Interviste

Letteratura e Magia Nera | Intervista a Loredana Lipperini

È una delle gigantesse del panorama culturale italiano. Scrittrice, autrice per la tivù, blogger, docente di scrittura creativa, giornalista, radiofonica e conduttrice televisiva, nei suoi oltre trent’anni di carriera, Loredana Lipperini parrebbe aver percorso ogni singolo sentiero concesso alla ricerca letteraria. Oggi collabora con diverse testate giornalistiche, conduce Fahrenheit, il programma radiofonico di Radio 3, ed è in libreria con Magia nera – eccezionale antologia di racconti edita da Bompiani. Sono poche, anzi pochissime le personalità del mondo culturale capaci di spaziare in modo trasversale e originale lungo l’asse che collega la narrativa alla promozione letteraria. E sono poche, anzi pochissime, poi, quelle in grado di incantare i propri lettori con racconti e romanzi che, pur avendo un impianto fantastico, abbiano possenti radici piantate saldamente nel terreno del reale, del quotidiano. Ecco, Loredana Lipperini può essere inserita, e a merito, in tale novero.

Tra il 2 e il 3 Novembre si svolgerà il FILL, il Festival di letteratura italiana a Londra, e Lipperini sarà tra gli ospiti. Le abbiamo chiesto qualcosa in proposito, e intanto abbiamo parlato di letteratura, di promozione culturale e del rapporto tra narrativa e società contemporanea.

L’Italia, dal dopoguerra a oggi, parrebbe vivere, per certi aspetti, in uno stato comatoso senza possibilità di risveglio. Se da una parte c’è tanta, tantissima fame di cultura, spinta a un’acculturazione sempre più larga e variegata, dall’altra, alle volte, si ha l’impressione che società contemporanea e mondo culturale abbiano serie difficoltà di comunicazione. Credi che sia così? E se sì, perché? Cattiva ricezione del segnale o ostinazione, forse da ambo le parti, a parlare lingue diverse?

In realtà ci sono stati momenti in cui le cose sembravano poter andare meglio: penso alla fame di libri e di saperi degli anni Settanta, per esempio. C’è l’inizio di Lavorare con lentezza, un film di Guido Chiesa scritto nel 2004 con i Wu Ming e dedicato a Radio Alice, costruito come un vecchio cortometraggio muto, e mostra un gruppo di ragazzi, anzi “una banda di rivoluzionari delusi e ansiosi di comunicare” che, dicono i cartelli sul sottofondo di pianoforte, “studiano, studiano, studiano, studiano” (ad libitum). Era decisamente vero. Così come era vero che negli Ottanta, quando l’editoria conosce il suo primo giga-seller con Il nome della rosa, il mondo dei libri sembra uscire dalla nicchia dei felici pochi, e nel decennio successivo, gli anni Novanta, diventa persino facile, per un giovane scrittore, farsi pubblicare, e amare dai lettori, e acquisire un prestigio che prima avrebbe ottenuto, a fatica, in decenni. La scollatura, secondo me, avviene alla fine degli anni Zero, con una crisi non solo economica, ma di fiducia, che coinvolge anche il mondo dei libri, e soprattutto, con i social, che sembrano minare ogni forma di autorevolezza. Il grave errore del mondo culturale è stato ed è il sottovalutare quella che da una parte è sicuramente una richiesta di attenzione e di riscatto (non sempre giustificata, siamo d’accordo) e dall’altra è però una presa di parola pubblica, anche se imperfetta e spesso risentita. L’incistarsi sulle posizioni élite versus popolo deriva, credo, da questo. Come dice un caro amico, un docente di pedagogia peraltro, come Roberto Maragliano: “Siamo diventati sensibili al nuovo rapporto spazio-tempo con il fumetto di Superman (anzi Nembo Kid), sensibili alle forme e ai colori dell’avanguardia artistica con i cartoni di Disney, sensibili ai suoni dissonanti della nuova musica con il rock. La cultura popolare ci ha reso contemporanei al nostro tempo. Contrariamente a quel che ha fatto la cultura (falsamente) elitaria dell’università e della scuola. Tutto qui. E oggi paghiamo questa dissociazione”. In questo perdurante disprezzo sta, anche, il punto di crisi.

