I-Music

L’anno che non c’era

“La vita mi ha servito delle mani perdenti, o magari non le ho sapute giocare, chissà… Ora volevo parlare, ma non avevo nessuno accanto a me: ero un fantasma, non vedevo nessuno, e nessuno vedeva me.” (L’uomo che non c’era).

La citazione del film dei Coen, anche se in una maniera forzata, mi è sembrata la giusta introduzione a quello che è un noir dai tratti comici, se non ci fosse un lato drammatico devastante: il tracollo del settore della musica, in particolare quello dei live e dei festival. Dall’inizio di marzo (e prima in regioni come Lombardia ed Emilia Romagna) c’è stato il blocco totale di ogni attività dal vivo. Tutto il circuito che lavora intorno alla musica si è trovato improvvisamente in un burrone. Insieme al settore turistico, è sicuramente quello più penalizzato da questa emergenza sanitaria.

L’effetto catena non solo sta mettendo a rischio l’esistenza di molti club e la sussitenza di molti lavoratori precari (dai tecnici audio ai fotografi, dagli artisti a chi si occupa di booking), ma rischia di aprire una crisi mai vista prima con una digressione che sicuramente penalizzerà soprattutto il circuito indipendente. Il danno maggiore è la mancanza di prospettiva: provvedimenti e attuali regole spengono ogni possibilità di ripresa per iniziare un cambiamento che aiuti il settore, con la possibilità di scardinare certi schemi che rappresentavano un forte punto di debolezza, prima dell’attuale crisi.

Per questo motivo alcuni degli operatori di settori si stanno muovendo per poter dialogare con il governo (come ad esempio il coordinamento di La Musica Che Gira) che sembra non abbia le idee molto chiare su come funzioni il settore e in quali condizioni e contesto è costretto a lavorare da decenni. Le attuali regole, valide dal 15 giugno, nell’attuale contesto sono ridicole: 200 persone per i posti chiusi (con il distanziamento sociale) e 1000 per i luoghi all’aperto, senza possibilità di somministrazione di cibo e bevande e solo con seduta.

Se le regole non cambiassero a breve, questo porterà a molte conseguenze, soprattutto negative: aumento dei prezzi di biglietti, ridimensionamento dei cachet e dei lavoratori impiegati, perdita dell’esperienza completa del live e nel peggiore dei casi impossibilità di organizzazione di eventi o chiusura delle venue (come è già avvenuto per l’Ohibò e Il Serraglio a Milano); è noto, tranne a chi gestisce la Cultura del nostro Paese, che la somministrazione è determinante quando si calcola la fattibilità di un evento per pagare un giusto compenso e per conseguire un utile.

Ci sarebbero molte questioni da analizzare e ci chiediamo come mai in un contesto in cui dei tifosi possono ammassarsi per festeggiare la Coppa Italia, ci possano essere manifestazioni con assembramenti e si possa tornare nelle discoteche, ballando a due metri di distanza (solo in teoria, si sono già viste immagine di assembramenti in questi luoghi), non capiamo perchè persistano delle regole così assurde per il settore dei concerti.

Abbiamo interpellato alcuni lavoratori del settore per capire meglio quello che sta succedendo e per esplorare i possibili scenari futuri. Ringraziamo per la disponibilità a condividere il loro pensiero Simone Castello (Costello’s Musica, organizzazione live a Milano), Simona Strano (Zanne Festival), Leonardo Cianfanelli (A Buzz Supreme), Marco Stangherlin (Wakeupandream), Matteo Torterolo (Transmissions, Beaches Brew, Lost festival) e anche Nancy Lu (Fancy Pr) per capire cosa sta succedendo all’estero.

Il contest per skater allo Zanne 2015 – Foto di Seppino Di Trana

L’Estate, le regole ridicole e l’esperienza live

Questa estate sarà priva di eventi di spicco. Poche conferme e tutte in edizione limitata come il Locus Festival, Viva e Sparks in Puglia, Paesaggi Sonori in Abruzzo, Tones on The Stones in Piemonte con Nicolas Jaar ospite di punta. Gli altri grandi festival italiani, come Todays e Ypsigrock, sono stati naturalmente rinviati al 2021. Qualcuno, il 15 giugno ha provato a organizzare qualcosa come simbolo di ripartenza, ma quanto sarà sostenibile a lungo termine?

