Letteratura

L’islam di Houellebecq, tra Sottomissione e contagio

Sottomissione, pubblicato nel 2015, come ogni libro di Houellebecq, è passibile di trattazione sotto molteplici punti di vista: sociologico, filosofico, politico, letterario. O forse sotto nessun punto di vista. È una particolarità di Houellebecq, scrivere su tutto ma sbattersene di tutto, esporsi e subito dopo alzare le spalle sull’eventuale incompletezza delle tesi presentate. Sempre a metà tra un sociologo e uno scrittore. In sostanza una personalità sensibile, capace di percepire certe mutazioni, capace di sognarne le evoluzioni distopiche, ma incapace di argomentare troppo (eppure, allo stesso tempo, in grado di fondare i suoi romanzi sul tentativo di farlo). Ammirabile.

In Sottomissione il meccanismo è lo stesso. L’autore stesso in un’intervista, rispondendo alla domanda:

«Crede davvero che accadrà quanto ha scritto nel libro?»,

afferma:

«È solo una delle possibilità».

Tant’è che, nonostante il tono deterministico usato spesso all’interno dei libri, da Le Particelle elementari a Sottomissione non ci sono altro che varianti di risoluzione di uno stesso problema riproposto. Ma forse l’unico aspetto da tenere in considerazione, al di là della probabilità che accada quanto prospettato (tema su cui si è discusso molto), è la sua credibilità letteraria.

Da bravo positivista, la tendenza di Houellebecq è quella di incanalare gli eventi in maniera macchinosa e deterministica. Per farlo in quanto scrittore, come sempre, è costretto a escludere dallo spettro di analisi una serie di varianti più o meno influenti (qui l’esclusione è gigantesca: la popolazione femminile, che avrebbe potuto quantomeno manifestare dissenso nei confronti delle riforme restrittive, è ridotta totalmente al silenzio). Ne risulta una realtà stigmatizzata, perfettamente oliata, priva di contraddittorio, e quindi stereotipata e poco credibile. Bisogna anche ammettere, però , che il meccanismo argomentativo, parziale e incompleto, è lo stesso utilizzato ne Le Particelle Elementari, romanzo il cui finale non appare totalmente improbabile, per quanto possibile in una distopia: attraverso la clonazione si provvederà alla creazione di una razza unica immortale, dotata di un solo DNA condiviso. Probabilmente il gap si inserisce in una diversa percezione degli scenari introdotti.

Ne Le particelle elementari è la scienza che, con la sua spinta inerziale progressista alla quale siamo abituati, si fa portatrice di una “svolta metafisica”. In questo caso la mancanza di contraddittorio passa inosservata anche perché la scienza, nell’immaginario collettivo, non lo prevede necessariamente. È un meccanismo che riproduce se stesso fino a provvedere anche al suo stesso annullamento. Forse siamo talmente abituati a concepire l’attuale sistema come onnicomprensivo, che riusciamo ad accettare una sua sconfitta solo se proviene dalla sua stessa mano. Così, allo stesso tempo, gli rendiamo omaggio e ci compiacciamo della sua fine, nel rispetto di una perfetta autarchia possiamo evitare di piegarci a comunicare con altri sistemi di pensiero, raggiungendo comunque lo scopo. Forse siamo talmente assuefatti al movimento in avanti, al parossismo per eccesso, che ci pare inconcepibile una soluzione del problema per inversione di marcia. E forse la negligenza di Houellebecq nei confronti delle donne è spiegata a priori e a posteriori: tutto è determinismo (l’educazione statale-sociale, l’adattamento a un certo ambiente forgiano il temperamento, le esigenze e i desideri); e in più, a proposito delle donne:

«se la razza umana è disposta ad evolversi, è proprio grazie alla plasticità intellettuale delle donne. […] In origine anche le donne, certamente, sono attirate da qualità fisiche; ma, attraverso un’educazione appropriata, già si può condurle ad essere attratte dagli uomini ricchi […]. Si può anche, in una certa misura, persuaderle dell’alto valore erotico dei professori universitari.»

