Interviste

Cinque domande a Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro di Torino e molto altro

Fotografie di Alessia Naccarato

Non c’è marketing che tenga, per riportare le persone a leggere libri piuttosto bisogna essere fedeli alla propria passione di lettori. Questa è la ricetta che ha ispirato Nicola Lagioia nel suo lavoro di direttore artistico per il Salone Internazionale del Libro di Torino 2018, ormai prossimo ad aprire le porte. Al termine dell’ultimo incontro del Grand Tour che ha portato il Salone in undici tappe, scelte in città tra biblioteche e librerie indipendenti raggruppate nel Consorzio COLTI, tenutosi all’Ibrida bottega, siamo riusciti a rubare al numeroso pubblico intervenuto Lagioia, che gentilmente ha acconsentito a rispondere alle cinque domande che, riprendendo il gioco proposto dal Salone stesso, avevamo preparato per lui. Né è nata una conversazione molto piacevole e tutt’altro che scontata, che non ha riguardato esclusivamente il Salone.

Salone OFF – Nicola Lagioia, Foto di Alessia Naccarato

Partiamo da te: Lagioia scrittore di origine barese, redattore per Minimum Fax e animatore di programmi radiofonici e pagine culturali di quotidiani e riviste a Roma, oggi direttore del Salone del libro e promotore della vita culturale cittadina a Torino. Cosa è cambiato, cosa cambieresti, cosa cambierai, e soprattutto, quando avremo il piacere di leggere il tuo prossimo romanzo? In che modo essere al centro di grandi iniziative culturali riscrive il piacere della lettura e della scrittura?

Il prossimo libro spero che esca per la fine del 2019. Ci sto lavorando da un annetto, sono uno scrittore abbastanza lento. Sarà un libro molto diverso da quelli scritti precedentemente, sempre un romanzo, sempre un libro molto lungo, intorno alle 3-400 pagine. L’avventura del Salone del Libro è una cosa che ti cambia la vita, perché ti tuffa in un mondo in cui devi prendere delle decisioni completamente diverse da quelle che puoi aver preso nella tua vita da editore. A dire la verità, un’esperienza simile l’avevo fatta col Festival internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove per tre anni ho fatto il selezionatore, quindi l’ambiente dei grandi eventi un po’ lo conoscevo. La cosa bella del Salone è stata, tra le mille difficoltà che si incontrano a fare una cosa del genere – quest’anno c’è stata la liquidazione della fondazione, la creazione di un nuovo ente che ancora non si vede – quella di essere riusciti a dare la propria impronta. Devo dire che su questo le istituzioni ci hanno lasciato abbastanza la mano libera. Abbiamo sempre scelto noi quello che volevamo fare, i paesi ospiti che volevamo invitare, i temi, l’illustratore per la locandina. Cosa cambierei del mio percorso, invece, arrivato a questo punto cosa vuoi cambiare, non bisogna mai guardarsi indietro. L’esperienza stessa della lettura non cambia, è sempre un piacere che uno si concede indipendentemente da quello che fa. Incontrare gli scrittori, conoscerli, è importante, ma la cosa più importante resta leggere i libri. Andare a vedere un incontro con Javier Marias non è la stessa cosa che leggerne il libro. I libri sono più importanti degli eventi che li celebrano. Gli eventi che li celebrano sono un’occasione per stare insieme, per avvicinarsi a determinati temi o libri, ma la vera esperienza è quella della lettura, che resta un piacere solitario, intimo. Il libro è la cosa che ci portiamo a letto, quello è il momento importante. Il resto è un modo per vivere in un momento di aggregazione un piacere che di solito è solitario.

Un po’ a corollario della prima: chiunque ti segue e ti apprezza ha modo di riscontrare in te una grande passione per il libro, oltre che una straordinaria cultura, e la ripresa dei panni di quel personaggio ormai in disuso dalle nostre parti, che oltre a essere scrittore è intellettuale a tutto tondo, e interviene in tutti i contesti dove la cultura è chiamata a fornire risposte. Ma oggi Nicola Lagioia si sente più scrittore, intellettuale, organizzatore di eventi, lettore, o cos’altro?

Mah, in realtà tutte queste cose insieme. Ovviamente Salone e scrittura sono due campionati diversi. Forse alla base di come sono fatto c’è una certa schizofrenia o una certa capacità di fare diverse cose. Ma il Nicola Lagioia che fa il Salone è diverso dal Nicola Lagioia che scrive libri, e diverso dal Nicola Lagioia che è la voce radiofonica di Pagina Tre su Radio Tre. É anche una fortuna aver trovato tutti questi sfoghi, perché forse c’è un’energia in eccesso nella mia vita, nel senso che veramente il mio bioritmo mi spinge a fare tante cose, a ciclo continuo, non per horror vacui, ma come accade ai motori quando vanno troppo su di giri e li devi scaricare. Sono un po’ un iperattivo.

