I-Music

Dischi dall’isolamento | L’indiependente

Abbiamo raccolto un po’ di dischi che stiamo ascoltando in queste giornate di isolamento. Sappiamo come la musica sia capace di comunicare con il cervello, animare una connessione tra mente e corpo, evocare immagini e spazi privati di conforto, in qualche senso salvare. Il risultato è una grande sessione terapeutica di psicanalisi collettiva – una collezione di suoni riemersi. Se vi fa piacere prendere spunto ascoltate qualcosa con noi, per poi vagare ancora liberamente verso la musica che preferisce il vostro spirito.

Machweo – Fire and Sea

di Fernando Giacinti

Secondo una notizia uscita su Quartz e poi ripresa da numerosi siti italiani, dall’inizio della quarantena i dati di ascolto su Spotify nel nostro paese non sono cresciuti come ci si poteva aspettare anzi, al contrario, sono crollati. Lo studio prende in considerazione le 200 canzoni più ascoltate: in un mese, gli ascolti sono calati da 18,3 milioni a 14,4. Ovviamente non si tratta di un dato esaustivo, ma può essere interessante provare a capire il perché. In teoria, avendo molto tempo libero, ascolterò tanta più musica, mi dicevo; potrò approfondire artisti che ho ascoltato solo raramente e di fretta, mi dicevo. Invece mi trovo in camera, con le cuffie, ad ascoltare distrattamente dischi che non mi interessano, scrollando sul telefono con una mano e guardando video scemi su youtube con l’altra. Perché? A volte invece, specialmente quando c’è il sole, metto su l’ultimo disco di Machweo – elettronica solare, un po’ french touch un po’ italo disco- al tramonto, guardo la strada deserta sotto al mio balcone e mi lascio trasportare, immaginando un futuro (quanto lontano?) in cui tornerò ad ascoltare musica all’aperto, insieme ad altra gente, senza fare altro se non godermela, pensando a -per dirla con i Velvet Underground- all tomorrow’s parties.


Love – Forever Change

di Fabio Mastroserio

Crowds of people standing everywhere / ‘Cross the street I’m at this laugh affair / And here they always play my songs / And me, I wonder if it’s…

Giugno 1967. Bisogna immaginarselo Arthur Lee nella sua casa di Los Angeles, il mito di Hendrix – di cui è amico e del quale ha la stima – che pesa sulle sue spalle. Due dischi che non hanno avuto successo, la droga e i demoni a tormentarlo, la paura di lasciare la California, di non trovare pusher, di sentirsi male. E, tra le mani, una manciata di pezzi, un tesoro, undici canzoni. Love – registrato con una band a pezzi che risorge, improvvisa, nell’arco di un’estate torrida – uscirà solo a novembre, portando nell’inverno della West Coast il suo carico straordinario di strumenti acustici, di armonie senza tempo, di trombe e orchestrazioni barocche, una psichedelia sognante che con i suoi raggi placa per il tempo di un album inquietudini personali e di un’intera generazione. Le liriche di Arthur Lee, sospese tra esperienze private e un realismo magico e spirituale, sono le tracce indimenticabili di un disco che non vide subito il successo per poi conquistarlo poco a poco, diventando, negli anni, una pietra miliare, citato da decine di band, inserito in ogni classifica. Testimonianza perenne della bellezza che può nascere dall’isolamento, dall’oscurità e dalla paura.


Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane over the Sea

di Viola Pellegrini

But now we must pick up every piece / Of the life we used to love / Just to keep ourselves / At least enough to carry on

Ci sono album che amiamo per la qualità musicale, per una certa innovazione sonora o perché in qualche modo hanno fatto la storia. E poi ci sono album come In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel che trascendono tutto questo, assumendo un ruolo che non riusciamo neanche a indentificare, tanta è l’importanza che hanno nella nostra vita. Durante un momento di assoluta incertezza come quello attuale, sembra strano trovare sollievo in un disco dai testi surreali, basato sulla storia di Anne Frank; eppure, c’è qualcosa nel suo narrare di traumi e perdite che diventa consolatorio. Perché In the Aeroplane Over the Sea ci spinge a intraprendere un viaggio introspettivo e a comprendere qualcosa in più di noi ogni volta che lo ascoltiamo. Brani come Two Headed Boy, Holland, 1945 e la title track, ci ritrasportano verso quel frammento temporale che sta tra la perdita delle illusioni adolescenziali e il diventare adulti: è in questo breve attimo che riusciamo ancora ad intravedere le bellezze disperse attorno a noi. Ed è in quell’istante che scopriamo In the Aeroplane Over the Sea, per poi non abbandonarlo più.


