Letteratura

L’indiependente consiglia: libri per sopravvivere all’estate

Eccoci qui, in piena estate, sotto un’ideale capanna in riva al mare in vena di letture. E mentre la stagione calda impazza, in vista del mese più festivo di tutti, vi consigliamo qualche libro che abbiamo letto e ci è piaciuto. Sentitevi liberi di aggiungere le vostre preferenze, e buona estate.

Alba De Céspedes – Dalla parte di lei

consigliato da Marina Bisogno

Qualche anno fa, a pochi giorni dalla partenza per le vacanze, in una Salerno deserta, su una bancarella, pesco da un mucchio di libri Dalla parte di lei di Alba De Céspedes, scrittrice. Non conoscevo il suo acume, la sua sensibilità e la sua capacità di raccontare le donne prima che si affermasse il femminismo. Dalla parte di lei viene pubblicato nel 1949, lo stesso anno in cui Simone de Beauvoir pubblica Il secondo sesso, mentre Sheila Heti non era ancora nata. Alba De Céspedes sonda l’insondato ma l’accoglienza per il romanzo è tiepida. La scrittrice non gode di buona fama: era stata invisa ai fascisti ed il suo nome è ancora sinonimo di anticonformismo. Ricorre alla narrativa per smascherare quello che accade all’interno dei nuclei familiari (le passioni sciupate, la solitudine delle regine della casa, senza corona né trono) e questo disturba i perbenisti. Dalla parte di lei racconta anzitutto una storia d’amore, finché la storia d’amore diventa la lente per scandagliare la famiglia e la società, nei primi anni Quaranta, sullo sfondo l’Italia della Resistenza e dei partigiani. La voce narrante è di Alessandra, che cresce con una madre bellissima, un’artista, dall’animo leggero e un padre che, se potesse, ne incatenerebbe lo spirito. Il dramma si consuma in fretta, lasciando una ferita gigantesca nella ragazza che, innamorandosi di un uomo diverso dal padre, si illude di non cadere nelle trame del possesso. Affronterà altro: l’egoismo del compagno, la sua mamma onnipresente, una delusione cocente. L’epilogo è drammatico, amaro, altamente simbolico: la donna che si illude di trovare sé stessa nell’amore si dispera perché quell’amore volge l’attenzione altrove e non le resta che azzerare ogni cosa. Il livello pubblico e sociale della narrazione si mixa alla sfera privata dei protagonisti, che con i suoi strappi accende riflessioni ancora attuali.


Jacopo La Forgia – Materia

consigliato da Martina Neglia

Forse l’estate, e quindi le ferie e un po’ di tranquillità non sono il momento ideale per confrontarsi con il cambiamento climatico, ma credo che la letteratura abbia una sorta di dovere di fare da testimone o debba in qualche modo sfruttare il reale per immaginare il futuro – a giudicare dalle notizie, neanche così lontano peraltro. In più, in questi mesi più caldi dell’anno e della storia, dove il tempo si dilata e non ci viene richiesta una corsa continua, non c’è niente che riproduca meglio quel senso di sospensione dei sensi di Materia – La fuga degli elementi, romanzo di esordio di Jacopo La Forgia pubblicato da effequ. Un libro onirico che si incastra perfettamente in questa nuova e viva scia di romanzi distopici che stanno proliferando in Italia e nel resto del mondo. In Materia il disastro ambientale ha cancellato buona parte delle specie animali conosciute e dei territori così come li conosciamo; l’acqua è una presenza viva, che inghiotte togliendo luce e facendo vincere le tenebre. I protagonisti del romanzo sono tre ragazzi: Elena, Andrea, Gabriele; tre giovani le cui esistenze restano legate dall’amicizia e dagli elementi. Ma è sicuramente Elena la forza motrice della storia del libro, con lo spirito incendiario di chi sa che anche se il buio non può essere mai vinto del tutto, bisogna ancora provare ad accendere il fuoco. Elena che ha il nome che attinge al mito e il cui viaggio la porta a essere testimone dell’ultima storia degli uomini. E in questa sorta di romanzo a racconti, le ultime memorie del mondo prendono vita attraverso la penna di La Forgia in modo vivido, immaginifico e denso – forse prevedibile per uno scrittore che fa dell’immagine una professione (si occupa di reportage fotografici), ma non per questo meno valido.