In sostanza basta un bombardamento ideologico ben assestato per far rinnegare alle donne i propri diritti acquisiti, o per farli convergere verso una nuova forma di cultura. Fatto sta che, da un punto di vista narrativo, il silenzio su questo e molteplici altri punti, rende la distopia (o utopia?) poco realistica perché stilizzata. Ciò non vuol dire che non possa essere invece realistica nella realtà.

Detto ciò, questo silenzio, di cui lo scrittore si è certamente reso conto, è sicuramente funzionale all’avanzamento della storia, che permette di parlare del reale punto di interesse: il rapporto tra Occidente decaduto e islam, il quale legame (questa volta veramente al di là degli stereotipi) è più stretto di quanto non si creda. Questo lo fa, più seriamente, attraverso il protagonista. Infatti, come tipico nello scrittore, le analisi anticipate in discorsi e riflessioni trovano il loro spazio di attuazione nella vita e nei pensieri dei personaggi, seguendo la sua antica regola di equivalenza tra società e individuo. Ma François, nel suo nichilismo che è quasi abbandono della lotta nella ricerca di senso, oltre ad essere l’affermazione di un ideale, il figlio in decomposizione e schiacciato di una società putrefatta, è anche un buco nero assorbente, silenzioso, analitico, in tacita ricerca di un punto di riferimento. È solitudine misantropica e nostalgia di un legame allo stesso tempo, secolarizzazione e mancanza di “un qualcosa in più che dia senso”. I suoi “etc” sbrigativi, dietro cui si trincera quando parla di umanesimo, sono l’espressione di un’ironia smagata, che relega l’intera cultura occidentale nella ridicolaggine di una tiritera già ascoltata, senza spessore. In sostanza, è la crisi. Lo spazio perfetto in cui inserire la soluzione impacchettata di un islam “secolarizzato”, che si presenta sotto forma del libro a dieci risposte regalatogli da Rediger, nuovo rettore della Sorbona.

L’intero romanzo narra quindi da un lato il processo di instaurazione del partito della Fratellanza musulmana al governo, e dall’altro il processo di progressiva islamizzazione di François, professore della Sorbona, esperto di Huysmans che, dopo un iniziale rifiuto, dopo i tentativi di cristianizzazione falliti, si converte all’islam, riconoscendo in questo tipo di conversione una serie di vantaggi pratici (fama in quanto professore reintegrato, poligamia etc…). I due mondi, quello politico su larga scala e quello universitario, si toccano proprio perché il processo di islamizzazione comincia dalla riorganizzazione del sistema scolastico, all’interno del quale, ad esempio, sono accettati solo insegnanti convertitisi. Il tutto fa parte di un grande progetto di creazione dell’Eurabia, che punta a una nuova centralizzazione dell’Europa verso sud, allargata ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’andamento del romanzo spinge all’individuazione di due domande, una generale e l’altra particolare: cosa induce la società occidentale alla sottomissione? Come tutto ciò si traduce o si completa nelle vicende private del personaggio?

Il meccanismo di innesto ed evoluzione dell’islam moderato in seno al nichilista e cinico Occidente è più volte spiegato attraverso le parole di tre personaggi, rappresentati dei tre punti di vista in gioco: Alain (agente segreto della DGSI), Lempereur (appartenente al movimento identitario) e Rediger (del movimento islamico). In sostanza questo è ciò che la società occidentale ha subito: preso atto di uno scollamento tra rappresentanti e rappresentati, l’inizio della crisi è determinato dall’apertura di una guerriglia civile in scala ridotta, che vede come contendenti le frange estremiste dei due movimenti, quello identitario e quello islamista. Qui il confronto si muove ancora sul piano della lotta diretta ed il contagio è quindi precluso. La paura è dovuta alla difficoltà di attribuire nomi e colpe, di scoprire i mandanti e le vittime degli scontri, al sentore di un sottosuolo che inizia a tremare in segreto. Questo finché Alain non gli svela cosa accade a livello superficiale (a proposito di accordi in atto tra UMP e Fratellanza musulmana), e poi a livello più profondo: la mancanza di idee dell’umanesimo e una patina menzognera di progressismo iniziano a essere combattute da un islam che recupera i valori della destra liberale, intuendo che la nuova battaglia si svolgerà sul campo delle idee e non dell’economia. L’islam ha quindi modo di presentarsi non come conservatore e repressore, ma come rassicurante e tradizionalista, «con un profumo di esotismo». È il difensore di un bisogno universale di sicurezza, ruolo che la destra non aveva potuto assumere per paura di esser tacciata dai progressisti come reazionaria. Da qui, si giunge al vero nervo scoperto, alla vera ferita che l’islam andrà a ricucire: la secolarizzazione.