Partiamo dalla Sicilia come simbolo di quei territori più complessi per la musica dal vivo e che già prima della pandemia avevano notevoli difficoltà rispetto ad altre regioni, con eccezioni di spicco come il già citato Ypsigrock, l’Ortigia e lo Zanne Festival. La comunicazione e la produzione di quest’ultimo è stata curata da Simona Strano che ci offre un’idea sulla programmazione a breve-medio termine: « Al momento credo che una programmazione estiva a breve termine non sia realizzabile soprattutto per un motivo in particolare, magari triste ma tremendamente vero: social distancing significa più spazio e meno gente ma nella pratica con costi di produzione praticamente invariati. In un posto in cui il potere di acquisto generale non è fortissimo capirai che alzare i prezzi dei biglietti potrebbe diventare controproducente, soprattutto in un momento di crisi socio-economica come questa. Per l’autunno/inverno il problema si riversa nel mondo dei piccoli e medi club (che al momento a Catania scarseggiano comunque): impossibile pensare a un discorso del genere includendo anche il divieto di vendita di bevande e cibarie che potrebbe supplire un po’ alla mancanza di pubblico. La Sicilia parte già penalizzata per molti motivi, come le già note questioni di continuità geografica. Credo anche che i problemi più grossi possano essere l’eventuale perdita di fette di reddito destinato allo svago da parte degli aficionados della musica live o i fondi di chi la organizza, oppure la stessa paura di frequentare eventi affollati. Credo sia fisiologico. C’è sicuramente fame di eventi musicali: per la prima volta in vita mia mi sento molto ottimista e non credo che il virus possa penalizzare in qualche modo specifico la mia regione perché già i buchi c’erano, sono sempre stati palesi e chi si occupa di musica lo sa bene. Siamo abituati alle difficoltà e ripartiremo a poco a poco. Abbiamo la pellaccia, da questo punto di vista! »

L’edizione 2019 di Ypsigrock, foto di Alessia Naccarato

Marco Stangherlin di Wakeupandream si sofferma sulla criticità delle attuali regole: « Intanto mi limito a registrare contraddizioni e corto circuiti regolamentari che in alcuni settori rendono leciti o comunque tollerati alcuni comportamenti ma li vietano in altri campi. Perché affidarsi al (e fidarsi del) buon senso del cittadino – ad esempio nel gestire l’uso della mascherina all’aperto – ma poi consentire i concerti solo seduti? Cosa impedirebbe al pubblico di stare in piedi, distanziato e se necessario con mascherina, in una grossa area open air? Non spetta a me proporre un compromesso tra le esigenze della sicurezza sanitaria e quelle della sostenibilità economica e dell’integrità artistica di un live… però quando si introducono regolamenti e misure in ambiti così particolari, ci si aspetterebbe conoscenza e consapevolezza di come funzionano le cose in quegli ambiti e/o un confronto con i soggetti che li frequentano e ci lavorano. Invece la sensazione è che le decisioni del legislatore ignorino la fenomenologia e l’economia del nostro mondo (come l’importanza degli introiti derivanti dalla somministrazione). È chiaro che con l’obbligo delle sedie una grossa fetta della musica dal vivo, quella più “di movimento”, sia tagliata fuori. Ed è probabile che le scelte artistiche ricadranno spesso e volentieri su progetti locali, stanti le attuali disposizioni in materia di trasporto privato – andare a fare una data in furgone al momento non è possibile – e i maggiori oneri organizzativi che consigliano produzioni più economiche. Insomma, i concerti di quest’estate saranno un esperimento, un tentativo di ripartenza e di rimettere in circolo persone, emozioni e professionalità. Difficile dire ora se si tratterà di esperienze “monche”. Ad ogni modo prendiamole per quello che sono, cercando di farle funzionare al meglio ma anche di non abituarci troppo e di batterci per una ripartenza piena. »

I Blonde Redhead in concerto a Napoli nel 2015, foto di Michela Sellitto

Simone Castello è uno fra i tanti addetti ai lavori che ha aderito al movimento La Musica Che Gira che è nato con l’obiettivo di “usufruire” del momento sfavorevole per aprire un confronto con le istituzioni per un cambiamento strutturale del settore: « Il mio pensiero è che in questo momento, oltre a cercare di supportare chi sta vivendo una crisi importante, sia bene porre delle basi solide su cui ricostruire il sistema, ma il percorso è lungo perchè temo manchino proprio le fondamenta. Anni e anni di politica “approssimativa” e di noncuranza hanno portato questo Paese in una situazione che era drammatica anche senza l’arrivo del Covid. Ovvio che poi questa cosa abbia completamente scoperchiato tutto facendone emergere le falle con brutalità. Penso che uno degli aspetti da affrontare subito sia quello di avere un approccio più realistico e sostenibile per chi parte ad operare in questo mondo. Bisognerebbe davvero creare i presupposti perchè la cultura possa essere protagonista davvero e soprattutto una professione trattata al pari delle altre categorie. Ma il discorso sostenibilità vale un po’ per tutti coloro che vogliono intraprendere un’impresa purtroppo. Per me è disarmante e anche il primo danno che un Paese può fare nei confronti del proprio virtuosismo economico. »