Sandra Petrignani – La Corsara, Ritratto di Natalia Ginzburg

consigliato da Stefano Peradotto

Corsara, ossia controcorrente, minoritaria, dissidente. Natalia Ginzburg è stata una delle personalità più influenti del Novecento italiano, nonostante il suo carattere timido, riflessivo, spesso bisognoso di un contraltare (Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Elsa Morante, Gabriele Baldini, Cesare Garboli) che ne schiudesse quella riservatezza understated tipicamente torinese. Ma quando la sua voce si liberava, colpiva, affilata come una sciabola piratesca. “Quando dice credo, la Ginzburg afferma”, sintetizzerà perfettamente Calvino. Sandra Petrignani dipinge quest’intellettuale così complessa ne La Corsara, edita da Neri Pozza, una biografia scorrevole come un romanzo e autorevole come un saggio. È un affresco completo quello della Petrignani, che intorno al ritratto della Ginzburg disegna anche il panorama culturale nato al liceo Gioberti di Torino durante il Ventennio fascista, formatosi nell’Einaudi e arrivato fino ai giorni nostri. Proprio in questo contesto – in cui pur era cresciuta e che aveva fondamentalmente contribuito a creare – la Ginzburg assunse posizioni corsare, fuori dal coro. Anzitutto con le opere letterarie, caratterizzate da un ritmo e da un’intimità introspettiva aliena a ogni avanguardia del secondo Novecento. Ma anche con i suoi articoli giornalistici, mai inquadrabili in una visione univoca, e con le sue scelte di vita. Di famiglia ebrea (però non praticante) si convertì al cattolicesimo e sostenne, durante l’attentato di Monaco ’72, posizioni filo-palestinesi. Portavoce dei diritti e delle battaglie femminili, ma capace di affermare: “Non amo però il femminismo come atteggiamento di spirito. Lo trovo una visione del mondo rozza, povera, riduttiva e limitativa, che segnala un non superato complesso d’inferiorità”. Parlamentare per il PCI pur non avendo mai preso la tessera del partito. Un diamante dalle molte sfaccettature, quindi, da scoprire o approfondire, quest’estate, nelle pagine de La Corsara.


Jennifer Egan – Il tempo è un bastardo

consigliato da Simona Ciniglio

Tredici racconti legati dal tema del tempo e della musica. Il tempo è un bastardo è la storia poco lineare e ragionevolmente struggente di Sasha, Bennie, Scotty, Jocelyne, Lulu, Drew, Robert, Jules, Kitty e tanti altri personaggi che valse a Jennifer Egan un meritatissimo Premio Pulitzer nel (già) lontano 2011. Da Sasha e Bennie, dalle loro giovinezze ed età adulte si irraggiano le storie dei personaggi intrecciate grazie a un’ars combinatoria che tiene insieme terza e prima persona, passato, presente e futuro, linguaggio multimediale, memoir, articoli giornalistici. L’industria musicale e dello spettacolo: dai musicisti ai producer, dagli uffici stampa alle segretarie, dai giornalisti alle ragazzine tutto rock e incoscienza è reso in questo romanzo che è epopea dell’errore, come tutta la buona letteratura. Di quello che passa tra A e B, due punti ideali indicanti il passato delle illusioni e il presente della realtà – le due sezioni in cui si divide il romanzo-raccolta di racconti ma anche i due lati di un 45 giri, è  composto questo dettagliato passaggio di coscienze, diario del disincanto e compendio di critica dell’oggi in stile postmoderno virato empatia. “Bennie sapeva che quella che stava spargendo per il mondo era solo merda. Troppo limpida, troppo pulita. Il problema era la digitalizzazione, che succhiava via la vita da qualunque cosa filtrasse attraverso le sue maglie microscopiche. Un olocausto estetico! Bennie sapeva che certe cose era meglio non dirle ad alta voce.” Dalla purezza del suono a quella degli intenti, i personaggi di Jennifer Egan si fottono l’innocenza, come è inevitabile, come è proprio del tempo bastardo. Tutto si corrode corrompe consuma: c’è chi muore a stento e chi scivolando nella corrente, chi si droga, chi si salva parzialmente, tutti avanzano segnati e più indifesi e teneri, inutilmente cattivi. Attraverso un racconto in diagrammi powerpoint apprendiamo le ultime notizie dalla famiglia di Sasha, un tempo segretaria di Bennie Salazar, prima consumatrice accanita di concerti, prima ancora intenta creare ricordi da seppellire, e che in seguito ha un figlio autistico ossessionato dalla musica e dalle pause. “La musica ti fa pensare che la canzone sia finita. Invece scopri che non è finita, e per te è un sollievo. Poi però la
canzone finisce davvero, perché tutte le canzoni finiscono, ovviamente, e STAVOLTA. LA. FINE. È. VERA”.
Dall’archivio disarticolato della memoria, tra innesti e sovrapposizioni, la voce del tempo si dispiega in sinestesie e rimbalzi: in mezzo ai salti gli anni -e non vuoti- ma pieni di voci anche nel silenzio. Finchè c’è vita c’è suono. Fare vita della scrittura significa rispettare l’incoerenza del ricordo, la costruzione multiverso di coscienze che tracciano solchi concentrici, come su un vinile. Il sole e il suono, qualche volta il sesso, sempre l’amarezza che contiene l’amare e le sue conseguenze, già da prima di Servillo.