«E soprattutto, il vero nemico dei musulmani, ciò che odiano sopra ogni cosa, non è il cattolicesimo: è la secolarizzazione, la laicità, il materialismo ateo. Per loro i cattolici sono dei credenti, il cattolicesimo è una religione del Libro; si tratta solo di fare un passo in più, di convertirsi all’islam».

E la crisi politica e sociale non è altro che un riflesso di questa mutazione radicale. Il sacro e il patriottismo, finché rimangono legati e interdipendenti, danno vita a strutture e regimi millenari («Da sola l’idea della patria non basta, deve essere legata a qualcosa di più forte, a una mistica di ordine superiore».) Sciolto questo legame, il patriottismo cerca l’alimento nella santificazione di se stesso (nella glorificazione della repubblica, della democrazia, della libertà…), ed è destinato a perire, «ha dato luogo a qualcosa, o a niente», perché solo Dio rappresenta un’istituzione eterna e onnipresente. Tutto il resto è corroso dal tempo e dall’errore.

Ma le ripercussioni politiche dell’eliminazione del sacro non sono che la protesi di tutta una serie di conseguenze sociali e personali. Tutto è inevitabilmente materia pesante e in decomposizione che impedisce l’ascesi (una disfatta forse anche un po’ autobiografica: in un’intervista Houellebecq afferma di aver tentato la strada della cristianesimo, e di aver fallito miseramente.) Questa invadenza della realtà, che si impone anche nei momenti più alti, è descritta con estrema maestria nel momento in cui il personaggio assiste alla predicazione nella cappella di Rocamadour, attraverso una netta e caustica opposizione tra la delicatezza, anche linguistica, con cui viene descritto il tentativo di astrazione metafisico e la cinica imposizione della materia. François inizialmente, piuttosto che recepire l’intensità della poesia di Peguy recitata, si concentra su una contingenza tutta carnale e superficiale: dove avrà visto quell’uomo? Sarà forse stato un attore? Successivamente, Houellebecq descrive il conato, l’inizio macchinoso di una probabile ascesi, tuttavia destinata a fallire:

«Può essere che avessi semplicemente fame, avevo dimenticato di mangiare…».

Poi, subito dopo, la frase rivelatrice:

«Un’altra volta, pensai a Huysmans, alle sofferenze e ai dubbi della sua conversione, al suo desiderio disperato di entrare a far parte di un rito.»

Ancora una volta, lo scrittore decadente convertitosi al cristianesimo, diventa il parallelo perfetto, anticipatore, di una mancanza tutta post-moderna: l’eliminazione del rito, dovuta a un radicale processo di secolarizzazione, ha comportato la perdita di sacro e di senso di appartenenza a una comunità. François nel corso del romanzo riconoscerà, infatti, tra gli effetti benefici della conversione all’islam, una serie di vantaggi riconducibili tutti a una sua reintegrazione legittima nella comunità (nella comunità delle donne attraverso la poligamia, in quella degli islamici e infine in quella degli insegnanti). L’islam è l’unica strada per eliminare la libertà, e quindi la disgregazione, e con essa la solitudine. È quindi anche l’imposizione di un rito, e tramite esso di una collettività, precedentemente distrutta dall’individualismo subito e arrecato, solitudine sofferta e misantropia. Inoltre, sconfiggere il materialismo, l’immanenza della morte centellinata nella decomposizione corporea, è l’altro scopo del rito. Non c’è quindi nessuna ricerca metafisica, nessuna credenza nella vita ultraterrena, l’unica finalità è l’allontanamento della morte terrena che si attua ogni giorno sui corpi dell’occidente secolarizzato, sottoforma di sofferenza e fobia dell’invecchiamento. In sostanza, per dirla con le parole di Baudrillard:

«Il nostro stesso corpo comincia a esistere da qui, come luogo di reclusione della morte non scambiabile, e noi finiamo per credere a questa essenza biologica del corpo, sulla quale vigila la morte, e sulla morte vigila la scienza. La biologia è circondata dalla morte, il corpo che essa rappresenta è circondato dalla morte, dalla quale nessun mito viene più a liberarla. Il mito, il rituale che potrebbe liberare il corpo da questa supremazia della scienza è perduto, o non è ancora stato trovato.»

Scrive Houellebecq:

«in questo, Huysmans era esattamente simile agli altri uomini, i quali sono generalmente indifferenti alla loro stessa morte, la loro vera preoccupazione, il loro vero problema, è di scappare quanto possibile dalla sofferenza fisica».

L’islam, grazie alla sua ritualità, è anche sacralità. Subito dopo François, infatti, manifesta la sua volontà di restare solo a ponderare la propria ricerca metafisica, afferma l’esistenza di altro, in ballo, oltre all’appartenenza a una patria, a una terra. Così si aggiunge l’ultimo tassello: il rito non è solo il mezzo per ricongiungersi a una comunità in vita, ma anche esercizio sacro di sottomissione a una potenza ultraterrena. L’islam diventa quindi il mezzo per eliminare contemporaneamente individualismo e materialismo. A proposito della statua della Vergine, infatti, poco dopo afferma:

«C’era qualcosa di misterioso, di sacerdotale e di regale, che Peguy non era nelle condizioni di comprendere, e men che meno Huysmans. […]Possedeva la sovranità, la potenza, ma a poco a poco sentivo che perdevo il contatto, che lei si allontanava nello spazio e nei secoli mentre io mi stringevo sul mio banco, rattrappito. Dopo mezz’ora mi alzai, definitivamente abbandonato dallo Spirito, ridotto al mio corpo danneggiato, deperibile, e scesi tristemente i gradini in direzione del parcheggio».

Ciò che manca ormai al cristianesimo, irrecuperabile, è la sottomissione dell’uomo a una forza superiore, e di conseguenza la sottomissione della donna all’uomo, perché «la vera felicità consiste nella sottomissione». Il cristianesimo congiuntosi all’ umanesimo (l’errore di Cristo è stato amare troppo gli uomini, viene detto ad un certo punto) ha progressivamente eliminato questo aspetto. Ciò che interessa è quindi il definitivo superamento di un umanesimo melenso, menzognero e insufficiente. L’uomo ha bisogno di essere sottomesso, la società occidentale ha provveduto a ciò attraverso una sottomissione laica, all’uomo e alle nazioni. Due entità deperibili, a differenza dell’eterna permanenza divina.

Tutto ciò è ben evidente nelle vicende private del personaggio. Ogni istante della sua vita è una vertiginosa sproporzione tra la pesantezza dei grandi temi (politica, morte, sofferenza fisica, solitudine, religione, ascesi…) e la loro cinica desacralizzazione.
Basti pensare alla rappresentazione della morte data dallo scrittore, quella definitiva, non quella centellinata nella paranoia. La morte entra due volte nella vita del personaggio, e comporta la scomparsa dapprima della madre di François e poi del padre. Il primo caso è quello più esplicativo. È una morte della quale viene informato in via del tutto burocratica, una volta disintegrato il nucleo famigliare, attraverso una lettera nella quale lo si informa della necessità di trovare un luogo di sepoltura alla salma della madre. Di nuovo, la voce di Baudrillard si fa chiara. La morte burocratizzata, la famosa morte naturale, i cui tempi di consumazione e smaltimento sono gestiti dal sistema, è la nuova facciata desacralizzata e ridicolizzata con cui si abbandona la comunità:

«La nostra morte, è qualcuno che se la svigna. Non ha più nulla da scambiare. È già un residuo prima di morire. Al termine di una vita di accumulazione, è lui che è sottratto al totale: operazione economica. […] Morte come sottoprodotto d’una istanza morale e burocratica allo stesso tempo, morte contabile, morte statistica, che ha tutto a che vedere invece con il sistema dell’economia politica. […] Giudiziaria, concentrazionaria, etnocidi aria: questa è la morte che noi abbiamo prodotto, quella che la nostra cultura ha messo a punto».

