, 25 Agosto

psych-space-rock

Nuovo giro nuova corsa per una delle band più prolifiche di sempre. Dopo un nuovo, seppur impercettibile, cambio di nome, gli Oh Sees (precedentemente The Ohsees, The Oh Sees e Thee Oh Sees giusto per confonderci le idee e il t9) danno alle stampe Orc, diciannovesimo disco in studio dall’esordio del 2003. Un lavoro che va idealmente a chiudere, come vediamo già dall’artwork di copertina, la trilogia iniziata con A Weird Exits, e proseguita con An Odd Entrances e che segna una svolta decisiva: le sonorità garage che da sempre li caratterizzano stanno via via lasciando spazio a una sorta di space-rock (se mi passate il termine) più vicino alla psichedelia con un forte retrogusto anni ’70. E non ci facciamo ingannare dalla traccia di apertura The static God, ultima scudisciata introduttiva di un disco in divenire, che si sviluppa brano dopo brano. Scordiamo le chitarre veloci che Dwyer ama suonare con la tracolla cortissima, o la potenza della doppia batteria e lasciamoci trasportare dalle lunghe suite strumentali psichedeliche e sognanti. Attenzione però che anche se ammorbiditi non perdono il loro smalto. Godiamocelo, e vediamo cosa, e con quale nome, ci riserveranno per il futuro. SPAZIALE / Monica Bogliolo 

ESSENTIAL TRACK: Keys to the Castle


KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD – SKETCHES OF BRUNSWICK EAST

Flightless, ATO, Heavenly

jazz fusion / psych

C’è poco da dire sui King Gizzard & the Lizard Wizard, puoi amarli alla follia o provare un urto più simile a un fastidio (cosa che può essere anche legata all’umore da ascolto). Merito di questa dolce complicatezza, di questi ossessivi richiami alla psichedelia costruita in chiave prog, barocca e delirante. Sketches of Brunswick East non aggiunge quasi nulla al repertorio della band australiana, che trova pieno sfogo nella sua originaria vocazione con questo disco dal titolo dedicato a un sobborgo di Melbourne, e ci fa riflettere sulla musica austrialiana: esiste un sound tipicamente australiano o è una collezioni di suoni d’influenza varia? Il jazz fusion di questo disco quanto vi ha a che fare? Cara Australia, parlaci, rispondici, intanto è dolce prendere l’estate e trascinarla via con questo disco dal sapore nostalgico. SURFIN’ AUSTRALIA / Giovanna Taverni

ESSENTIAL TRACK: Tezeta