Cover Story

La storia Afroamericana nella voce di Nina Simone

Tempo di lettura: la playlist di Jay Z “songs for survival”

In una domenica settembrile del 1963, quattro membri del Ku Klux Klan avevano riempito di dinamite le scale di una chiesa Battista di Birmingham, in Alabama – all’epoca considerata “probabilmente la città più segregata degli Stati Uniti” (cit. di Martin Luther King). L’esplosione uccise quattro ragazzine e più di venti persone furono ferite. Si trattò di un attentato terroristico della cosiddetta “supremazia bianca”, dato che il luogo in questione era diventato anche il centro di numerose iniziative da parte dei movimenti di proteste del periodo.

Qualche settimana prima, il 12 giugno dello stesso anno, Medgar Evers – una delle tre figure più importanti nel percorso dell’emancipazione nera, insieme a Malcom X e Martin Luther King – fu assassinato mentre tornava a casa, proprio qualche ora dopo il famoso discorso del Presidente John Kennedy, con cui chiedeva il rispetto, il supporto e l’inclusione delle comunità Afroamericane (per approfondimenti, si veda I am not your Negro). Quando Nina Simone sentì della morte di Evers, si alzò, si chiuse nella sua stanza e in meno di un’ora scrisse quella che fu la sua prima canzone di protesta: Mississippi Goddam’.

Picket lines, school boycotts

They try to say it’s a communist plot

All I want is equality

For my sister, my brother, my people, and me.

Da quel momento in poi, Nina assunse piena consapevolezza della sua identità di donna, nera, musicista e attivista.

Eunice Kathleen Waymon nasce il 21 febbraio 1933 a Tyron, una cittadina del North Carolina, sesta di otto fratelli, di un tuttofare e una ministra Metodista. Come in ogni artista che si rispetti, il luogo d’origine lascia una traccia indelebile nel suo percorso di formazione: pur essendo una città meno segregata rispetto alle altre nei dintorni, Tyron riconosce da subito il talento musicale prodigioso della piccola. I suoi residenti ricchi e bianchi, infatti, istituiscono per lei un fondo per poterle pagare le lezioni private di piano. Eppure, quando alla prima recita pubblica, i suoi genitori vengono spostati dalla prima fila perché neri, l’undicenne Eunice si rifiuta di suonare fino a quando non viene permesso di tornare ai loro posti. Come lei stessa dichiarò anni dopo:

“il giorno dopo la recita, andavo in giro come se fossi stata scuoiata. Ma la pelle ricrebbe ancora più dura, un po’ meno innocente e un po’ più nera.”

La questione razziale era in quegli anni combattuta semplicemente sullo stesso piano su cui la ritroviamo oggi; reclamare il diritto al grande Sogno Americano, alla ricerca della felicità, alla vita e alla libertà secondo il principio per cui “tutti gli uomini sono stati creati uguali”, presente nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti (1776). Sembra quasi paradossale, ma al tramonto della presidenza Obama, c’è ancora bisogno di ribadire che la storia Afroamericana è parte integrante di quella Americana. Ed è per questo che le canzoni di Nina Simone risuonano di generazione in generazione, come scolpite su quella carta redatta dai Padri fondatori.

Live out in the country

Where the mountain’s high

Never gonna come back here

Till the day I die

(Baltimore – Nina Simone)

Ricapitolando: ci sono delle tappe fondamentali lungo il tortuoso percorso di rivalsa dell’identità nera all’interno della storia a stelle e strisce. Almeno cinque, secondo Shaun King, giornalista e attivista per Black Lives Matter, il movimento per la lotta contro la violenza sistematica sui neri. Si tratta di una reazione nata inizialmente nel 2013 come hashtag sui social, di risposta all’uccisione del diciassettenne Trayvon Martin, sparato mentre tornava a casa da una ‘sentinella’ bianca (è il caso di sottolinearlo) del quartiere. Il suo non è un evento isolato: non sono così lontane le immagini delle violente proteste a Fergurson, in Missouri, a seguito del caso di Michael Brown, diciottenne Afroamericano sparato a morte dal poliziotto bianco Darren Wilson. Accanto alle manifestazioni pacifiche infatti, ci sono stati numerosi episodi di violenza (sia dalla parte della polizia che dai protestanti) a più riprese, culminate nell’annuncio dello stato di emergenza da parte del governatore.

