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Leonard Cohen @ Centrale del Foro Italico


Questo è un paese per vecchi in un’epoca per vecchi ma sono bastati pochi attimi per capire che nella voce e nelle parole di Leonard Cohen non c’è nulla di vecchio. In un Foro Italico miracolosamente graziato dal nubifragio che si è abbattuto su Roma solo poche ore prima dell’inizio dello spettacolo, il quasi ottantenne cantautore canadese entra in scena curvato dall’età ma con passo fermo e vivace. L’immancabile completo. Il cappello calcato in testa. La voce inconfondibile. Prova a schermirsi, a ostentare la propria fragilità, promette di offrire al pubblico tutto ciò che la sua voce ha ancora da offrire. Sulle prime note di Dance me to the end of love e sul suono del suo violino in fiamme diventa subito chiaro che dove c’è la leggenda non c’è posto per la vecchiaia e che il concerto che sta andando in scena è autentico, ben lontano dall’idea di tributo a se stessi a cui qualche grande  della musica tende a cedere.

La prima parte dell’esibizione alterna pietre miliari della discografia di Cohen (Lover, lover, lover, The future, Bird on the wire, Everybody knowsWho by fireAnthem) e brani tratti dall’ultimo album Old ideas (AmenThe darknessCome healing). C’è spazio per numerosi assolo dell’affiatato gruppo di musicisti: Cohen ce li presenterà con grazia più volte nel corso della serata, non dimenticando di sottolinearne la provenienza da diverse nazioni dei continenti europeo ed americano.

La seconda parte dello spettacolo va dritta al cuore del pubblico: si incomincia con la mitica Suzanne e si continua con un’inaspettata Chelsea Hotel. Le sue parole che raccontano di arte, sesso e cuori leggendari ci ricordano ancora una volta che la storia della musica è lì, proprio davanti a noi. Dopo Sister of Mercy, Heart with no companion e The partisan tocca alla voce limpida di Sharon Robinson, sua storica collaboratrice, riportare l’emozione a livelli altissimi con Alexandra leaving. I’m your manHallelujah e Take this waltz chiudono questo strepitoso set.

È subito tempo di bis e il coro del pubblico caldo ma non abbastanza numeroso da riempire il Foro Italico accompagna So long Marianne e First we take Manhattan. Un sorriso complice accoglie le parole di Going home (“I love to speak with Leonard… he’s a lazy bastard living in a suit”) ma le emozioni ancora non sono finite, c’è tempo infatti per Famous Blue Raincoat, If it be you will (in cui le Webb Sisters prendono prepotentemente la scena) e, infine, per Closing time.

Mr. Cohen si accommiata dal pubblico augurando a tutti di trascorrere la vita circondati da amici e famiglia. O di avere la fortuna di vivere una solitudine che sia benedetta.

La sua, senza dubbio alcuno, lo è stata.

a cura di Giovanna Dipalma

si ringraziano Ila Sonica e Giovanna Dipalma per il contributo fotografico


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