Anche Leonardo Cianfanelli ha aderito al movimento La Musica Che Gira: « Come sai non ci occupiamo direttamente di live, anche se inevitabilmente ne siamo influenzati di riflesso, positivamente o negativamente. Abbiamo aderito alla recente iniziativa La Musica Che Gira, un gruppo di colleghi, artisti ed addetti ai lavori che si sta muovendo molto bene per colmare questo buco nero che i recenti decreti-legge hanno lasciato. Oltre ad un’importante copertura mediatica, in questi giorni è stato raggiunto il Senato e un’udienza con il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Franceschini. Credo che sia questa la giusta strada da percorrere. »

Matteo Torterolo gestisce la comunicazione di vari festival importanti come il Transmissions e il Lost Festival. Anche lui ribadisce l’impossibilità attuale di una progettualità con le condizioni imposte: « Come dicevo le limitazioni sono tante e pesanti, ma sono convinto che la creatività dei vari organizzatori sarebbe in grado – affrontandole da sole – di superarle, garantendo una buona fruibilità ed evitando l’eccessivo appiattimento dell’offerta. Non penso esista un’unica soluzione, o una ricetta univoca, ma la condizione necessaria per raggiungere quel punto di equilibrio anche qui è la certezza: certezza sulle norme, sulle possibilità, sui limiti, certezza sui sostegni concreti che potranno (o non potranno) esserci. E questa continua a mancare. Manca un orizzonte, condizione imprescindibile per qualsiasi progettualità. »

Distanziamento sociale, sedute e tutte le altre norme potrebbero influenzare in negativo l’esperienza globale del live. Leonardi Cianfanelli sottolinea l’impoverimento a livello esperienziale: « Con estrema curiosità sono andato a vedere un piccolo evento che ha segnato la ripartenza live a Firenze, dove vivo, ma nonostante una performance molto bella e l’entusiasmo di rivedere amici in una situazione che ho sempre considerato per me indispensabile, un po’ di amaro in bocca purtroppo è rimasto. Sono tante le variabili da considerare. Innanzi tutto i concerti non sono soltanto i grandi eventi. L’approccio pratico a rendere possibile eventi piccoli e grandi festival è molto diverso. Le problematiche tecniche, economiche ed organizzative sono diverse e dovrebbero essere affrontate in modo diverso. Resta il fatto che fino a che ci sarà la necessità di norme di sicurezza, non potremo vivere l’esperienza live come l’abbiamo vissuta prima del Covid 19. »

Il pubblico di ToDays festival 2018, foto di Alise Blandini

L’impatto della variabile economica

Gli ingressi limitati e l’impossibilità di somministrazione preoccupa gli organizzatori perchè i costi di produzione lieviteranno e di conseguenza anche i costi dei biglietti, con la necessità di rivedere cachet e compensi. Simone Castello su questo aspetto: « Sicuramente bisogna cercare di ragionare d’insieme. Siamo tutti in una situazione di assoluta difficoltà e per ripartire dobbiamo cercare tutti di operare in maniera orchestrale e con tanto buon senso da parte di tutti. »

Matteo Torterolo: « Ovviamente la situazione attuale si è fatta sentire pesantemente anche per chi lavora alla promozione e alla comunicazione di festival e programmazioni live, e continuerà a farlo: tra eventi annullati, progetti ridotti o rimandati, quest’anno sarà inevitabilmente un anno molto duro per tutti. Per questo dico, guai a farsi trovare impreparati una volta passata la tempesta. Se non si ragiona da subito, a partire da un orizzonte chiaro, su strategie ed azioni possibili, la spirale sarà inevitabile: riduzione dei budget, riduzione del numero e delle competenze delle persone coinvolte, scadimento del livello (che è sempre stato, diciamocelo, miracolosamente alto viste le condizioni “normali”) e della qualità degli eventi. »

Leonardo Cianfanelli rimarca il concetto sottolineando le difficoltà che potrebbero incontrare gli artisti e le band “minori”: « Credo che i grandi artisti potranno rimodulare i loro cachet in un panorama come quello attuale. Lo stesso non possono fare i gruppi emergenti che già suonano in perenne rimessa. Credo nel frattempo si possa anche ricompattare un pubblico che sia interessato all’esperienza del concerto, come momento unico e insostituibile per chi ama la musica. Ma la fattibilità economica come sono messe le cose adesso sembra farci preoccupare più delle difficoltà organizzative dei grandi eventi che dei problemi delle piccole venue. Contributi alla cultura a chi la fa e la diffonde, sarebbero molto utili. Non so come mai, ma non ci spero molto e credo che possano interessare solo una parte di chi lavora con la musica. E forse come hai detto appiattire l’offerta e limitarne la creatività. »

