Cinema

Leoni d’oro: una selezione a cura degli indiependenti

Dalle diciannove di oggi pomeriggio sarà possibile seguire in diretta la premiazione della 76esima edizione della Mostra Internazione d’Arte Cinematografica di Venezia (controllate la pagina facebook). Se anche voi quest’anno siete rimasti a casa e avete seguito il concorso solo a distanza, o semplicemente volete riempire il tempo prima di scoprire i vincitori di quest’anno, qui una piccola selezione dei titoli che hanno già guadagnato l’ambito premio al miglior film e che ci sono rimasti nel cuore. Buona visione, e speriamo di vederci l’anno prossimo direttamente al Lido!

Prénom Carmen – Jean-Luc Godard

consigliato da Giovanna Taverni

L’espressione calma, serafica, di un signore che continua a leggere il suo giornale mentre intorno a lui si spara; un’addetta alle pulizie che pulisce il sangue sul pavimento tra i cadaveri stesi a terra: il dolce assurdo del cinema di Jean-Luc Godard. “Tutto quello che serve per fare un film sono una pistola e una donna”: Prénom Carmen non smentisce uno dei precetti del maestro, ci sono le pistole, e c’è la donna, alter ego re-immaginato di una Carmen di Bizet riletta in chiave del cinema di Godard. C’è anche lui – Jean-Luc – a interpretare sé stesso come un ritirato cineasta quasi-impazzito che continua a fumare e rivangare pensieri sconnessi sulla crisi del capitalismo (“nessuno ha bisogno di una bomba atomica o una tazza di plastica”). E poi c’è l’amore – violento, ridicolo, quanto lo è nella realtà: calci e baci, isteria e irrequietudine, una casa vuota dentro cui lanciare scarpe e restare nudi, come si consumasse un ultimo tango fuori città accanto al mare di Normandia. Godard che fa ridere, amare, commuovere, esaltare e pensare, con quel suo linguaggio delle immagini che è poesia e puro cinema. Ci accompagnano i violini, Beethoven, e una canzone di Tom Waits in una delle sequenze più indimenticabili di tutto il film, quando la mano di Joseph si stende pietosa sullo schermo di una televisione accesa e senza segnale. Quel broncio afflitto e annoiato delle ragazze francesi che penetra la camera. “If I love you, that’s the end of you”: il volto di Maruschka Detmers come estensione naturale anni Ottanta di quei volti (Seberg, Karina, Bardot) della primissima fase di nouvelle vague del cinema di Godard. E sul finire della perdizione, l’alba a dirci che siamo ancora vivi. Godard costringe lo sguardo a guardare.

 


Rosencrantz e Guildenstern sono morti

consigliato da Simone Fiorucci

Rosencrantz e Guildenstern sono morti è Tom Stoppard che esce dal teatro e lo fa alla sua maniera, portando il teatro (dell’assurdo) al cinema. Rosencrantz e Guildenstern sono morti sarebbe l’Aspettando Godot del grunge se Aspettando Godot l’avessero scritto i Monty Python e suonato i Mudhoney. Rosencrantz e Guildenstern sono morti è acrobazia filmica portentosa e coltissima, un “dietro le quinte” che si ritrova improvvisamente messo al centro della scena, tra metatesto e avanguardia sofisticata.

Girato nella ex-Jugoslavia un attimo prima che la Jugoslavia diventasse “ex” e benedetto dal talento di un Tim Roth e un Gary Oldman in stato di grazia, si maschera da grottesca tragicommedia esistenziale all’unico scopo di penetrare l’Amleto shakespeariano con gli occhi di due personaggi minori, relegando così il principe depresso in un ruolo secondario di spalla e mettendo in piedi una specie di parodia del concetto di spin-off con largo anticipo sulle pretese di Netflix di venire a spiegarcene il significato.