Pensi che in qualche modo l’individuo contemporaneo provi diffidenza nei confronti della cultura? Voglio dire, pensi che l’operazione di determinati politici che hanno stigmatizzato scrittori e giornalisti stia dando i suoi frutti o magari si tratta di una diffidenza dettata da un allontanamento, più o meno volontario e cosciente, da parte dei narratori?

Ma quei politici non hanno fatto che intuire quello che buona parte del paese pensa. L’errore mortale del mondo intellettuale è bollare ogni antagonismo come frutto di ignoranza e stupidità, e non aver mai provato a capire a cosa si doveva davvero. Letterariamente parlando, ci si stracciano le vesti quando un’influencer scala le classifiche, o si ha in sprezzo la commemorazione per Camilleri, o si resta convinti che le serie televisive portino via lettori (e in parte è vero) senza sporcarsi le mani con quelle narrazioni. Molta critica continua a pensare che la popolarità di uno scrittore sia il segno di una degenerazione, e che costituisca un fenomeno destinato a diluirsi nel tempo. Convinzione assai diffusa, ma storicamente fallace: se è vero che i nomi di molti autori amatissimi sono sabbia nel vento, molti altri continuano a essere cari ai lettori. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Georges Simenon, J.R.R.Tolkien, per citare i primi che mi vengono in mente e mischiando i generi e anche, per quanto riguarda almeno il gusto personale, la qualità. Sono, tutti, autori amati da lettori “popolari”. E resto convinta che il popolare sia la sostanza prima con cui cimentarsi: perché credo, non da oggi, che le storie degli uomini possano essere raccontate in molte forme. Perché penso che la solitudine femminile, per dire, passi attraverso i versi di Silvia Plathcome attraverso le serie televisive che tanto dispiacciono ad alcuni intellettuali militanti. Penso che si possa capire assai più su Mozart guardando Amadeus (il film) piuttosto che leggendo Paolo Isotta. Penso che il popolare non sia una medicina amara che lo studioso deve ingoiare, o con cui l’intellettuale possa al più trastullarsi, ma l’indispensabile termine di confronto, a meno di non accarezzare il vecchio, delizioso sogno degli intellettuali italiani, che si scagliano contro l’ignoranza delle masse sperando, nel profondo dei propri cuori, che non accedano mai al privilegio del sapere. Passano gli anni, non passa l’atteggiamento: si insegue il lettore, ci si lamenta che questo è un paese che non legge, e quando i lettori esternano il proprio affetto per uno scrittore, come è accaduto con Camilleri, si dice loro che stanno esagerando, perché hanno scelto lo scrittore sbagliato.

Parlando della situazione sociopolitica – e qui mi riferisco ai populismi di tutto il mondo, alle migrazioni di massa e ai morti in mare, a un’Europa sempre più debole e a un netto calo della fiducia generale verso le istituzioni –, quale può essere il ruolo della letteratura? Me lo chiedo sia in generale, sia in senso stretto e cioè per quel che riguarda te. Voglio dire, scrivi anche fantasy e urban-fantasy, credi che il ruolo della narrativa sia principalmente di evasione?