Tycho – Awake

di Ilaria Del Boca

Prima che scoppiasse la pandemia era raro trovare un po’ di quiete tra le vie della mia città sia di giorno che di notte. Così ogni volta che cercavo la concentrazione giusta per preparare un esame all’università, per scrivere un articolo o semplicemente per schiarirmi le idee prendevo la bicicletta e vagavo senza meta con le cuffie nelle orecchie. Awake di Tycho è il disco che più mi ha accompagnato dalla sua uscita nel 2014 alla scoperta della mia dimensione personale, lo ha fatto senza parlare, lasciando che fosse la melodia a definire le mie sensazioni, sempre diverse e nuove ascolto dopo ascolto. Oggi sono sdraiata sul divano e ho acceso la musica nel mio salotto. Chiudo gli occhi sognando di scendere in cortile, slegare la catena della bicicletta e tornare a sentire il vento tra i capelli sulle note fluttuanti di un album che è la colonna sonora della mia vita di giovane adulta. Il desiderio di quello che è stato e che non pensavo potesse essere fondamentale come una boccata d’ossigeno non mi molla e mi fa sentire viva, lontana da annunci, decreti, bollettini e previsioni. Anche quest’esperienza si aggiunge alla playlist emotiva che porta con sé questa raccolta. Siamo in stand-by, ma più svegli che mai.


Soap&Skin – Narrow

di Nico Orlandino

Trapped to fall into/The self house, alone/A jail immured by a wall/In which no single sound feels home

La casa, simbolo di conforto e sicurezza, sta diventando il luogo dell’incubo per alcuni. Le parole di Jail, la brevissima closing track del capolavoro Narrow di Soap&Skin, esprime benissimo questo concetto. Le quattro mura diventano un vicolo cieco del nostro io più profondo che prima di esplodere, soffoca. Un toccante contatto con noi stessi. Nei periodi difficili, vado a ripescare sempre i dischi che mi hanno aiutato a superarli e per assurdo quelli più cupi sono quelli che riescono a darmi la spinta giusta. Con Narrow, la cantautrice austriaca ha confermato tutto il talento che già aveva mostrato col debutto in Lovetune for Vacuum. La sua capacità con semplici mezzi (una voce calda e spettrale, la grazia del pianoforte, le dissonanze dell’elettronica) di raccontare il tormento del mondo interiore dell’essere umano. Narrow significa stretto, angusto, limitato. Ed è un percorso fatto di “restrizioni” emotive quello che percorre i nove brani: dall’elaborazione del lutto della perdita del padre con Vater, alla tenebrosa reinterpretazione di Voyage Voyage di Desireless, dall’apparente quiete di Wonder al taglio spigoloso e gotico di Big Hand Nails Down e Dethmental. E poi la liberazione delle emozioni in Boat turns Toward The port. Un urlo di dolore che si dissolve fra la frammentazione del suono, una rottura necessaria prima di ritrovarsi. Prima con noi stessi, e poi con il mondo che forse, in maniera differente, torneremo a “calpestare”.


Eluvium – Copia

di Martina Neglia

Vivo l’isolamento da una posizione privilegiata in cui posso permettermi di restare a casa, e questo restare a casa non compromette di molto e i miei “doveri”. Posso continuare a studiare, a scrivere; il tempo per me si è moltiplicato e tutto intorno a me mi chiede di essere più propositiva, produttiva, di far fruttare meglio questa preziosa opportunità che si è improvvisamente materializzata. Eppure più mi dicono di “fare” e meno faccio. Come posso dopo tutto imparare e progettare in serenità se non riesco a visualizzare un futuro al di là del mio naso e tutto è permeato da questa presenza pesante e invisibile? Questo quasi-mese di quarantena è diventato quindi per me un tentativo di ricreare il vuoto, la sua calma: sto giocando in sottrazione, non alla ricerca di cose nuove ma nella protezione di quelle mie. Da anni ormai gli album ambient del compositore Matthew Cooper, in arte Eluvium, sono la mia copertina di Linus. Nightmare Ending ha un titolo che è anche un buon auspicio, ma Copia mi porta alla pace di una natura lontana (speriamo ancora per poco).


