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La provincia vive | Chiamata alle Arti 5

La provincia può essere un posto molto noioso. Il paese in cui sono nata e cresciuta, e nel quale vivo tutt’ora, Bra, è un buco di meno di trentamila anime a pochi chilometri da Torino, orfana ormai da parecchi anni di uno dei locali che ha fatto la storia della musica indipendente non solo della provincia di Cuneo, ma del Piemonte tutto, e oserei dire dell’Italia, Le Macabre (se non sapete di cosa stia parlando, vi basterà fare una ricerca su Google per scoprire la favola triste del piccolo locale della nebbiosa provincia granda che ha ospitato Diaframma, CCCP, Subsonica, Marlene Kuntz, Malfunk, solo per citare quelli che mi vengono in mente ora, e che è stato chiuso e successivamente abbattuto per lasciare posto ad un gigantesco condominio che a tutt’oggi rimane ancora ampiamente sfitto). Con gli anni portare la cultura a Bra è sembrata un’impresa sempre più difficile, soprattutto quando quello che si cerca non sempre incontra il gusto della maggioranza, e quindi, non genera un profitto degno di essere tenuto in considerazione. Se ci aggiungiamo il fattore “benessere” e la malsana idea, piuttosto diffusa, che i paesini siano terra di gente di mezza età votata alla tranquillità, allora diventa praticamente impossibile.

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Nadàr Solo – foto di Maurizio Marino

A Bra, però, abbiamo Switch on Future, un’associazione di ragazzi troppo giovani e troppo affamati di cose nuove per farsi questo genere di scrupoli, e pazzi abbastanza da crederci tantissimo. Questo manipolo di una ventina di sognatori ha organizzato per il quinto anno consecutivo un festival con un sacco di presupposti per il fallimento: periodo inusuale, budget risicato e location adatte praticamente inesistenti. Dopo un paio di edizioni passate in sordina, e un altro paio di rodaggio, questa quinta di Chiamata alle Arti – Insolito Festival, che si è tenuta dal 14 al 16 Ottobre, è stata l’edizione zero, il punto d’arrivo ed insieme di partenza. Memorabile, così l’ho sentita definire dalle centinaia di persone accorse da diverse zone del nord Italia per questa tre giorni dedicata all’arte in tutte le sue forme.

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Alessandro Baronciani –  foto di Maurizio Marino

Abile come non mai, l’organizzazione ha saputo usare il piccolo budget a disposizione come una risorsa piuttosto che un impedimento, alternando a nomi più importanti tante gemme locali. Forse pochissimi di voi sapranno chi sono i Kash, band del cuneese che ha registrato buona parte dei propri album con Steve Albini  e che abbiamo potuto vedere venerdì in una delle ormai rare performance live. O dell’esistenza di una fiorente scena noise conosciuta a livello nazionale e proliferata intorno all’etichetta indipendente Canalese Noise Records. Uno dei fiori all’occhiello di questa piccola label sono i Fuh, scioltisi da qualche anno, e dalle cui ceneri sono fioriti progetti paralleli, tra cui T.W.E.E.D.O, che si è esibito in un intenso live set elettronico accompagnato da chitarra e batteria nell’aftershow di sabato. O ancora, che Manuel Volpe insieme al collettivo di ottimi musicisti con cui si accompagna, la Rhabdomantic Orchestra, ha sfornato un disco jazz così maturo, sensuale ed appagante all’orecchio da potersi tranquillamente aggiudicare una nomination a disco italiano dell’anno. L’album si chiama Albore, cercatelo, e Manuel e i suoi musicisti ci hanno inebriati con una convincente performance live il venerdì. Parlando di arte a tutto tondo, non posso dimenticare gli incontri pomeridiani con autori di ogni genere, dal timido Nicola Pezzoli, autore di Mailand, al divertente Ugo Cornia. La fazione dei fumettisti è stata egregiamente rappresentata dalle scanzonate interviste con Simone Angelini e Marco Taddei, genitori della graphic novel Anubi, e Alessandro Baronciani, che a quanto pare riesce a prendere un velox ogni volta che mette piede in Piemonte, o almeno così racconta. Coinvolgente la performance Hotel Massilia, in cui Emidio Clementi, storica voce dei Massimo Volume, legge Stanza 218, il racconto del difficile parto del primo disco di uno dei suoi progetti paralleli, El Munria, illustrato in tempo reale da Maurizio Lacavalla.

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Sorge -foto di Maurizio Marino

I main act sono stati il cuore della manifestazione. Se il venerdì si parte un po’ in sordina con Zibba, una voce meravigliosa votata ad un pop romantico fin troppo facilone (non a caso le prime file erano interamente occupate da donne), la domenica si chiude con l’eleganza e la poetica di Emidio Clementi, che smessi i panni di narratori indossa quelli a lui più usuali di musicista, nella delicata e struggente performance del duo Sorge, portato avanti insieme a Marco Caldera. Ho lasciato deliberatamente la serata di sabato per ultima, non credo di esagerare nell’asserire che abbiamo assistito ad un momento di storia della musica italiana. Dopo l’uscita dello split Verdena/Iosonouncane, l’organizzazione è riuscita a riunire il frontman dei Verdena, Alberto Ferrari, e Jacopo Incani, Iosonouncane, sullo stesso palco per la prima e forse unica volta, per un’intervista a due voci, intervallata dall’esecuzione di brani acustici, a volte in solo, altre in duo, come per l’intensa esecuzione di Stormi. Una chiacchierata informale che ha spaziato dalla musica, alla vita, che ha visto un coinvolto Jacopo oscurare un po’ il più conciso, e da sempre poco avvezzo alle interviste, Alberto, che si è invece rifatto ampiamente nell’esecuzione chitarra/voce di pezzi dei Verdena, di pezzi suoi e di qualche cover, tra cui una struggente versione di Guess I’m Doing Fine di Beck. Quello che più stupisce sono le modalità con cui questi sfrontati ragazzi hanno convinto queste due personalità: semplicemente seguendoli nel backstage dei loro concerti, parlando con loro, spiegando il progetto, sono sicura con la stessa passione con cui lo hanno spiegato a me e a chiunque altro. Nessun intermediario, solo la passione a parlare per loro. Come da copione la serata è stata un successo, con più di milleduecento presenze, nonostante i problemi di acustica dovuti alla location inadatta di cui sopra.

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Alberto Ferrari e Iosonouncane – foto di Maurizio Marino

Insomma, raccontare questi tre giorni senza diventare prolissa è difficile, farlo senza elogiare lo staff è impossibile. A qualche giorno dalla fine, quando la polvere si è ormai riassestata e la provincia sta pian piano tornando al suo torpore, mi rendo conto che organizzare un evento di questa portata da queste parti non è facile, ma raggiungere l’obiettivo prefissato è maledettamente soddisfacente, e probabilmente i ragazzi di Switch on Future sono ormai dipendenti da questa scarica di adrenalina. Non vedo l’ora di sapere cosa bolle in pentola per l’edizione 2017.

 

Tutte lo foto sono di Maurizio Marino