Tornando ai momenti decisivi nella storia Afroamericana, King ne ricorda cinque:

  • Quando Rosa Parks si rifiutò, nel 1955, di cedere il suo posto sul bus ad un passeggero bianco salito dopo di lei, dando ufficialmente il via al movimento di proteste degli afroamericani con a capo il pastore protestante Martin Luther King;
  • Il discorso “I have a dream”, su cui c’è poco da aggiungere;
  • La nascita dell’Hip Hop, di cui ci siamo già occupati qui;
  • L’album “Thriller” di Michael Jackson, il più venduto nella storia del mondo;
  • Obbligatoriamente la presidenza di Barack Obama, che ha mantenuto alto l’orgoglio afroamericano soprattutto all’alba del nuovo mandato in tinta biondo canarino.

A questa lista King aggiunge l’uscita del film Black Panther, realizzato con cast, produzione e colonna sonora all in black. Il film è già di per sé un record (400 milioni di dollari di incassi nel suo primo weekend) e già si parla di movimento culturale. Autore e curatore della colonna sonora è l’incontestato re dell’Hip Hop del momento, Kendrick Lamar.

Ora, prima di arrivare a lui ci sono altri nomi e passaggi da menzionare, a testimonianza della grossa eredità lasciata dalla “Altissima Sacerdotessa del Soul” nel rap contemporaneo made in U.S.A.

Four Women

La copertina del disco Wild is the Wind, in cui è contenuta Four Women

È la genealogia di quattro tipologie di donna nera, raccontate nella loro permanente condizione di schiavitù. La prima è “Zia Sarah”:

My skin is black

My arms are long

My hair is woolly

My back is strong

Strong enough to take the pain

Inflicted again and again

What do they call me?

My name is Aunt Sarah.

L’appellativo di zia/zio era comune ai tempi della schiavitù in quanto i neri non venivano considerati degni del titolo di Sir/Madam. Tuttavia oggi nella comunità afroamericana chiamare un amico zio/zia è simbolo di rispetto mentre chiamarlo col suo nome di nascita è considerato scortese.

My skin is yellow

My hair is long

Between two worlds

I do belong

But my father was rich and white

He forced my mother late one night

And what do they call me?

My name is Saffronia.

La pelle gialla di Saffronia è un’espressione del gergo afroamericano per indicare la sua provenienza dal mondo bianco e nero.

My skin is tan

My hair is fine

My hips invite you

My mouth like wine

Whose little girl am I?

Anyone who has money to buy

What do they call me?

My name is Sweet Thing.

Sweet Thing è la discendente di Zia Sarah e Saffronia, anche lei mulatta e con una descrizione che fa intuire il suo lavoro di prostituta.

My skin is brown

My manner is tough

I’ll kill the first mother I see!

My life has been rough

I’m awfully bitter these days

Because my parents were slaves

What do they call me?

My name is Peaches!

Peaches rappresenta l’eredità della schiavitù delle sue antenate; i suoi modi sono bruschi e la sua vita è stata dura, è l’incarnazione dei movimenti di proteste civili degli anni di Nina.

