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L’indipendenza e la polvere | Intervista a Simon Reynolds

Independence that I’m afraid of this time / And not to base this scene on it’s not my / Independence I’m ashamed of cantavano in Chewing Gum Weekend i Charlatans negli anni ’90, mostrando quella necessità di avere uno spazio altro in cui poter essere se stessi, solo per un po’, giusto il tempo che la gomma perdesse il suo sapore e si potesse sputare via senza rimpianti. Indipendenza è nella storia della musica una parola trabocchetto, i cui contorni sono sottili e sfumati, argomento di disputa e valore ideale, con cui ci si trova sempre a discutere della sua esistenza. In questi tempi è diventata però speranza e un richiamo di difesa, o soltanto una riserva di un mondo in cui tutte le cose potrebbero funzionare. Ne abbiamo parlato con Simon Reynolds, uno dei critici musicali più importanti e influenti della contemporaneità, da sempre appassionato di movimenti e storia della musica, autore di saggi e curatore per anni di rubriche sulle maggiori testate del mondo, oltre a numerosi blog sempre caratterizzati da un punto di vista mai banale e scontato. Il suo libro Retromania è stato tra i più lucidi nell’inquadrare alcuni dei sentimenti più problematici e controversi che la cultura pop ha causato nella nostra cultura. In questi mesi è in corso il tour di presentazione del suo nuovo lavoro Polvere di stelle, Il glam rock dalle origini ai giorni nostriedito nel nostro paese da Minimum Fax con la traduzione di Michele Piumini. Lo abbiamo incontrato alla Galleriapiù di Bologna poco prima del reading che lo ha visto protagonista.

Divampato contro quel tetro scenario di barbe e jeans, il glam era la prima vera forza dirompente adolescenziale del nuovo decennio. Per certi versi faceva rivivere lo spirito adolescenziale degli anni Cinquanta, quando il rock’n’roll era un fenomeno da guardare oltre che da ascoltare […] Amplificando la vena androgina e omoerotica già presente nel pop degli anni Cinquanta e Sassanta, flirtando con i nuovi miti di devianza e decadenza, gli artisti glam, indossavano costumi scandalosamente esagerati e adottavano soluzioni scenografiche provocatorie per tramortire il pubblico e costringerlo a una sottomissione sbigottita.

Nel tuo ultimo libro Polvere di stelle viene ricostruita la storia del glam, inteso come movimento in grado di mettere in crisi più mondi, da quello più underground in cui alcuni dei suoi interpreti più famosi (Bowie, Bolan..) si sono formati, a quello del culto dell’immagine, che vuole creare icone e si alimenta delle sue fandoms. In tutto questo la sua carica critica non ha mai perso un certo grado di indipendenza, termine ostile che spesso si riferisce a un legame nostalgico (frutto di quella tendenza alla retromania).

Credo che il termine indipendenza si riferisca in qualche modo a una illusion rule per cui qualcosa, per essere veramente indipendente, dovrebbe esistere all’esterno della società. Ti faccio un esempio, sono sempre stato appassionato al modo in cui il glam reagisce contro un certo tipo di cultura: l’underground, non a caso, ha prodotto gruppi come i Pink Floyd, o i Soft Machine e una notevole quantità di band rock e sperimentali con i capelli lunghi, ma i Soft Machine furono scritturati per la Columbia / CBS, una delle compagnie d’intrattenimento più grandi del mondo, e così fecero i Pink Floyd con la Harvest, una sotto-etichetta della EMI, un’altra enorme multinazionale i cui interessi vanno dalla musica all’elettronica e alle armi. Oppure, il più grande deejay underground è stato sicuramente John Peel e i suoi show venivano trasmessi dalla BBC, una delle più grandi emittenti statali. Negli anni ’70 il centro della cultura underground, non solo musicale, erano i concerti organizzati nelle aule delle università e questi concerti erano finanziati dalle istituzioni interne  e dagli studenti che facevano parte di quei gruppi che si occupavano dell’entertainment, scritturando le band e pagandole. Così l’underground, per un certo periodo, è dipeso dalle università, dalla BBC e dalle multinazionali dello spettacolo. Quanto indipendente è, mi sono chiesto, questa scena? Quanto è realmente underground tutto questo? È un paradosso naturale quello che si instaura, perché comunque la loro musica non aveva nulla a che fare con il mondo pop e nemmeno con quello commerciale. I valori che cercavano di trasmettere si ispiravano direttamente dalle idee del movimento controculturale degli anni ’60, ma sotto questo punto di vista la maggior parte dei soldi e delle strutture in cui suonavano avevano molte cose più in comune con il resto della società – quella mainstream – di quanto si potesse immaginare. Esisteva, ed esiste ancora oggi, una frangia all’interno dell’underground in cui gruppi come gli Hawkind, questo enormi sperimentatori dello space rock, che continuavano a suonare gratuitamente alle feste o nei festival, ma anche loro firmarono per la United Artists, che al tempo era davvero una grande etichetta con nomi che finivano nella Top-5 delle classifiche. Per questa ragione la parte più underground della cultura indipendente dovrà sempre rapportarsi con quella più mainstream. Per dirlo alla vecchia maniera tutte queste sottoculture sono state, sostanzialmente, finanziate dai soldi di persone con un lavoro tendenzialmente classico e inquadrato. La maggior parte del loro pubblico era composto da persone normali, parte proprio di quella società contro cui scrivevano canzoni. Credo sia davvero difficile farne a meno ed essere davvero indipendenti. I soldi, alla fine dei conti, devono arrivare da qualche parte ma questo non significa che le contraddizioni vadano a minare il senso autentico della cultura indipendente, lo rendono soltanto più complesso di quanto crediamo.