James Blake a C2C 2019, foto di Alessia Naccarato

Marco Stangherlin porta alla luce un aspetto interessante sullo stato del mercato dei live pre-covid e sulla necessità di preservare la dignità dei lavoratori del settore: « Altra questione complessa! Se le cose andavano maluccio prima – e sono precipitate ora – è anche colpa “nostra” e non solo delle istituzioni. E per nostra intendo le agenzie (ma anche promoter e direttori artistici pigri e incapaci di dire di no) che hanno assecondato una certa bolla speculativa della musica dal vivo e così facendo hanno drogato il settore, aumentato la forbice tra grandi e piccoli e contribuito ad un appiattimento dell’offerta. Sarebbe auspicabile che la crisi ridimensionasse e sgonfiasse questa bolla. A ognuno le sue responsabilità. Chi ha lavorato bene e secondo coscienza lo continuerà a fare, saprà se/come/quando è il caso di praticare condizioni più favorevoli per alleggerire gli oneri di un promoter in questo momento difficile; ma non credo che siano questi i soggetti a doversi fare carico della crisi. Così come non credo ai proclami di quanti promettono sconti speciali o dicono di andare a suonare gratis. Il mondo dello spettacolo è uno dei più colpiti e deve ripartire nella dignità del lavoro di tutti: degli artisti, dei tecnici e delle professionalità imprenditoriali coinvolte. Gli atti di beneficenza e le donazioni lasciamole alla sfera privata. »

Simona Strano sottolinea anche i rischi legati al gioco al ribasso dei compensi: « Dietro un ticket c’è tutto quello che dici tu e molto altro. Il lavoro di queste persone viene pagato in proporzione a quello che fanno perché sai bene che è tutta una questione di percentuali. Se una band cancella un tour o ne subisce la cancellazione le ripercussioni sono su tutta la linea: agenzie di booking, manager, tecnici, tour manager, produzioni in loco… un circolo vizioso. Non dimentichiamo poi che spesso le clausole contrattuali tra le parti non sono neanche particolarmente amichevoli. In Italia tanti lavoratori della musica hanno riconosciuti dei diritti (ad esempio penso ad Ex ENPALS o all’ottimo lavoro anche di sensibilizzazione e gestione dei fondi-ammortizzatori che sta facendo il Nuovo IMAIE) ma altri restano fuori, spesso perché non sanno neanche come funziona questo mondo fatto di tasse e previdenza sociale. E ovviamente questo vale solo per l’Italia. Chi ha rapporti con l’Estero sa che non è così ovunque. Anzi, ci sono paesi messi molto peggio che non è comunque incoraggiante per nessuno, non credo nel mal comune mezzo gaudio. Rivedere i cachet degli artisti o i fee di chi si occupa di booking – a livello internazionale e non – solo per tirare avanti e perché non c’è abbastanza lavoro è svilente un po’ per tutti. Mi preoccupa l’idea che andando al ribasso adesso, diventerà poi troppo difficile tornare ai numeri iniziali, a quelli della consuetudine pre-Covid. Sarebbe un disastro irreparabile per queste categorie lavorative, soprattutto per gli operatori più deboli o meno forti: una guerra che potrebbe appiattire ancora di più la proposta musicale e far scomparire le fasce indipendenti, lasciando il mondo della musica live tutto in mano alle compagnie più grandi, o addirittura alle sole multinazionali che hanno la forza economica di comprare interi brand di festival in difficoltà, assorbire agenzie di booking o label e così gestire i vari rami dall’interno. L’abbassamento selvaggio dei prezzi di produzione solo per rientrare nelle spese causate da norme sanitarie e social distancing non è solo il semplice caso del cane che si morde la coda, è una questione mastodontica su tantissimi livelli. »

Color Fest, foto di Alessia Naccarato

Programmazione per club e venue e il rischio di appiattimento dell’offerta

Facciamo un passo indietro e torniamo alle problematiche organizzative legate alle attuali norme e i rischi che questa corsa a ostacoli, che potrebbe diventare l’organizzazione di un live o un di festival, possa avere sulla varietà, la qualità e la quantità dell’offerta.