Emma Reyes – Il libro di Emma

consigliato da Federica Guglietta

Quest’anno ricorre il centenario dalla nascita della colombiana Emma Reyes, pittrice di opere magiche e coloratissime incoraggiata alla scrittura da Gabriel García Márquez. Per festeggiarla, l’editore che la pubblica in Italia, edizioni sur, riporta in libreria la sua prima e unica opera letteraria, Il libro di Emma (già pubblicato nel 2015 nella collana «Little Sur» con il titolo Non sapevamo giocare a niente): l’epistolario che Emma Reyes indirizza all’amico Germán Arciniegas tra il 1969 e il 1997, rievocando, con sconfinata tenerezza e duro realismo, la propria infanzia vissuta, per i primi anni, in una stanzetta sporca e senza finestre a Bogotà con sua sorella Helena, il piccolo Eduardo e la Signorina María che non era la loro mamma, e poi nel convento in cui entrambe le bambine cercarono di ambientarsi, seppure sotto l’occhio titubante e severo delle suore che non le consideravano al pari delle altre piccole e giovani al loro servizio. Per le suore, Helena ed Emma erano delle trovatelle, probabilmente mai battezzate, quasi sicuramente molto più povere delle altre compagne ospiti in convento. Qui Emma vive delle esperienze importantissime per la propria crescita che ricorderà per tutta la vita. Raccontando degli anni più delicati e difficili dell’infanzia in un’atmosfera a metà tra il romanzo di formazione di dickensiana memoria e il realismo magico tanto caro a Gabo, Emma Reyes ammalia e spaventa, capace di commuovere chi legge e di strappargli anche più di un sorriso sotto i baffi arrivando, lettera dopo lettera, a travolgerci proprio grazie alla potenza di una storia narrata con voce, occhi e gesti di Emma-bambina che arriva a stringere tra i denti il mondo intero pur di non sottostare a quella ingiusta condizione di nascita. Un bel libro, Il libro di Emma. Da leggere e rileggere, magari sotto l’ombrellone o tra una passeggiata in montagna e l’altra.


Javier Marías – Domani nella battaglia pensa a me

consigliato da Giovanna Taverni

In estate non si può far altro che immaginare di attraccare su isole remote e lontane. E allora pensiamo al Regno di Redonda, una piccola isola disabitata delle Antille dove il re porta il nome di Javier Marías, e ha conferito titoli nobiliari a Umberto Eco, Claudio Magris, Alice Munro, tutti duchi di questa terra quasi immaginaria. Una monarchia illuminata, nel segno del gioco letterario di uno dei maggiori scrittori di narrativa spagnola contemporanea. Domani nella battaglia pensa a me ha già 25 anni e ancora si lascia divorare, con quel titolo che strizza l’occhiolino a Shakespeare, e una storia che incuriosisce sin dalle prime pagine per portare il lettore voracemente in direzione dell’epilogo. Un lui incontra una lei in una notte assurda dentro una casa qualunque di Madrid: lei è sposata, il marito è fuori, c’è solo il loro bimbo in casa a osservarli, testimone inconsapevole perché ancora troppo piccolo per capire. D’improvviso, e poco prima dell’amplesso, lei muore, lui fugge nel cuore della notte, con il panico addosso di chi si accorge che tutto in quella casa è sconosciuto. I romanzi di Marías affondando dentro private indagini dell’animo umano, e così Domani nella battaglia pensa a me compie il piccolo miracolo di portarci dentro voce e pensieri del suo protagonista, e del microcosmo famigliare della lei defunta che a mano a mano si compone. E se all’epoca lo scrittore spagnolo ammetteva ancora una certa difficoltà a tentare la stessa operazione con un personaggio femminile, con il tempo riuscirà a indagare anche anime femminili, come conferma la maestria dell’ultimo romanzo Berta Isla. Leggere re Marías è un piacere, una boccata d’aria per distrarsi da afa e mosquito. Da alternare alla spericolata narrativa di Enrique Vila-Matas per un viaggio ipotetico in terra di Spagna. ¡Ándale!’