A Venezia fa il botto da completo outsider in occasione dell’edizione numero 47. Gli anni ’90 sono appena iniziati e ancora non abbiamo idea di tutto il casino che ci aspetterà nel decennio successivo. Per scoprirlo, niente di meglio che tirare una monetina a intervalli regolari, nella speranza di trovare conforto in una teorica sicurezza della legge dei grandi numeri sulla lunga distanza, solo per verificarne la grottesca somiglianza con quella di Murphy e scoprire che esce ogni volta testa. Come Godot, la statistica stoppardiana arriva dunque sempre un attimo dopo che hai aspettato, sperato e alla fine coscientemente abbandonato ogni speranza di far tornare i conti.

 


Faust – Aleksander Sokurov

consigliato da Fabio Mastroserio

Leone d’Oro 2011, il Faust di Aleksandr Sokurov, a valle dei tre grandi personaggi storici indagati in Moloch, in Toro e ne Il sole, pone uno dei cardini della letteratura tedesca ed europea – con la sua sete di conoscenza e il suo incontro con il Male – a chiusura di un’ideale tetralogia del potere. Come nei ritratti – rispettivamente Hitler, Lenin e l’imperatore Hirohito – anche qui l’umanità è osservata attraverso una lente lucida e grottesca che ne esclude ogni possibile mitizzazione. Faust – l’austriaco Johannes Zeiler è un uomo dominato dalla stanchezza e che insegue, ormai, solo ideali di affermazione terrena. Dio non esiste ma esiste un diavolo, infido e malforme, interpretato magistralmente da Anton Adasinsky. Il loro è letteralmente un incessante errare alla ricerca di un inafferrabile – e introvabile – senso, cui assistiamo nel corso di due ore e mezza, immersi nelle tonalità acide del verde, dell’azzurro e del grigio. Solo Margherita, cui presta il volto – bellissimo Isolda Dychauk, sembra strappare questo velo umido di miseria come una lama di luce che spazza via il grigiore, grazie a un erotismo sfumato d’innocenza che appena accennato si contrappone alla mera corporalità degli altri personaggi, e che la trasforma nell’unica e sola forza salvifica. Il Faust di Sokurov è un film a tratti di una verbosità estenuante eppure, allo stesso tempo, saldamente imperniato sulla natura dei corpi – gli stessi che l’alchimista disseziona all’inizio del film; corpi deformati come le stesse immagini che si fanno improvvisamente sghembe e oblique, come tele sommerse dall’acqua e che subiscono il fascino e l’alterazione della rifrazione. Opera quasi pittorica che riconcilia con lo stesso significato di arte cinematografica, rivela ancora una volta Sokurov come unico erede di Andrej Tarkovskij dentro il solco di un cinema d’immagine ma dall’alto valore poetico ed etico.


The Wrestler – Darren Aronofsky

consigliato da Viola Pellegrini

Alla 65esima edizione del Festival di Venezia, fu inaspettatamente The Wrestler di Darren Aronofsky a conquistare il Leone D’Oro.
Dopo il passo falso di The Fountain, Aronofsky tornò al Lido con un film in cui metteva da parte l’ostentato barocco del titolo precedente, favorendo un racconto realistico. Ed è la sincerità adottata dal regista nel tratteggiare la vicenda del wrestler Randy, a essere vincente.
The Wrestler segnò il ritorno sulle scene di Mickey Rourke dopo un periodo dedicato alla box. Grazie al ruolo, l’attore arrivò persino alla nomination all’Oscar. La sua performance è effettivamente sconvolgente: Rourke subisce una metamorfosi fisica, mostrando un corpo segnato dal passare degli anni. E di fronte al suo volto scolpito dal dolore, non possiamo che sentirci inermi.