Simona Strano: « La gestione di eventi come quelli a cui sono solita lavorare (principalmente festival o rassegne senza posti a sedere) sarebbe praticamente impossibile: come si potrebbero coordinare 500, 1000, 2000 o chissà quante persone, mantenendole alla distanza corretta o richiamandole all’uso di mascherine durante tutto un live? Come gestire i servizi igienici? Sanificandoli dopo ogni singolo uso? E i camerini? Anche andando oltre al discorso pubblico, c’è tanta gente che lavora agli show: garantire ai musicisti e a tutti i lavoratori (driver, backliner, runner, tecnici e tutti quelli che stanno nel backstage) la possibilità di lavorare in sicurezza diventa veramente difficile anche solo quando hai 15 persone con mascherine e visiere che montano un palco e scaricano amplificatori, gomito a gomito, con 42 gradi all’ombra. L’appiattimento dell’offerta è un conseguenza serissima ed è importante che se ne parli, quindi grazie per aver tirato fuori l’argomento. È indubbio che non tutti i concerti, le performance, gli spettacoli possano essere fruiti stando seduti, non è nella loro natura, semplicemente. Questo taglierà fuori dal mercato una grandissima fetta di musica e di arti. Molti amici, colleghi e conoscenti resteranno probabilmente senza lavoro per tutto l’anno solo perché si occupano di determinati generi musicali… è terribile. Se non dovessero trovare una via di fuga resterebbero davvero in gravissima difficoltà. Anche senza scomodare i grandi e medi eventi con i nomi grandi, famosi e importanti in cartellone e volendo parlare dei classici localini e pub dove di solito suonano le cover band, non è mancata la recentissima ordinanza con la quale il Sindaco di Catania ha predisposto che i pub possano ospitare concerti all’aperto ma con l’assoluto divieto di utilizzare QUALSIASI strumento a percussione,… anche in quell’ambito l’appiattimento è già evidente e in qualche modo incoraggiato. Questo la dice lunghissima! O fai un live che non preveda un rullante, un tamburello o anche un semplice cajon, per dire, o sei fuori. »

Mac DeMarco al Circolo Magnolia la scorsa estate, foto di Alise Blandini

Simone Castello: « La mia preoccupazione è che, al netto di regolamentazioni più o meno restrittive, l’autunno possa portare davvero una nuova ondata di contagi e quindi compromettere ulteriormente la situazione che è davvero già molto grave. Sicuramente si possono studiare delle soluzioni (più spettacoli in una giornata con meno spettatori, integrazione dello streaming, ecc.) almeno per chi gestisce delle venue. Per i local promoter la cosa si fa sicuramente più problematica invece. Penso che, francamente, ci si possa ingegnare per trovare delle soluzioni, ma che l’unica condizione che potrebbe risanare la situazione è un ritorno alla normalità. Se non ci saranno altre soluzioni, bisognerà sicuramente fare di necessità virtù, ma bisognerà avere un supporto vero da parte della politica e di tutte le realtà coinvolte, perchè produrre musica live comporta dei costi notevoli e se limiti le possibilità di introiti decade la sostenibilità. Per quanto riguarda l’appiattimento dell’offerta penso che chi ha sete di cultura troverà nuovi modi per soddisfarla. Certo l’esperienza live è davvero difficile da colmare, ma staremo a vedere. »

Matteo Torterolo: « Temo che sia molto difficile immaginare una programmazione in questo momento. Da una parte ci sono le condizioni, che definire “quasi proibitive” è un eufemismo. Credo che la musica e la live art in generale non possa essere costretta o ridimensionata senza perdere in qualche modo il suo senso: pensa a quanto ci facevano arrabbiare in tempi di “pace” le limitazioni minime che spesso un festival era costretto a mettere in campo, dallo stop alla vendita degli alcolici dopo una certa ora all’impossibilità di uscire e rientrare nelle venues durante l’evento… cose che fanno sorridere, viste con la lente di oggi. Dall’altra parte, poi, c’è una cosa ancora più grave: l’incertezza del futuro. E non parlo della “normale” incertezza, con cui ogni organizzatore e promoter ha sempre avuto a che fare nella fase di progettazione (tra le tempistiche eterne dei contributi istituzionali e l’imprevedibilità congenita dei partner commerciali). Qui manca qualsiasi possibilità di previsione a breve, medio e lungo termine, ed è una condizione davvero pericolosa per tutto il settore. »

The Soft Moon al Lanificio 25 di Napoli, foto di Serena Mastroserio

I Grandi Festival, le piccole realtà e uno sguardo su New York

Facciamo un’ulteriore digressione e torniamo al periodo del lockdown, quando la maggior parte dei Festival estivi sono stati cancellati o rinviati al 2021. C’è ottimismo sul fatto che nel 2021 questa emergenza sarà finita. Ma sarà davvero così? Si potrà svolgere un festival come siamo abituati a viverlo? È un dubbio che resta, come sottolinea Simone Castello: « Con il passare dei giorni mi rendo conto di avere una visione sempre più “pessimista” a riguardo. La speranza è che gli eventi giochino a favore di un ritorno alla normalità prima possibile, ma ci sono troppe variabili incontrollabili. Ad ogni modo, noi nel nostro piccolo rimaniamo proattivi e prontissimi a ripartire appena si potrà con più voglia di prima. »