Il glam si è mostrato sin da subito come una componente volontariamente ostile all’omologazione e tendente a valorizzare l’individualità più eccentrica e libera, finendo per creare, però, le proprie mitologie. I movimenti indipendenti, in musica e non solo, tendono a erigersi come opposizioni al conformismo, proponendo una propria alternativa.

Si oppone spesso indipendenza come reazione al conformismo ma tutte le culture ‘autentiche’ tendono a creare un proprio tipo di convenzioni, costumi e rituali. Quando mi sono interessato alla jungle music, ad esempio, ho cercato di comprendere quale fosse il modo giusto di ballarla, quali fossero le risposte giuste da dare e gli atti più adeguati per farne parte. Non è un certo tipo di conformismo anche questo? In un certo modo mi stavo conformando alle norme di questo tipo di musica, entrando all’interno di una sottocultura ben distante da quella pop. Una cosa che si dice spesso quando ci si riferisce alle culture underground, come può essere quella goth, è che si tratta sempre di un gruppo di persone che cercano di essere individui ma si assomigliano praticamente tutti quando sono insieme nello stesso posto. È il paradosso che accomuna tutti i seguaci dell’heavy metal. Un ascoltatore di heavy metal è tendenzialmente differente dal resto degli altri giovani, ma quando vai a un festival di questo genere musicale vedi persone piuttosto identiche [ride], con lo stesso stile di barba, ma questo dipende anche dal tipo di metal a cui ti riferisci. Nel metal più estremo puoi vedere un sacco di persone con le giacche di jeans, toppe, spille e capelli lunghi che all’unisono scuotono la testa. Parte della gioia della musica live e del collezionismo è proprio legata a questo tipo di situazioni, essere in sincronia con altre persone, essere insieme, essere parte di un ritmo o ritrovarci la propria identità.

In un passaggio del tuo libro, quando parli di David Bowie, ritroviamo un’opposizione che, fondamentalmente, ha caratterizzato la sua carriera e la sua vita. Da un lato una ricerca di autenticità, caratterizzata dall’espressione di se stesso, mentre dall’altra, l’unica via per ottenerla, diventa la maschera.

In una sua frase Oscar Wilde afferma che «Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e vi dirà la verità». Una dei paradossi maggiori che ricorre quando le persone cercano di essere se stesse – o reali – quando sono sul palco, come può essere Bruce Springsteen o i punk, è che il loro gesto rischia molto velocemente di riciclarsi e diventare una sorta di convenzione. È qualcosa che ha in comune con la recitazione e quella sua volontà di essere il più reale possibile. Se riguardiamo alcuni vecchi film in cui la recitazione è pensata per essere realistica, come possono essere le esperienze di un certo cinema sociale degli anni ’60 ambientato nel nord dell’Inghilterra, in cui le persone parlano secondo i loro usi e la loro quotidianità, oggi, non ti potrà sembrare più artificioso. Da una parte è perché col passare del tempo nuovi codici di realismo si sono imposti, dall’altra parte – soprattutto nel caso dell’intuizione avuta da Bowie – ciò che è dichiaratamente innaturale e artificioso ha cominciato, paradossalmente, ad assumere un certo valore di onestà e sincerità. Penso che Bowie abbia improvvisamente realizzato che ciò che accadeva sul palco o nei suoi film sarebbe rimasto comunque lì, che non ci sarebbe stato nulla di più naturale dell’abbracciare l’artificio sul palco piuttosto che una sorta di naturalismo. Avrebbe potuto trasformarsi in un giapponese o in un uomo dello spazio, passare da Goldmine a Ziggy Stardust senza perdere se stesso. Se pensi a un concerto di Springsteen ti viene naturale pensare a qualcosa che riguardi – o riguardava – un’espressione della working class, che potesse comprendere tutti gli uomini ma anche questo si è trasformato in qualcosa di piuttosto teatrale, certe abitudini tendono a consolidarsi: he’s trying to be real in a fools game.

