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I rituali del Primavera Sound 2018

In questo momento, ora che il Primavera Sound 2018 è finito, Barcellona salutata subito dopo i Beach House per un improbabile ritorno in after a Bologna, ora che la realtà politica e sociale del nostro paese è improvvisamente ritornata con i suoi toni preoccupanti sulle nostre teste, forse solo ora siamo in grado di capire quale sia il suo valore e il carattere positivo della sua esperienza. Parlare (bene) dei festival degli altri paesi rischia sempre di farci finire nell’esterofilia, ma poi ci guardiamo intorno e, fra le migliaia di connazionali che abbiamo incontrato in questi giorni, capiamo che i legami che ci mancano siano solo questioni superficiali. Si parla spesso delle migliori gioventù, ai festival in cui ci sentiamo circondati da persone che per una ragione o per l’altra ci assomigliano o con cui ci sentiamo più tranquilli e a nostro agio. Non so se quella del Primavera sia necessariamente la migliore, se con loro si possa costruire qualcosa o se sia destinata a venire schiacciata una volta chiusi i cancelli, ma è sicuramente quella con cui vale la pena fermarsi, una risposta, magari banale, con tutti i difetti del caso, su ciò che potremmo davvero essere se tutti si dessero la fatica di ascoltare.

Nick Cave / Eric Pamies

LA QUESTIONE MUSICALE

Questione, o pretesto. Centro e ragione. I concerti del Primavera sono ciò attorno cui tutto ruota ed è complicato presentare una descrizione che possa rappresentare degnamente le stratificazioni di pensieri e sensazione che li ha accompagnati. È più utile raccontare le loro immagini, come nomen omen fondamentali e oggettivi, per non lasciarsi trascinare in una furiosa collezione di attimi personali. Sono le immagini delle scogliere, e di quell’ombra sempre presente, alle spalle di un Nick Cave frammentario e cupo, che fa del pubblico ciò che vuole, da cui torna e rinasce, per tutta la durata della sua esibizione. Il peso sulle spalle che da Jesus Alone ritorna a Loverman e Come Into My Sleep, alla Ship Song e alla ferocia di Distant Sky. Letale e intenso, si mette al piano , sostenuto da Ellis e i Bad Seeds, per nutrirsi e continuare a stare in piedi nel lacerante dolore che lo circonda dalla morte del figlio. Quello di Nick Cave per molti aspetti era uno dei concerti che attendevamo di più, lo attendevano le sue generazioni, lo scoprivano quelle nuove che continueranno a frequentare il festival, una lezione sull’umanità e sul potere dell’ipnosi, della furia creativa, della sottile linea di responsabilità nei confronti di se stessi e dei propri seguaci. Lacrime, davvero. Un pianeta con la propria rotazione che, per un attimo, ha accostato le nostre isole e quelle della galassia Primavera. Con i toni distopici e dispotici, nel senso in cui Björk riesce con la propria teatralità a lasciare a bocca aperta gli spettatori, fatto di micro dinamiche incomprensibili, la performance dal punto visivo più clamorosa che proprio nel Wanderlust trova il suo compimento più centrato. E, poi, ci sono i pianoforti di Nils Frahm, della certezza che si stia assistendo a un uomo proveniente da epoche passate, un tuttofare che gioca con i tasti e li rende composizioni che camminano autonome.

Nils Frahm / Eric Pamies

Sono anche le questioni politiche che garantiscono la stabilità di questo sistema e implicano la libertà, la componente maggiore dell’ossigeno che si respira al Forum, libertà da rivendicare costantemente, anche nelle sue più piccole sfumature. Ce lo insegna Ezra Furman, in un live pomeridiano che faticheremo a dimenticarci. L’amore, dice, ha solo due regole la prima è quella è che deve essere corrisposto, la seconda che no, sia no e basta, dice prima di arrivare a Hounds of Love di Kate Bush. La forza delle parole e la loro inevitabile responsabilità. Da scrivere sul corpo, come nel caso di Queer Power su quello di Ezra e di Muerte al patriarcado durante C. Tangana, o imprimerla nella propria carica artistica. Lottare in prima persona perché nessuno può decidere che ciò che si è sia giusto o sbagliato. A volte diventa forma di tranquillità, come con i Grizzly Bear e Rhye, così lontani nell’esprimere la stessa sorpresa nel mondo dilatato e sognante.

Grizzly Bear / AlbaRuperez

Si finisce spesso nel tranello, che è poi il primo passo verso la discriminazione, quando ci si sorprendere che nel cartellone il numero di progetti interamente femminili raggiunga, o superi, quello maschile. Il fatto che sia stato una edizione particolarmente rosa si deve alla qualità delle donne messe sul palco e dobbiamo smetterla di pensare che questa non possa essere la normalità, soprattutto nel nostro paese. Serve poco per rendere l’idea vedendo come le Warpaint hanno incendiato il palco Mango, uno dei due main stage (ma poi esiste davvero una distinzione di importanza per i palchi del Primavera?), catalizzando l’attenzione sul loro modo di fare rock, continuando con Björk, Kelela e le voci africane di  Omou Sangare, fino al momento in cui il duopolio Birkin-Gainsbourg è stato in grado di riaccendere ritorni romantici. Malinconico e contemporaneo à la Charlotte, regina della sua esibizione ai neon, sicura sul palco, e di quello più retrò, e quello senza epoca di Jean, sontuoso simbolo senza tempo di quella eleganza che sembra destinata a smarrirsi. Deludono, un po’, forse anche per i problemi tecnici, le Haim e Vagabon che comunque portano a casa il loro, sia in termini di forza e fame da palco per le svedesi, sia per la genuinità acerba ma piena di potenziale della ragazza di New York City.