Leonardo Cianfanelli, ufficio stampa del Primavera Sound, sottolinea l’enorme lavoro fatto dallo staff del festival per la riprogrammazione della ventesima edizione: « Il futuro dei Festival in Italia al momento è molto nebuloso perché è abbastanza evidente che con le norme attuali non è possibile fare qualcosa di credibile e sostenibile a livello economico. I numeri di contagio e i ritmi di ripresa sono fortunatamente buoni, c’è luce in fondo al tunnel anche se è difficile capire quando ne saremo davvero fuori. Per quanto riguarda il Primavera Sound ti posso dire che è stato un lavoro incredibile e incessante, giorno e notte, che ha coinvolto tutto lo staff. Grazie alla loro straordinaria professionalità legata a una passione senza fine, sono riusciti a compiere un vero e proprio miracolo, giustamente ricambiato con un sold out quasi immediato per l’edizione di Barcellona ad un anno dallo start ufficiale. Poter collaborare con loro ed essere parte del #bestfestivalforever ci onora ed è per noi fonte di grande soddisfazione. »

Pitchfork Festival di Parigi, foto di Anna Chasovskikh

La situazione all’estero non diverge molto da quella italiana e ci sono Paesi come il Brasile e gli Stati Uniti che sono in piena emergenza e per questo è altrettanto impensabile una programmazione per il settore della musica dal vivo fino a quando i rispettivi Paesi non prenderanno decisioni che permettano di rallentare la diffusione del virus. Abbiamo parlato con Nancy Lu di Fancy PR, uno degli uffici stampa più importanti che opera a New York. Nancy ci parla subito dei numerosi progetti saltati e della situazione di incertezza che vivono gli americani, anche a causa del comportamento dell’attuale governo.

Per quanto tiguarda la situazione dei live ci dice: « Sono ancora proibiti gli assembramenti superiore alle 50 persone e quindi non c’è nessuna prosepttiva di live al momento. Non sembra esserci nessuna novità all’orizzonte e gli artisti continueranno a fare i live in streaming. E’ stata approvata una legge di stabilità (Stimulus Bill) e altre leggi per supportare I cittadini che gaudagnano meno di 75K attraverso un assegno una tantum di 1200 dollari, ma il governo è stato lento nei pagamenti e molti non hanno ancora ricevuto nulla. Alcuni club hanno deciso di chiudere e altre realtà, ho la sensazione che faranno la stessa cosa. »

Parole che disegnano una situazione globale drammatica, un contesto dove molti luoghi di cultura non esisteranno più. E probabilmente le piccole realtà o chi lavora con proposte più complesse (come Wakeupandream) potrebbe essere più penalizzato di altri.

I Nu Guinea live all’estero nel 2019, foto di Sara Buonomo

Marco Stangherlin, su questo aspetto, aggiunge: « Il futuro è molto incerto, saranno mesi di mera sopravvivenza. Quest’estate qualcosa si riuscirà a fare ma mi preoccupa lo scenario da ottobre in poi: se le attuali restrizioni dovessero essere estese alla stagione indoor la maggior parte dei luoghi in cui si fa musica rimarranno chiusi. Entrando nel merito degli artisti che propongo ti dico che nei mesi estivi ci sarà spazio solo per gli italiani: è impossibile o troppo rischioso mettere su un tour di artisti stranieri, fossero anche europei. Troppe complicazioni logistiche (viaggi, eventuali quarantene a cui sottoporsi al ritorno) ma anche poche situazioni in cui farli suonare. E con questo mi avvicino alla questione dell’offerta penalizzata: nel periodo storico che stiamo vivendo, con un’economia, già di per sé fragile, uscita devastata dal lockdown, è prevedibile che la propensione dell’organizzatore al rischio e all’avventura (in termini economici e artistici) cali molto. Dopo mesi di inattività e reddito zero, i promoter cercheranno di andare sul sicuro e non gliene si può certo fare una colpa ora, tanto meno se gestiscono un locale privato. Qualcosa però si può e si deve dire nel caso di spazi pubblici, rassegne/festival finanziati o luoghi a gestione mista pubblico/privata. Con la necessità di trasformare gli spazi aperti in arene e luoghi performativi rispondenti alle normative anticovid, la palla passa, ora più che mai, alle amministrazioni locali (da un lato) e alla capacità di promoter e organizzatori (dall’altro) di stare al posto giusto nel momento giusto. A chi e come vengono assegnati gli spazi delle nostre città? Saranno applicati criteri di trasparenza, competenza, merito, inclusione, sarà premiato il grado di innovatività, sostenibilità, contemporaneità, ricerca, pluralismo delle loro proposte? Si tratta di nodi storici che vengono ancor di più al pettine ora che assistiamo ad una inevitabile riduzione delle realtà operative sul territorio e alla conseguente contrazione della varietà e complessità dell’offerta. Realisticamente, non è questo il momento in cui aspettarsi cambiamenti e inversioni di rotta ma è questo il momento di mettere sul tavolo tali questioni. »

Live degli Arcade Fire a Firenze, foto di Simone Fiorucci

La strada per rafforzare il settore

La prima linea guida da seguire dovrebbe essere occuparsi soprattutto di preservare la versatilità e l’ampiezza dell’offerta e dare la possibilità a tutti i territori di diventare contenitori e produttori di cultura e musica dal vivo.