La letteratura corre un rischio, in questo momento, che è quello di farsi didascalica e di far coincidere la militanza con il testo. Provo a spiegarmi con una dichiarazione del regista Franco Maresco, che spiegando il suo film La mafia non è più quella di una volta ha detto: “È una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. È un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi – ti prego di cogliere l’ironia – l’antimafia ha il volto di Pif. L’idea, insomma, è che tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici”. Le sue parole esprimono in pieno quello che provo da diversi mesi, non solo sulla mafia, evidentemente. Ogni battaglia – ogni attivismo, ogni opposizione – deve prendere quell’aspetto, deve farsi allestimento scenico, deve proporre, insieme alle parole e alle azioni, un volto sorridenteo accigliato, un corpo da esibire, una spettacolarizzazione di se stessi che, che lo si voglia o meno, finisce con il semplificare quelle parole e quelle azioni, finisce per farsi performance e, che lo si voglia o meno, chi pronuncia quelle parole e compie quelle azioni diventa, giorno dopo giorno, più integrato nello spettacolo. Diventa personaggio. E nessuna battaglia si conduce da personaggi: non una duratura, almeno. Nonostante le vittorie accumulate, si finisce col perdere la partita, nel momento in cui altri personaggi che funzionano meglio, e non importa quale sia il pensiero di cui sono portatori, si fanno avanti. Conosco pochissime persone che riescono a sfuggire al meccanismo: ancora una volta i Wu Ming, per esempio, che dallo spettacolo si tengono lontanissimi (forse perché fin dai tempi di Luther Blissett conoscevano molto bene Debord). Davvero è difficile, e non è soltanto una questione di social, anche se ovviamente i social contano perché, sempre che lo si voglia o meno, ti sottraggono energie e, velocizzando il pensiero, tendono a renderlo meno sfumato, a farti ragionare per dicotomie.

Del resto, scrivere questo è impopolare: se mi guardo indietro, mi rendo conto che da almeno due anni ripeto la stessa cosa, si parli di femminismi o migranti o terremoto. Dunque, queste benedette vie di resistenza altra occorre pur trovarle: e proprio nella letteratura, non nel corpo dello scrittore o della scrittrice. Nel mio campo, che è quello del fantastico (non del fantasy! Non scrivo fantasy! Al massimo gotico!), trovo che Stephen King abbia fatto moltissimo raccontando quell’America bianca e incazzata che avrebbe poi votato Trump, e lo ha fatto in ogni suo libro; trovo che Margaret Atwood sia stata molto più potente ed efficace nel raccontare il femminismo alle giovani lettrici di qualsiasi campagna per le pari opportunità; trovo che Ursula Le Guin e J.K.Rowling abbiano parlato contro il razzismo, nei loro libri, meglio di qualsiasi convegno antirazzista. Se la letteratura deve raccontare il mondo in cui ci muoviamo, può riuscirci con molta più forza se sa ricevere in pieno volto il fascio di tenebra del presente o, se si tratta di fantascienza, del futuro prossimo (e lo diceva Agamben, non un nerd qualsiasi). Quanto all’evasione: quando è buona, la letteratura fantastica ti mostra chi sei, ti costringe a guardarti allo specchio e a vedere cosa passa in quello specchio. Cito Tolkien, che nel 1947 rispose così a chi accusava Lo Hobbit di disimpegno: “Non solo essi confondono l’evasione del prigioniero con la fuga del disertore, ma sembrerebbero preferire l’acquiescenza del collaborazionista alla resistenza del patriota”.

A proposito dei tuoi scritti. Mischi da sempre generi e lunghezze della narrazione. Ce n’è uno che ti è più congeniale?

Quello che sto percorrendo negli ultimi tempi, in effetti: ho alternato per anni una scrittura di saggistica narrativa alla narrazione pura sotto l’eteronimo di Lara Manni. Ora preferisco proseguire sulla seconda strada, che è comunque il mio modo di guardare al presente, ed eventualmente combatterlo.

In Magia Nera, edito quest’anno da Bompiani, hai scelto il racconto come forma narrativa. Questo nonostante sia notoriamente un genere che, purtroppo, parrebbe essere più debole. Come mai?

Non sono mai stata convinta della debolezza della forma racconto e sono stata sempre una lettrice affamata di racconti, da quando, ragazzina, mi sono imbattuta in Katherine Mansfield. Il racconto chiede maggior rigore, nessuna divagazione, un finale definito: ti mette maggiormente alla prova, ma ti dà anche maggiori soddisfazioni. È questo, per me, a contare, molto più della “portabilità editoriale”.