Così come la morte, anche la vita del singolo si riduce a un mero appannaggio burocratico. Al ritorno da ogni viaggio François pondera lo spessore della propria esistenza in base alla posta ricevuta. Nessuno richiede mai la sua presenza, la sua collaborazione, se non lo Stato.

Basti pensare ancora al ruolo della consunzione, della consumazione e del cibo. Il processo di islamizzazione viene recepito intuitivamente guardando i manichini delle vetrine, il nuovo abbigliamento proposto dal partito al governo. La vetrina del negozio diviene anche la vetrina del nuovo Occidente. A questo tipo di consumazione (di equivalenza tra cultura e i suoi prodotti) si aggiunge, quella più privata, del cibo. Il cibo diventa una costante onnipresente in ogni momento di levatura intellettuale del personaggio, in ogni momento di scoperta. Si va dalle scadenti vaschette riscaldate al microonde, ai piatti di buona qualità della moglie di Alain, fino alle prelibatezze delle mogli di Rediger. Il tutto annaffiato da buon vino. Il miglioramento ascendente è misurato sulla scala della bontà dei piatti proposti. La stessa Myriam non riesce a trovare le parole per esprimere il suoi patriottismo se non attraverso un accostamento ridicolo ma significativo «J’aime la France…j’aime le fromage». L’identità di una nazione ridotta al suo prodotto tipico, al principio di consumazione o, meno retoricamente, alla materia pura. Anche per questo il patriottismo di Peguy non può essere più una risposta.

Basti pensare ancora al suo statuto di turista, che dopo un tentativo di permanenza all’abbazia di Ligugé, insoddisfatto del servizio, privo delle comodità usuali, fa le valigie e riparte. O al monaco che all’accesso svolge la funzione religiosa assieme a quella di receptionist. Anche la religione diventa meta turistica, dove è legittimo, anzi imprescindibile, ritagliarsi il proprio spazio di comodità , di riproposizione dei benefit della vita quotidiana, con un tocco di esotismo in più. Dal pellegrinaggio agli smart box in Terra Santa.

Alla fine vedremo che anche la religione alla quale si convertirà il personaggio rappresenterà in realtà una sorta di miglioramento delle dinamiche borghesi e utilitaristiche (pegno da pagare? La libertà), niente a che fare con l’ascesi mistica, ormai impossibile, così come già ai tempi di Huysmans. In sostanza la vera conversione consiste, piuttosto che nel donare nuovo spessore alle “grandi domande”, nel rimpicciolire, a misura utile, l’esigenza di sacro (ovvero di sottomissione).

Rappresentante di una società tendente al suicidio (come tutte le società al termine del loro apogeo), anche François, ultimo decadente, è stuzzicato più volte dall’idea di darsi la morte, prima di convertirsi. Tuttavia, come già evidenziato, la vera conversione non consiste tanto nel passaggio dall’ateismo all’islam, ma nel passaggio da un anti-umanesimo latente, a un anti-umanesimo manifesto. Come Huysmans, François trova nella religione islamica il mezzo per assicurarsi il soddisfacimento di bisogni totalmente borghesi e materialistici (buon vino, buon cibo, una buona chiacchierata con amici…). Tant’è che, forse, si assiste ad una duplice sottomissione, all’islam e, automaticamente, al capitalismo. Si trova il modo per rispondere agli stessi bisogni, aggirando gli effetti collaterali. Si potrebbe anche andare oltre. Siamo sicuri che la vera sottomissione non sia anche quella dell’islam al sistema di pensiero occidentale? Per imporsi anche lui deve pagare un pegno: desacralizzarsi.