Salone OFF – Nicola Lagioia, Foto di Alessia Naccarato

Passiamo dal direttore all’evento. Abbiamo parlato a lungo, negli incontri del Grand Tour,  della difficoltà delle persone a tornare all’oggetto libro dopo averlo abbandonato tra i banchi di scuola, anche nel caso di chi studia lettere all’università. Come si torna a trasmettere il piacere della lettura, e come pensi che il Salone possa contribuirvi?

Secondo me, l’importante è non tradire la propria vocazione. Noi amiamo i libri, amiamo determinati libri, e scegliamo quelli, senza trasformarci in venditori, in imbonitori o cose del genere. Amiamo determinati fumetti o graphic novel, e ci affidiamo l’anno scorso a Gipi, quest’anno a Manuele Fior, per la locandina. Ci pacciono determinati scrittori, e invitiamo Javier Cercas a fare una lectio magistralis inaugurale. Ci piacciono determinati filosofi, e allora invitiamo Edgar Morin, che grazie a Dio ci dice di si. Senza tradire la propria vocazione. Di solito i soloni del marketing culturale dicono che se alzi l’asticella si riduce il pubblico, si riducono i lettori. Noi l’asticella abbiamo deciso di tenerla alta, forse quest’anno l’abbiamo alzata anche di più. L’anno scorso questo non ha prodotto una diminuzione di lettori, anzi, perché magari la gente si rende conto che non stai facendo il gioco delle tre carte, ma stai facendo una cosa in cui credi. La vocazione dei libri, il linguaggio dei libri, il codice dei libri belli, importanti, dei libri che amiamo, che ci hanno cambiato la vita è opposto alla lingua pubblicitaria. La lingua pubblicitaria punta alla persuasione, ti dice con certezza qualcosa di cui cerca di persuaderti, i libri invece non danno certezze ma sollevano domande e attraverso quelle in qualche modo ti dicono una verità. Uno punta alla persuasione attraverso l’affermazione di una certezza e l’altro punta alla verità attraverso il sollevamento di un dubbio, quindi le due cose sono inconciliabili. Questo è anche il motivo per cui la pubblicità nei libri funziona così poco. Se tu non tradisci la tua vocazione di lettore, di appassionato di libri, tornando anche alla domanda precedente, se non la tradisci forse la gente se ne accorge.

I tuoi discorsi relativi al proposito di fare del Salone una piazza internazionale in cui discutere di libri ci ha riportato alla mente il report che hai scritto di ritorno dal tuo tour in USA e Canada. In particolare, ci ha colpito la contrapposizione tra i festival letterari americani e canadesi e quelli europei, soprattutto quando hai scritto che “ti accorgi che l’Europa esiste soltanto fuori dall’Europa”. Il cambio di focus del Salone dagli USA dello scorso anno alla Francia, la lectio magistralis di Javier Cercas, in che percentuale rispondono a questa esigenza di riscoprire la nostra identità di europei? É possibile secondo te fare del Salone uno spazio in cui gli scrittori europei possano finalmente elaborare una narrative identitaria convincente, com’è stato fatto dagli scrittori statunitensi quando hanno accompagnato la creazione degli Stati Uniti?

Sarebbe fighissimo. Sarebbe una cosa tipo United Stories of Europe. Io mi sono reso conto, non so se perché sono cambiati i miei gusti o perché è cambiato qualcosa, che negli ultimi anni ho letto molta più narrativa europea che americana. Sono usciti dei bellissimi libri in Europa, mentre in Nord America dall’11 Settembre c’è stata una certa stagnazione, il loro ultimo periodo meraviglioso è stato quello degli anni Novanta, in cui uscivano libri stupendi come quelli di Philip Roth, di DeLillo, di McCarthy, di Foster Wallace, di cui tra l’altro quest’anno celebriamo il decennale. La narrativa europea negli ultimi anni è più interessante, sarà perché è un continente strano, un continente verticale che accumula secoli di storia, e quando leggi Saramago senti veramente non solo gli anni Settanta o Ottanta, ma di tornare indietro al Settecento, all’Ottocento. L’Europa è un continente soprendente e abbiamo deciso che dobbiamo prendercene più cura.

Il cast di ospiti del Salone di quest’anno è assolutamente straordinario e nessuno potrebbe lamentarsene: una convention del libro così ricca di grandi nomi internazionali non si vedeva da tempo, ammesso che si sia mai vista. È rimasto qualcuno che avresti voluto portare e non sei riuscito, e che conti di portare l’anno prossimo? Forse Elena Ferrante (chiunque lei sia)?

Hai voglia! Chissà, magari Elena Ferrante c’è venuta, che ne sappiamo. Sarebbe bellissimo avere, a proposito di scrittori sudamericani, Mario Vargas Llosa. Sarebbe bello avere Noam Chomsky. Tra gli europei, Houellebecq, e Karl Ove Knausgård, che prendendo in giro Hitler ha scritto la sua autobiografia in sei volumi col titolo Min Kamp. Anche Johnatan Littel. Insomma ci sono un po’ di scrittori che non sono ancora venuti al Salone. Ci proveremo nei prossimi anni.