Four Women viene pubblicata nel 1966 (c’è una bellissima interpretazione di Nina su Youtube: sono gli anni Sessanta, bellezza) e viene ripresa più volte nella storia della musica: dai Reflection Eternal ai Prodigy fino al sommo Jay Z. Quest’ultimo riprende le quattro sfumature di nero di Simone e le applica alla storia di O.J. Simpson, il personaggio pubblico che ha scandalizzato l’America per aver ucciso sua moglie Nicole Brown Simpson e l’amico Ron Goldman. Una riflessione su come il sogno Americano (o Afroamericano) non è poi così dorato come sembra:

Light nigga, dark nigga, faux nigga, real nigga

Rich nigga, poor nigga, house nigga, field nigga

Still nigga, still nigga

Strange Fruit

È l’inno alla resistenza dei neri d’America durante gli anni delle leggi Jim Crow, quelle che sancirono di fatto la segregazione razziale dal 1876 al 1965. Il testo fu scritto come poesia da Abel Meeropol, un insegnante ebreo-russo del Bronx. Fu eseguito da diversi artisti, tra cui anche Billie Holiday, ed è il racconto macabro del linciaggio degli Afroamericani negli Stati del sud. La “strana frutta” sono loro, quando vengono appesi agli alberi a marcire sotto il sole e sotto il vento e diventano cibo per corvi.

Il pezzo viene ripreso da Cassidy (feat John Legend) che utilizza il sample di Nina per rilanciare la chiamata ai neri d’America a “non mollare”.

Anche se la reinterpretazione più audace la fa quell’altro personaggio di Kanye West, il quale rivoluziona completamente il senso della canzone trasformandola in un testo sulla separazione da un vecchio amore. Provare per credere.

Don’t let me be misunderstood

È stata reinterpretata praticamente da chiunque: dagli Animals, ai Santa Esmeralda nella gloriosa colonna sonora di Kill Bill, fino a Lil Wayne, che utilizza come hook il sample della versione originale di Nina, quel famoso “I’m just a soul whose intentions are good/Oh Lord, please don’t let me be misunderstood”.

Feeling Good

È la sua canzone per eccellenza, quella più famosa, che ha fatto da colonna sonora a film, telefilm, pubblicità di ogni tipo (la prima era per un ammorbidente, nel 1987). Viene ripresa da 50 Cent, da Lil Wayne, e ancora dai nostri titani Jay Z e Kanye West in New Day, in cui condividono la stessa gioia di vivere grazie alla loro nuova condizione di padri (anche gli dei hanno un cuore allora).

E poi c’è J. Cole, che in Who Dat riprende To Be Young, Gifted and Black col verso “I’m young, black, gifted,/live my life on the run”; ancora Kanye West, che in Famous riprende Do What You Gotta Do, col verso “I don’t blame you much for wanting to be free”; anche 50 Cent nella sua Wanksta riprende la stessa canzone di Nina ma versi diversi: “I got a lotta livin’ to do/before I die/and I ain’t got time to waste”.

E poi c’è Kendrick Lamar, che con questi nomi su citati ci è cresciuto. E sebbene non abbia mai utilizzato un sample di Nina Simone, porta, come lei, la voce dell’America nera contemporanea. Come lei, spazia tra diversi generi, dal Jazz al Blues, all’R’n’B, sebbene il suo ambiente naturale sia quello dell’Hip Hop. Come lei, ha scritto pezzi che sono stati inni di protesta dei movimenti delle comunità afroamericane.

Performance d’apertura di Kendrick Lamar alla cerimonia dei Grammy Awards 2018

Un esempio su tutti: la sua Alright, forse una delle sue hit più famose, tratta dall’album pluripremiato To Pimp a Butterfly, è stata spesso cantata durante le manifestazioni di Black Lives Matter, per quel suo verso a metà tra preghiera e rassicurazione: Nigga, we gon’ be alright. Un inno gioioso ma creato anche dalla sofferenza delle vite dei neri d’America, per troppo ancora vittime del sistema vizioso della polizia violenta e della facile reperibilità delle armi. Un problema che riguarda tutti, dai neri ai bianchi, specialmente studenti; ovviamente Trump ha proposto di armare anche gli insegnanti dopo l’ultimo massacro in Florida.

Kendrick Lamar ha raggiunto livelli di popolarità che ovviamente non fanno “distinzioni di razza” né di estrazione sociale; è amato proprio da tutti, dai ragazzini white trash – i tamarri all’Americana – ai politici di tutto il mondo (Obama se l’è ingraziato per bene prima di tutti ovviamente).