In dicembre [del 1969, David Bowie, NdR] confessò che «l’aspetto rivoluzionario mi manda in bestia […] Questa gente è così apatica, così indolente. Mai visto gente più pigra in vita mia. Non sanno che fare della loro vita. Non fanno altro che cercare gente da indottrinare. Indossano qualsiasi cosa gli dicano di indossare, ascoltano qualsiasi musica gli dicano di ascoltare». La cultura alternativa era diventata il nuovo conformismo, un mercato.

Negli ultimi anni la ricezione e il coinvolgimento musicale si sono modificati in maniera profonda rispetto a quello che poteva essere anche solo dieci anni fa. Le venues universitarie, l’acquisto classico nei negozi di dischi hanno perso potere sul piano dell’accesso (e del confronto) musicale rispetto alle piattaforme di streaming e di un ascolto sempre più solitario.

Molta della nuova musica che ascolto attraverso le piattaforme di streaming o sul pc non mi fanno avvertire lo stesso impatto che ero abituato ad avere nella stessa situazione tempo fa. Questo è dovuto, probabilmente, al fatto che mentre ascoltiamo musica ci distraiamo facilmente e facciamo altre cose con il computer e internet. Controlliamo le email, leggiamo degli articoli, studiamo o, ancora meglio, cerchiamo altra musica. La ricerca di musica nuova ci assorbe molto di più, ora, rispetto al tempo che serve per ascoltarla e capirla. Su come questo abbia trasformato il nostro rapporto nei suoi confronti, o le sue implicazioni sociali, penso sia presto per dirlo. Penso che si tratti di qualcosa – almeno nella mia esperienza – di legato all’atto dell’acquisto. Quando compri un disco devi investire del denaro e molte persone, penso a me da ragazzo, non hanno la disponibilità per farlo. Da piccolo non avevo molti soldi, e la maggior parte dei lavori che facevo non erano ben pagati. Ogni sabato lavoravo in un negozietto che vendeva uova e nonostante mi alzassi davvero presto alla mattina – in quelle fredde mattinate dell’Hertfordshire – e vendessi parecchie uova avevo i soldi per comprarmi un solo album, e un singolo qualche volta. La decisione di spendere quel denaro per un solo disco era qualcosa di così intenso e importante proprio perché non potevo permettermene altri, una volta comprato era fatta, non si poteva tornare indietro. La mia scelta necessitava un lento e profondo processo di selezione, ascoltare i dischi in classifica e non, così tante volte finché non ero estremamente certo su quale avrei scelto. È questo che ha portato me e molti altri a sviluppare un gusto critico di un certo tipo. Se ascolti musica gratis distrattamente o in playlist già create da altri, li scarichi e li lasci dentro una cartella senza recuperarli più, è difficile che tu possa comprare un disco di cui ti sei dimenticato. Credo che questa evoluzione nel modo di approcciarsi all’ascolto abbia paradossalmente delibidinizzato il rapporto con la musica, perché pensi è gratis – ed è anche una comodità notevole – ma è anche una difficoltà, intendo, è difficile prendersi cura di queste cose se il mezzo con cui le ottieni rimane sospeso. Per me, che sono cresciuto appunto con questo genere di scommesse su ciò che avrei comprato, è complicato comprenderne la portata, comprare un album ha sempre causato in me qualche sentimento particolare. Questi ultimi anni mi ricordano un po’ quei momenti in cui si registrava dalla radio, dai dischi degli amici o dalle biblioteche che ti lasciavano portare a casa il materiale. Per questa ragione credo che qualcosa si sia inevitabilmente perso ma, forse, le persone svilupperanno un nuovo genere di quella intensità, in un modo diverso.