Goffredo Parise – Il prete bello

consigliato da Paolo Bergamaschi

Sono gli anni del fascismo tra la guerra di Spagna e quella mondiale, in una indefinita città del Veneto Goffredo Parise mette in scena il suo Prete Bello, probabilmente il suo romanzo migliore, sicuramente quello di più successo con le numerosissime edizioni italiane e straniere. Sergio è il giovanissimo protagonista del romanzo, vive con la famiglia molto povera, in un tipico caseggiato italiano, che ospita fra i suoi dedali di scale e sottoscala tante altre famiglie con le proprie storie. È in questo ambiente, povero ed affollato e allo stesso tempo brulicante di vita, che Sergio e Cena, il suo amico del cuore, patetici e sfrenati ragazzi, creature in carne ed ossa più che di carta e inchiostro, vivono la loro infanzia di espedienti per mangiare e sogni ad occhi aperti di biciclette con cui correre lontani e liberi. Tra gli intrighi amorosi di Don Gastone, il prete bello che ha combattuto al fianco della falange spagnola e ogni domenica riempie di speranze molto terrene e sospiri le zitelle del quartiere, la comica figura del Cav. Esposito ex-carceriere napoletano animato dalla fede incrollabile verso il suo gabinetto privato e verso il duce, le rimostranze del nonno socialista di Sergio alla parata di Mussolini fra le vie della città, a cui probabilmente pensava il Fellini di Amarcord, Parise con grande sagacità e taglientissima ironia riempie le pagine del suo romanzo di pittoreschi e realistici personaggi, offrendoci un dissacrante quanto accurato spaccato della vita di provincia, in un clima permeato di un fascismo ridicolo e di facciata. È un testo audace, che con la sua appassionata sincerità, continua a divertire e commuovere anche ad ormai più di 70 anni dalla prima edizione, da leggere e rileggere assolutamente per capire che cosa fosse e sia l’Italia profonda e provinciale.


Elena Ferrante – L’invenzione occasionale

consigliato da Manilla Telesca

Elena Ferrante non è solo l’Amica geniale, ma molto altro. Se avete voglia di leggere qualcosa di più personale, intimo e appassionato L’invenzione occasionale, edito da Edizioni E/O, fa decisamente al caso vostro. Cinquanta frammenti di pensieri sono accompagnati dalle illustrazioni di Andrea Ucini che fanno immergere il lettore nella mente pungente e anticonformista dell’autrice. Il volume raccoglie tutti gli articoli che sono stati scritti dalla Ferrante nella sua rubrica sul The Guardian, per un anno. L’autrice affronta diversi temi, dal primo amore a come ha deciso di smettere di fumare quaranta sigarette al giorno, dalla passione per le piante all’insonnia. Mi ha ricordato un po’ il saggio di Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita. Si prende una parola e la si analizza, la si fa propria e ci si espone. «Non mi ero mai messa nella condizione di dover scrivere per obbligo, chiusa dentro un perimetro inviolabile» ci confida in Urti. Ed è proprio questo l’obiettivo della Ferrante: uscire dagli schemi. Come se fosse un esercizio di stile mai banale e sempre attuale, in Figlie vediamo che si manifesta il suo pensiero sul progresso sociale distaccandosi completamente dalle forme di razzismo che stanno prendendo il sopravvento in questo periodo storico. «Non ho nessuna comprensione per i ragazzi che al mondo d’oggi oppongono i tempi d’oro in cui tutti sapevano stare al loro posto, cioè dentro un ordine fondato su gerarchie sessiste, razziste, classiste. Certe volte, specie quando si proclamano adoratori di Mussolini e Hitler, non mi sembrano nemmeno ragazzi, tendo a trattarli ancora più duramente dei vecchi a cui si ispirano.» La Ferrante non sbaglia un colpo e anzi ci bombarda con la brillantezza della sua mente offrendo al lettore spunti di riflessione su vari temi, dai più superficiali a quelli di maggior spessore.