La storia di The Wrestler presenta interessanti spunti narrativi come il rapporto tra Randy e la figlia (Evan Rachel Wood) e quello con la stripper Cassidy (Marisa Tomei). Se nelle mani di un altro regista il film avrebbe finito per assumere toni patetici, Aronofsky tratta il suo protagonista con imparzialità, limitandosi a raccontarne la vita.
Randy non riesce a condurre un’esistenza normale ed è solo sul ring che sente di essere se stesso. Nonostante un ulteriore combattimento potrebbe rivelarsi fatale, Randy sceglie il wrestling: “Questo è l’unico posto dove non mi faccio del male”.
Quando vidi il film al cinema, restai in silenzio dopo la scena conclusiva. Le parole erano inutili; la canzone di Springsteen che accompagnava i titoli di coda, diceva già tutto.


Vive L’Amour – Tsai Ming-Liang

consigliato da Martina Neglia

C’è una frase pronunciata in Sans Soleil, capolavoro del regista francese Chris Marker, che a mio parere descrive bene la natura di un sentire tutto asiatico. “Ho misurato l’insopportabile vanità dell’Occidente, che ha sempre preferito l’essere sul non essere, cosa è detto sul ciò che è taciuto”. E si può dire che Vive L’amour, secondo lungometraggio del regista taiwanese Tsai Ming-Liang, Leone d’oro a Venezia nel 1994 – insieme a Prima della pioggia del macedone Milčo Mančevski – sia proprio un film che racchiude nel suo cuore narrativo il non-detto, il trattenuto, l’impossibilità di comunicare. Sono tre le figure umane che incrociamo più volte, all’interno di un appartamento in cui per varie ragione riescono ad avere accesso: May Lin, agente immobiliare impegnata nella vendita dello stesso; Hsiao-kang, senza fissa dimora che si impossessa della chiave; Ah-Jung, venditore di strada. Un appartamento che diventa quasi rifugio, in cui tutti e tre riescono ad entrare, sfiorandosi più volte – numero ed emblematiche le sequenze in cui compaiono insieme inconsapevolmente – ma senza mai realmente incontrarsi, in una distanza fisica che diventa distanza dell’animo. Una delle accuse che più viene mossa al regista taiwanese è quello legato a un’impassibilità formale diventata ormai un tratto riconoscibile; eppure Vive l’amour è tutto fuorché un film freddo: è un film di tenerezza e solitudini; di tensioni sentimentali quanto carnali, tanto vive quanto soffocate. Non manca l’amore – sentimento celebrato anche dal titolo –, bensì la capacità di comunicarlo e condividerlo, concederlo e concederselo. E lì dove non arriva la parola, è l’ambiente che si fa testimone e portavoce di un dramma inespresso, come nell’ultima bellissima scena in cui la May Lin – accompagnata solo dal rumore dei suoi tacchi sull’asfalto – ci conduce nel parco semi abbandonato di Taipei.

 


Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza – Roy Andersson

consigliato da Francesco Pattacini

Se ci fosse un modo per definire il cinema di Roy Andersson, sarebbe una versione spigliata di Giacomo Leopardi che, tristemente, osserva il lento e inesorabile tracollo delle esistenze con la vena tragicomica del Brian di Nazareth dei Monty Python. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è costruito sul nonsense, l’assurdo del fine vita con cui si inaugura la pellicola, fino a trasformarsi in tableaux vivents che mescolano epoche differenti, situazioni letterarie assurde, opere d’arte come I cacciatori nella neve di Bruegel – da cui prende ispirazione il film – con la miseria amara della vita quotidiana. Capitolo finale della Trilogia sull’essere umano, composta da Canzoni dal secondo piano You, the Living, quello dei piccioni si realizza nell’impasse, in una struttura tragicomica con pennellate di nostalgia, forse sadica, forse terribilmente ingenua, condensata nei due venditori porta a porta di trucchi e travestimenti che, fantozzianamente, si ritrovano nel cammino indolente di una sopravvivenza funerea e ironica. Non un film in cui si ride ma uno in cui l’empatia, il dramma, l’impotenza, si uniscono per creare un quadretto di paradossale immobilità. Ritornano allora i piccioni, come ultima risposta del quadro di Bruegel, che osservano i cacciatori immersi nella neve e si domandano quale sia la ragione di tutto questo trambusto.