Simona Strano sul territorio siciliano: « Questo per noi è un discorso veramente utopico da sempre: i fondi (e l’attenzione nei confronti della musica) scarseggiavano in tempi buoni, pensa in tempi di pandemia: si troverà sempre l’urgenza di coprire altri campi, lasciando arte e cultura indietro.  Servono fondi ad hoc per la musica ma servono veramente da sempre: abbiamo eventi siciliani eccellenti che funzionano perfettamente da decenni ma possono contare solo su sponsor e fondi privati, ricevendo dalla pubblica amministrazione solo i patrocini gratuiti o pochi spicci. Altri ricevono solo un palco, altri solo agevolazioni sul suolo pubblico. In altri posti le amministrazioni comunali hanno regolamenti che  prevedono di ricevere una percentuale sugli incassi… un controsenso totale! Basterebbero dei fondi, dei prestiti a tasso agevolato, delle semplici coperture assicurative gratuite o un occhio di riguardo per allentare un po’ le imposte locali: la spinta che gli eventi musicali danno al turismo e all’economia locale non si può mettere in discussione. In Europa e nel mondo lo si sa da quasi 60 anni, qui siamo ancora un po’ rallentati. In tutta onestà la “vecchia normalità” per noi Siciliani ha sempre fatto un po’ schifo, in linea di massima. Anche in questo caso mi sento di essere ottimista sul quel che avverrà. Spero si apriranno tanti occhi e si accenderanno tanti riflettori, aprendo nuove opportunità che possano essere davvero l’avvento di un “new normal” per noi isolani. »

Evitare la strada della vecchia normalità dovrebbe essere un promemoria per rivoluzionare questo mondo. Matteo Torterolo sottolinea l’inefficienza dei meccanismi del settore: « Come per tutti gli ambiti della vita culturale italiana, ma per la musica ancora di più direi, la vecchia normalità era tutt’altro che normale. Al di là degli aiuti governativi e regionali, sempre troppo pochi, troppo discrezionali, troppo lenti, a paralizzare (anche) questo settore è sempre stato l’eccesso di regole. E non parlo di regole di sicurezza, quelle sono sacrosante. Parlo dell’assurda, e ahimé proverbiale, burocrazia con la quale chiunque abbia mai provato ad organizzare qualcosa (dal concerto in piazzetta al festival internazionale) si è trovato a dover combattere. Mi rendo conto di dire una cosa banale, ma è davvero ora che “sburocratizzare” e “semplificare” smettano di essere parole astratte o soggetto di promesse elettorali e diventino pratiche comuni, assidue. Il tempo stringe. »

Marco Stangherlin aggiunge considerazioni sui possibili miglioramenti da realizzare: « Una delle poche cose buone di questa pandemia è stata di aver risvegliato il dibattito nel mondo artistico, di aver stimolato un rinnovato confronto tra gli operatori e avergli restituito un po’ di voce nei contesti istituzionali. Certo, si tratta di mestieri e attività in cui ognuno mette sé stesso e porta avanti i propri percorsi con una tale intensità, specificità e irriducibilità che viene difficile immaginare forme di rappresentanza veramente soddisfacenti o istanze politiche che mettano tutti d’accordo. Però sulle precondizioni, sui presupposti, sulle piattaforme normative (e anche concettuali e discorsive) si può e si deve lavorare. Per questo trovo più interessante discutere del post-emergenza, approfittare del momento storico per accendere i riflettori sulla considerazione e sul riconoscimento del valore sociale, politico e formativo dell’arte, e quindi della musica, nel nostro paese. Più che alle misure emergenziali per questi mesi di “sopravvivenza” si deve mettere mano alla “vita” di questo enorme settore nella sua presunta normalità. Qualche piccolo spunto di riflessione: abbassamento delle aliquote fiscali di operatori e imprese culturali, sburocratizzazione delle licenze e delle regole del pubblico spettacolo, detraibilità delle spese culturali, più seri e trasparenti criteri di concessione di immobili del patrimonio pubblico ad associazioni e operatori, abbattimento dei costi organizzativi (in primis SIAE) che gravano su venue e promoter e che innescano una serie perversa di effetti a catena (riduzione dei cachet, lavoro in nero, poca propensione a rischiare, omologazione delle programmazioni etc etc). C’è solo l’imbarazzo della scelta… »

Thom Yorke al Ferrara sotto le Stelle, foto di Francesco Pattacini

Concerti in streaming: strumento prezioso o fenomeno da evitare?