slowdive/ GarbineIrizar

Un capitolo a parte merita il nostro affetto carico di malinconia per quella verve dei cupi screaming ninetines, nella maniera old school di rigenerare un rapporto unico con le chitarre e di raccontare l’esplosione di alcuni sentimenti, in una lunga strada che parte e si condensa nell’esibizione degli Slowdive, nel loro modo scomparire e ritornare violentemente, trasognanti e ricchi di materie preziose in grado di bloccare il tempo nell’introduzione di When the Sun Hits. Ci sono poi gli Oblivians, la reliquia-Shellac e i Lift to Experience, la loro parte di Texas violento, tutto tabacco da masticare e bufali, da cui proviene una certa retorica di John Maus che, stremato, si colpisce in fronte in un bagno di sudore e acidità su Pets. Citando di diritto i reali eredi, cioè gli Idles, scomposti, tragicomici e incazzati, si lanciano sul pubblico, urlano e realizzano di trovarsi a Barcellona solamente quando esausti lasciano il palco. Anche questo a sigillare l’adesione alla causa di un hardcore smisurato e più sincero possibile.

Il futuribile e il presente sono due termini che rincorrono il festival, dall’aerea Pro, in cui appaiono i nostri Populous, Any Other, Cesare Basile e i Guano Padano, fino al mainstage, di diritto, per Car Seat Headrest quello che rispetto a due anni fa continua a prendere confidenza e sicurezza con la propria musica e il ruolo sul palco. Yellow Days ci ha mostrato alcuni dei numeri su quello che potrà diventare, oltre alla già citata Vagabon. Aggiungiamo Tyler, the Creator e Ty Segall, ma non per questione anagrafica, ma per quanto ancora possono raccontarci di questo tempo. Così come lo è da tempo la musica elettronica che nei The Blaze si sono confermati una novità interessante e del tutto da approfondire (senza dimenticare Four Tet, Mount Kimbie o Flying Lotus),

Arctic Monkeys / SergioAlbert

Non c’è spazio per grandi delusioni o bocciature, forse l’unica (in termini di volumi e di aggressività) tocca – per un lungo calcolo fatto di aspettative e attese – agli Arctic Monkeys, ma forse certi di noi li guardano ancora con quell’occhio di quando la bolla dell’indie rock britannico sembrava capirci perfettamente. In realtà Alex Turner è sempre stato chiaro sulla situazione, lo è stato nell’ultimo disco e ha presentato una setlist di conseguenza, puntando su momenti meno di trascinamento fisico rispetto a quelli emotivi, creando una situazione più distesa per lasciare al Tranquility Base Hotel & Casino il tempo di entrare nel nostro immaginario. Vanno visti in questo modo, probabilmente, il terzetto di I Bet You Look Good on the Dancefloor, Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair e Why’d You Only Call Me When You’re High? che anticipano, non a caso, 505.

Chiudiamo con National e la probabile febbre di Beringer, Ride e Beach House, giusto perché aggiungere qualcosa su di loro sarebbe superfluo.

IL RITUALE DEL PRIMAVERA SOUND

Sono tante le cose che si possono portare a casa, la più importante è il non perdersi di vista, anche con gli sguardi che non rincontreremo mai più. Non perdere, cioè, un certo modo di condividere, di potersi girare durante un concerto e sentirsi ancora più sereni se si incontrano degli sguardi più felici dei nostri. Pensare, appunto, di aver costruito una alternativa, non solo musicale, al rinchiudersi in casa. Portare fuori, ripristinare alcuni elementi che cercano di portarci via. Non si tratta più di restare ascoltatori immobili, fare centinaia e centinaia di passi fra un palco all’altro, sentire le gambe stanche e pensare che è già lunedì. Dobbiamo convincerci di prendere il buono, e difenderlo. Ritorniamo al punto da cui siamo partiti e, cioè, l’incredibile capacità di questo festival di creare una sorta di rituali nella vita di chi lo frequenta. Il nostro, da ormai tre anni, è quello di frequentare gli stessi bar, di conversare con nuove persone e con la città. Una tapa da Venus, un café solo y una cañita in piazza Orwell. Quelli di tanti altri ma che ci fanno sentire a casa, con un responsabilità immensa, in un luogo in cui le tensioni non sono mai finite, per cui la lotta e i diritti (anche quelli di divertirsi, ma molto più di essere al sicuro e liberi di esprimersi) campeggiano su una scritta all’ingresso ma spingono a pretendere qualcosa di più. Proprio quella realtà che ci aspetta a casa e con cui, per una volta, dovremmo scegliere di fare i conti.

Lunga vita al Primavera Sound.

Le foto contenute in questa gallery e nell’articolo sono gentile concessione del Primavera Sound . 

L’immagine in copertina è di  Sergio Albert