Parliamo adesso di “identità”. In un’epoca in cui questo concetto è sempre più sfumato, forse per via dei social-network, forse per via delle nuove libertà di “essere” che ognuno ha, come credi che si stia modificando il significato di “identità”? E tu come scrittrice, avendo parlato anche di magia e realtà parallele, come cerchi di narrare un’eventuale, presunta modificazione del suddetto concetto?

Credo che si stia, in realtà, irrigidendo: ho la sensazione che ci si muova in un labirinto di specchi che riflettono solo noi stessi, spingendoci a non considerare altro se non la propria, preziosissima esistenza e mandando in frantumi ogni possibilità di collaborazione. Io provo a seguire, nel mio piccolo, la strada di Shirley Jackson, che descrisse una lapidazione rituale nel suo meraviglioso racconto La lotteria, che uscì sul New Yorker nel 1948. Venne interpretato come resoconto di un fatto reale e non come opera di narrativa. Diventò il racconto in risposta al quale il giornale ha ricevuto il maggior numero di lettere della sua storia, in gran parte negative: in maggioranza si chiedeva una spiegazione sul suo significato, alcune insultavano Jackson, altre chiedevano addirittura la cancellazione dell’abbonamento alla rivista per protesta. Ma ci fu chi scrisse a Jackson per sapere dove si svolgessero le lotterie descritte nel racconto e se si potesse assistervi. Secondo la biografa di Jackson , Ruth Franklin, i lettori rimasero tanto sconvolti dalla Lotteria perché ci videro «un orribile riflesso delle proprie facce, anche se non si resero conto esattamente di cosa stessero guardando». Ecco.

Soffermiamoci adesso sul tuo lavoro come radiofonica, organizzatrice di festival letterarie giurata ai premi – tra cui il Premio Strega, per cui sei un’amica della domenica –. Ognuno di questi, sebbene in modo diverso, è un mezzo di promozione culturale. Qual è la differenza fondamentale tra i quattro?

Mah, in ognuno di questi ambiti mi muovo allo stesso modo: cerco di parlare dei libri che mi hanno convinta, dei libri che trovo “onesti”, senza, cioè, concessioni ad astuzie a tavolino (ma parlo anche di libri in classifica, che mantengano però quel patto di fedeltà con il lettore), e cerco il più possibile di guardare dove altri non guardano.

E per quel che riguarda da vicino Fahrenheit, di Radio 3? Il programma ha compiuto vent’anni proprio qualche giorno fa ma non pare invecchiare, quanto piuttosto maturare. Pensi che questa sorta di trans-narrazione sia efficace nella promozione culturale?

Credo di sì. Qualcuno ci rimprovera perché non facciamo critica, specie stroncature: non l’abbiamo mai fatta. È anche vero che un limite esiste: ad ascoltare Fahrenheit, o a leggere inserti o blog culturali, sono coloro che già leggono. Bisogna arrivare a chi non lo fa.

Come accennato prima, sei molto coinvolta anche in tantissimi premi letterari e festival tra questi il FILL, Festival di letteratura italiana a Londra. Nel tuo incontro del 2 Novembre parlerai di stregoneria, magia e donne. Credi che ci sia un filo conduttore a legare la misoginia che mandò al rogo migliaia di donne, apostrofate come streghe, all’odio di genere che oggi miete vittime in modo spudorato?

Certamente. E l’odio di genere non conduce necessariamente a versare sangue: è quello sguardo beffardo e sminuente che in ogni campo le donne sentono scivolarsi addosso. Ci vorrà ancora tempo per liberarcene.

Progetti futuri?

Un romanzo che sto finendo, con fatica perché non è semplicissimo come struttura e come tema. E, sì, sarà ancora una volta una storia non realistica. E dunque profondamente realistica.