La performance di Kendrick Lamar durante i Grammy Awards 2016

E quindi quanto di questo pre-hook racconta della vera America di oggi e di ieri?

Wouldn’t you know

We been hurt, been down before

Nigga, when our pride was low

Lookin’ at the world like, “Where do we go?”

La domanda “dove Andiamo?” è quella che si fecero i primi migranti della Diaspora Africana. Per Lamar le proteste identitarie e la mancanza di orgoglio vanno in parallelo: la rivoluzione politica e sociale ci sarà quando si svilupperà il Black Power, un sentimento di rivalsa per riprendersi la propria identità a livello individuale e collettivo.

E non è dopotutto quello che diceva anche Nina nella canzone che improvvisò (e poi incise) durante un concerto, non appena seppe della morte di Martin Luther King?

My people are rising; they’re living in lies

Even if they have to die

Even if they have to die at the moment they know what life is

Even at that one moment that ya know what life is

If you have to die, it’s all right

Cause you know what life is

You know what freedom is for one moment of your life.

E ancora Kendrick, che inserisce la questione della polizia (po-po) con il proiettile facile sui suoi Fratelli neri:

Nigga, and we hate po-po

Wanna kill us dead in the street fo sho’

Nigga, I’m at the preacher’s door

My knees gettin’ weak, and my gun might blow

But we gon’ be alright

Stessa verve di Nina quando auspicava una rivolta allo stesso tipo di violenza di cui parla Kendrick:

We can all shed tears; it won’t change a thing

Teach your people: Will they ever learn?

Must you always kill with burn and burn with guns

And kill with guns and burn – don’t you know how we gotta react?

Quest’anno Kendrick Lamar è stato premiato alla 60esima edizione dei Grammy Awards (tipo gli Oscar della musica) per Migliore Album Rap, Migliore Canzone Rap, Migliore Music Video e Migliore Performance Rap. Un trionfo assoluto.

Anche Nina Simone varcherà un’importante traguardo per la sua carriera: dopo il documentario What happened, Miss Simone? nominato all’Oscar, la Rock & Roll Hall of Fame, infatti, l’ha nominata per la categoria “Performers”. La cerimonia si terrà presso lo storico museo omonimo di Cleveland, in Ohio, considerato ormai come un’istituzione dell’industria musicale. È uno dei titoli più prestigiosi a cui un artista possa mai aspirare, eppure non siamo certi che la nostra Nina avrebbe completamente apprezzato; non le piacevano le marchette, come lei stessa disse una volta: “il Jazz è un termine bianco per definire i neri. La mia è musica classica nera.”

E chissà che, alla cerimonia di ammissione – si terrà il prossimo 14 aprile – non possa spuntare una performance di Kendrick Lamar in rappresentanza proprio di quella stessa musica.


EXTRA

The earth of my nigga eyes are assassinated. The deep well of my nigga throat is assassinated. The tender bells of my nigga testicles are gone. You assassinate the sound of our bullshit & blissfulness. The bones managing the body’s business are cloaked Until you assassinate my nigga flesh. The skin is replaced By a cloak of fire. Sometimes it is river or rainwater That cloaks the bones. Sometimes we lie on the roadside In bushels of knotted roots, flowers & thorns until our body Is found. You assassinate the smell of my breath, which is like Smoke, milk, twilight, itself. You assassinate my tongue Which is like the head of a turtle wearing my skull for a shell. You assassinate my lovely legs & the muscular hook of my cock. Still, I speak for the dead. You cannot assassinate my ghosts.

Terrance Hayes – American Sonnet for My Past and Future Assassin*

 * Terrance Hayes è un poeta americano, nato nel South Carolina nel 1971. Ha vinto il  National Book Award for Poetry nel 2010 con la raccolta Lighthead. American Sonnet for My Past and Future Assassin si concentra sul tema dell’essere nero in America.