Concludiamo con un argomento che ha molto diviso i “consumatori” della musica dal vivo. Nel periodo del lockdown, abbiamo assistito al fenomeno imponente dei concerti in streaming. Dalle iniziative gratuite di Ferrara Sotto Le Stelle (il festival più attivo da questo punto di vista) all’esperimento a pagamento di DICE con Venerus.

Simona Castello: « Per me l’arma vincente è l’esperienza. Lo streaming diventa un’arma in più nel momento in cui offri qualcosa che vada a colmare il gap che si ha con l’esperienza concerto live. Si può fare in tanti modi diversi, ma credo che ci siano davvero tante possibilità che aspettano solo di essere esplorate. A prescindere dalla possibilità o meno di poter fare dei concerti live, è una cosa che mi affascina e che trovo stimolante a prescindere e su cui vorrei operare quanto prima! »

Matteo Torterolo: « Credo che lo streaming possa continuare ad essere una soluzione interessante, come lo era prima (vedi Boiler Room e affini) e ancora di più in questo momento, per allargare il proprio potenziale bacino di pubblico e per avvicinare lo spettatore a realtà geograficamente o logisticamente distanti. I ragazzi di Bronson, ad esempio, a Ravenna hanno lanciato da poco una serie di live a numero chiuso, accessibili e acquistabili da chiunque tramite la piattaforma londinese DICE. Tuttavia, come dici giustamente tu lo streaming e le possibilità ad esso legate restano uno strumento “aggiuntivo”, che può migliorare e arricchire – mai sostituire – l’esperienza live. »

Marco Stangherlin: « Non so cosa renda appetibile un concerto in streaming. C’è tanta musica in giro, da cercare, esplorare e ascoltare possibilmente con un buon impianto stereo! Sarò un vecchio bacchettone ma per me il live è una corrente che scorre tra i corpi vicini e visibili dei partecipanti (i musicisti e il pubblico), che si propaga e amplifica nella presenza. Il discorso vale per il cinema, che pure è una forma artistica legata alla riproduzione di una pellicola – vuoi mettere un film visto in sala, con schermo e audio appropriati e con altre persone con cui condividi l’aspettativa del pre e scambi i commenti post – figuriamoci per un evento performativo come un concerto! Non voglio demonizzare lo strumento e nei mesi di isolamento ci sono state tante iniziative nate in buona fede e con intenti lodevoli, ma non fa per me e credo che sia un piano inclinato molto pericoloso: c’è già un deficit di realtà nelle nostre vite, cerchiamo di non alimentarlo ulteriormente. »

Handmade Festival 2017, foto di Alise Blandini

Simona Strano: « A parer mio lo streaming non potrà mai sostituire l’esperienza live, ahinoi. Può però essere sicuramente un importante strumento in aggiunta alle performance dal vivo, per qualsiasi arte, soprattutto ora che la quarantena l’ha davvero sdoganato in Italia e nel mondo: è un altro tipo di comunicazione, un altro tipo di approccio. Penso alle live session di KEPX o ai Tiny Desk Concert, ad esempio, che tramite il web hanno sostituito format radiofonici anche cult come le Peel Session e ci hanno fatto scoprire decine di artisti o ci hanno fatto ascoltare come suonano veramente, fuori dagli studi di registrazione. Comunque non si svolgevano in tempo reale. Lo streaming è l’abbattimento di un’altra barriera tra artista/pubblico. Quelli prodotti professionalmente potrebbero essere in qualche modo l’equivalente contemporaneo dei musicarelli italiani degli anni ‘60, da un punto di vista promozionale. Potrebbe essere un modo nuovo per raggiungere ancora più gente, per far crescere le varie fanbase già esistenti o aumentare l’interesse nei confronti dei generi e, soprattutto, degli artisti più sconosciuti o emergenti perché queste dirette hanno introdotto un altro tipo di sensibilità, una certa intimità, in qualche modo. Sono utili anche per riscoprire qualcosa che magari non conoscevamo fino a quel momento. Penso al live streaming di Post Malone fatto in piena quarantena, quando invece di proporre roba propria, ha suonato i Nirvana da casa sua. Chissà quanti ragazzini che lo seguivano per i suoi singoloni da milioni di ascolti su Spotify hanno scoperto così Kurt Cobain e soci. »

Leonardo Cianfanelli: « Durante il lockdown abbiamo visti miriade di esperimenti on line, con una media di qualità oggettivamente veramente bassa. Credo che ispirandosi a modelli già consolidati come quello di KEXP, Tiny Desk o de La Blogothèque, è possibile fare ottimo format capaci di generare interessare e per i quali il pubblico potrebbe essere disposto anche a pagare, ma sono perfettamente d’accordo con te: nessun streaming potrà mai sostituire quell’oceano di emozioni che può darti una performance dal vivo. »