Warhaus – Warhaus

di Alessandro Spagnolo

Come scegliere un disco da ascoltare in un periodo strano? Si potrebbe anche scegliere partendo dai brani che contiene, da una parola: “isolamento”, “apnea”. Si potrebbe scegliere in base a un mood che con suoni e parole accompagna i nostri pensieri o, al contrario, svolta completamente. Scegliere un solo disco non è facile, devi farlo bene. Un po’ come trovarsi di fronte al dilemma del disco da spiaggia deserta. Il mio disco da quarantena è l’omonimo album di Warhaus, moniker di Maarten Devoldere dei Balthazar, accompagnato dalla sua ragazza Sylvie Kreusch. Maarten ci parla piano, direttamente, con una perfetta voce da crooner, che richiama nomi quali Leonard Cohen e Tom Waits, che contrasta divinamente con quella dolce e flebile della sua compagna Sylve. Le voci, che danzano e giocano a sovrapporsi fino a diventare uno, si poggiano su giri di basso quasi tribali, in un groove intrigante e coinvolgente. “Would you come with me? Keep me company? Would you comfort me?” le domande che si susseguono nell’ultimo brano.


John Coltrane – A Love Supreme

di Gianmarco Giannelli

Tre motivi per cui A Love Supreme, album Suite in 4 parti di John Coltrane che ha cambiato radicalmente la musica jazz (e la musica), è perfetto per questi giorni di isolamento e reclusione. Prima di tutto, è la dimostrazione del potere che ha la reclusione quando si sa bene cosa fare. A Coltrane, Jimmy Garrison, McCoy Tyner ed Elvin Jones è bastato un solo giorno rinchiusi negli studi di Van Gelder per creare un capolavoro. Dalle 8 di mattina a mezzanotte. Pensate a cosa possiamo fare noi in questi mesi… In secondo luogo, se pensate che le vostre giornate siano tutte insopportabilmente simili, sappiate che A Love Supreme è strutturato attorno a una linea di contrabbasso sempre uguale composta da quattro note. Nonostante questo la musica che si sente è sempre nuova e rivoluzionaria. Terzo e ultimo motivo, è il modo migliore per volare ed entrare in un mondo fatto di bellezza e spiritualità, quella vera. Di improvvisazioni e di poesie lette con il sassofono.


Marlene Kuntz – H.U.P. Live in Catharsis

di Francesco Chianese

Il mio disco da quarantena è H.U.P. Live in Catharsis dei Marlene Kuntz. Una scelta atipica per me, un disco che non ho ascoltato per dieci, forse quindici anni, di un gruppo che non seguo da una vita. Un paio di anni fa in questo periodo, al primo anno che mi ero trasferito a Torino, sono andato a un loro live perché sentivo che era il caso di vederli a casa loro, ma per quanto fossero in forma e la loro performance musicale fosse stata grandiosa, i pezzi che non conoscevo mi sembravano suonati da un altro gruppo. Poi all’improvviso un amico appare dal passato e mi segnala che nel vortice dello shopping compulsivo dei primi giorni di reclusione aveva comprato questo vinile in offerta, e me l’ha consigliato. E ha fatto benissimo: erano quelli i Marlene che volevo sentire a Torino. Il vinile suona preciso e tagliente, come i riverberi che mi sono rimasti impressi nella memoria di quel live, che per me è stato il mio primo concerto e ha segnato il passaggio alla mia indipendenza negli ascolti. Quel concerto ha messo in comunicazione il dentro della mia adolescenza ermetica nerd con il fuori del mondo della cultura che chiamavamo “alternativa”: la classica storia del ragazzetto che un pomeriggio prende un treno per Roma e rientra a casa la sera dopo, e risveglia in una Napoli scoppiettante di musica, con tanti locali, i centri sociali, il mio primo gruppo, la nostra cover di Nuotando nell’aria, il palco a Piazza del Gesù gremita di centinaia di ribelli che erano riusciti a venire fuori sani dalle cariche della polizia della mattina a piazza Municipio. Era il 2001. Che i Marlene vi piacciano o meno, il mio suggerimento va preso nella sua genericità: in questo momento di stallo in cui il tempo scorre in modi imprevedibili e passato e futuro si mescolano, anche se non siete nostalgici – io non lo sono – regalatevi un disco che vi parla di un momento bello del vostro passato, che potete ascoltare come si sfoglia un album di fotografie.


Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven!

di Simona Ciniglio

Una cosa che ho realizzato in queste quattro settimane è quanto siano sopravvalutate le parole. Un mezzo ingenuo, diobbuono, da ridere! Non dobbiamo essere davvero così lontani dalle scimmie per illuderci che il linguaggio possa servire a qualcosa che non sia: deformare, alterare, edulcorare, mentire. E quindi niente: persevero diabolicamente nell’errore. Parlo, comunico, aggiorno. Dal vivo, al telefono, sull’internétt. Sul doppio binario dalla destinazione incerta sul quale viaggiamo assieme alla puntuta minaccia dal nome Covid, deragliano ogni giorno i miei propositi, più che mai ciò che sono sfuma nell’indistinto, ciò che voglio perde di senso. Esiste ancora un Io, senza gli altri? La musica e la pagina bianca (quando la vedo!) sono gli unici non-luoghi di devastante sincerità. Per questo ho ascoltato spesso i Godspeed You! Black Emperor. C’è stato un giorno, all’inizio di questo brutto incubo cinematografico, quando ancora il tempo era una cascata, prima di trasformarsi in colla. Quel giorno 7 aerei della compagnia britannica Jet2 diretti in Spagna hanno invertito la rotta, in volo, per fare rientro in Inghilterra, a causa della chiusura dei confini iberici. Un evento rarissimo. Mi sono detta: ok, è la fine, allacciamo le cinture, stiamo precipitando. E mi è tornato in mente uno dei titoli più belli della storia della musica: Lift You Skinny Fits Like Antennas to Heaven. Se c’è qualcuno di passaggio, in volo sul nostro pianeta, ci salverà.


Preoccupations – New Material

di Pier Iaquinta

Non voglio romantizzare questo periodo in nessun modo. Anche se purtroppo, è un ottimo pretesto per parlare di auto-isolamento, volontario o forzato. A volte si vivono periodi del genere, in cui passiamo la maggior parte del tempo soli con quella persona che molto spesso (nella normale routine) sbiadisce in un vortice di impegni e socialità. Quindi ci si trova a cercare di passare il tempo, immobilizzati, nella sensazione di poter fare tutto ma di non riuscire a combinare nulla. La condizione di autoisolamento fa sì che la concentrazione vada e venga. Come un interruttore si accende e si spegne, specie per noi animali abitualmente sovrastimolati. Lo sforzo è quello di riuscire a cavalcare come onde i momenti in cui siamo più attenti e lucidi. La mancanza di concentrazione spesso induce all’indolenza e al tedio, una condizione dalla quale normalmente si cerca di fuggire facendo cose e uscendo di casa. Un trucco attraverso il quale spesso inganno questo malessere è l’ascolto di dischi particolarmente intensi, nel bene e nel male. Tra questi, c’è anche il disco che consiglio a chi ci legge. New Material dei Preoccupations (Ex -Viet Cong) del 2018. Una 40ina di minuti in cui Matt Flegel si tuffa di testa nella melma scura che è la psiche umana in difficoltà. Un’esplorazione speleologica dal ritmo nevrotico e selvaggio, in cui la voce lontana e pesantemente post-punk si appanna nei suoni dei synth anni ’80. Una primizia per chi rincorre la catarsi.


Bruce Springsteen – Born To Run

di Giovanna Taverni

Forse l’ultima cosa di cui avremmo bisogno in tempi così è l’epica dello Springsteen degli esordi, quel modo di cantare gli eroi spezzati dei bassifondi e i loro sogni ammalati di fuga, quelle aperture tese di chitarra che qualcuno ha chiamato un preludio a una versione rock dell’Iliade. Eppure quei sogni disgraziati restano sogni umani, e con la sua voce il Boss pare quasi suonare la carica per mettere da parte quel miscuglio tossico di impotenza e fragilità, rimettere in moto il verso dell’irrequietezza. C’è ancora Wendy seduta sul sedile, la dolce estate maledetta di Backstreets, la strada in fiamme di Jungleland, il vortice velenoso benedetto dal piano di Thunder Road. E a dire il vero il Bruce Springsteen degli inizi riesce a colmare proprio la mancanza di un’epica quando non ne troviamo traccia nella realtà: dove sono finite le grandi utopie, quella macchina imperfetta che si schiantava contro l’avvenire – anche quando eravamo terribilmente consapevoli che questo non fosse il migliore dei mondi possibili, non lo era mai stato. Fa niente conoscere l’inganno di Born To Run: nel turbamento con cui il Boss canta si avverte sempre un’agitazione, una tensione verso il futuro – laggiù, da qualche parte. Non è il momento di fermarsi, devi correre finché sarà, perderti nella speranza che da un mondo allo sbando verrà fuori qualcosa di migliore. Ma in fondo sai che Springsteen è solamente un’anima romantica.