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L’abbiamo chiamata felicità | Dieci anni di Luci della centrale elettrica

Dieci anni di Luci della centrale elettrica. Fa un po’ male pensarla così, dopo l’annuncio dato dallo stesso Vasco Brondi riguardo la loro fine. Le Luci si spengono, dopo dieci anni in cui hanno raccontato tanto di quello che siamo diventati.

Non so ancora spiegarmi del tutto il motivo, ma è una cosa che percepisco con grande sicurezza e serenità. Sento oggi di poter chiudere un progetto nato all’improvviso e con stupore dieci anni fa e che si è evoluto tantissimo nel tempo, cambiando insieme a me, regalandomi anche un “futuro inverosimile”.

Già, i futuri inverosimili, i finanzieri, i chilometri di scontrini, divenuti mantra da nascondere sotto pelle, e poi, da quando è apparsa la parola fine, in produttori di nostalgia. In qualche modo Vasco Brondi ha trasformato la sua realtà – almeno quella dell’epoca, fra Ferrara, Berlino e Parigi, come istantanee cartoline dal fronte – nelle ultime tracce di un certo tipo di sensibilità cantautoriale che, ora come allora, non siamo in grado di comprendere del tutto. Aveva penetrato le immaginazioni e i costrutti sentimentali di individui fra la fine dell’adolescenza e l’inizio della maturità, col suo modo ruvido che avrebbe inaugurato l’uscita di Canzoni da spiagge deturpata, a metà fra le lacrimose dei CCCP e la poetica pulp dei Libertini di Pier Vittorio Tondelli, di Boris Vian e Leo Ferré, quando ancora confrontarci con il passato era un esercizio inoffensivo. La naturale urgenza interiore di comunicare in modo spoglio, e diretto, il proprio mondo sin dalle prime registrazioni di quella demo grezza capitata fra le mani di Giorgio Canali. Una serie di pezzi costruiti d’impulso, per certi versi radicali e fuori tono, con brani scomparsi come Candidosi o La peggio gioventù e quelli che, invece, verranno rielaborati e poi inseriti nel disco d’esordio – Piromani, Stagnola, Nei garage a Milano Nord, Fare i camerieri. Una sfrontatezza dallo spirito punk, solo corde, chitarra e frammenti con cui diventava necessario perdere la voce perché tutti, davvero tutti, potessero sentire. C’erano la provincia, le lotte quotidiane, i simboli di un certo tipo di Emilia che diventava un Far West di industrie e parcheggi, di serate nere e, poi, di improvvisi cambiamenti. Un’alternativa differente ma al tempo stesso sensibile e sincera, in grado di raccontare i dubbi e le ansie che ancora oggi non sappiamo come guardare. La voce di Brondi era abbastanza rauca, e chiusa, per farci sentire al sicuro. E forse rappresentava anche qualcosa di sbagliato, come erano abituati a dirci in tanti in quel periodo, attraverso spiegazioni e ragioni del tutto sensate. Canzoni da spiaggia deturpata però insisteva su quella mitologia provinciale, su storie rotte da litigi che sembravano avessimo fatto noi e lo faceva con una facilità disarmante. Si permetteva ancora tutto alla poesia, per quanto sporca, per quanto poco coordinata, gli si permetteva di armarci con le sue parole. Noi abbiamo lasciato fare, e non è male pensare che questo abbia potuto avvicinarci a qualcuno.

I concerti di quel periodo li affrontava da solo, con la chitarra e le caratteristiche strisce di nastro adesivo, le corde lunghe. Nel silenzio quasi ululato, per rappresentare le frasi del cosa racconteremo ai nostri figli, sulla scomparsa dei punti di riferimento sostituiti da insegne al neon che diventavano quasi accoglienti. Oppure sul palco c’era insieme a lui Giorgio Canali, per qualcuno addirittura considerato la vera penna dietro a quel debutto che aveva sorpreso un po’ tutti, nel bene o nel male. Canzoni da spiaggia deturpata, però, arrivava in un momento fecondo, forse perfino eccessivo, di un sottobosco lacerato, a tratti fin troppo elitario per quello che voleva essere. Andava a ripescare proprio in quello che era (la reverenza per i CCCP, il cantautorato come forma di resistenza) e che sarebbe potuto diventare. Era l’Emilia degli ultimi apici di Massimo Volume, Giardini di Mirò o Julie’s Haircut, la Milano feroce degli Afterhours, ma anche le piccole microstrutture che costruivano le proprie tradizioni. Un mondo diverso, che conosceva proprio l’ultima grande epoca, e che proprio Canzoni da spiaggia deturpata andava a celebrare nel modo che non piaceva tutti ma che gli apparteneva, perché ne era proprio il figlio a tratti disilluso, a tratti il cantore di quella crisi scoppiata all’improvviso. Nonostante in più di un’intervista si sia scansato dai sensazionalistici annunci di poter essere considerato generazionale, Le luci della centrale elettrica lo sono stato, forse troppo, forse l’ultima. Eravamo pochi, facevamo fatica a guardarci negli occhi in quei concerti, perché ancora era troppo presto per capire che si trattasse di qualcosa che avremmo potuto considerare nostro, più delle ore di ascolti necessari a band, almeno nel circuito italiano, a cui potevamo solo dare un affetto indiretto.

In Canzoni da spiaggia deturparta ci si muoveva su qualcosa di differente e di poco replicabile, che avrebbe causato anche una sorta di diffidenza nella figura di Vasco Brondi, più volte accusato di fare musica superficiale, di non essere in grado di rappresentare nulla se non piccole frasi evocative ma già sentite, forse senza senso, eppure in quell’epoca prememe, di chi gli faceva le parodie o lo individuava – da I Cani a Lo stato sociale – come tutto quello che non sarebbe dovuto essere un musicista, Brondi è riuscito a preservare la propria direzione. Quella che chiamava felicità, poi le costellazioni e, infine, Terra, sono stati la dimostrazione di un percorso individuale, di chi è partito e poi è ritornato, in cui la cifra stilistica era riportare un senso di collettività che da individuale, come principale valvola di sfogo da ventiquattrenne, si è aperta alla propria città, poi regione, poi stato, poi umanità. Terra, per certi versi, è stato già la fine di qualcosa, di una maturità nuova – e necessaria – per il suo percorso. Passo dopo passo, il ragazzo che correva nella copertina alternativa, specchiandosi sull’acqua delle centrali elettriche, ha immaginato futuri inverosimili che l’hanno portato un po’ più in là, fino a scegliere di chiudere e darsi un’altra, l’ennesima, rotta.

È valsa la pena, per noi, dormire nelle stazioni con un solo sacco a pelo, chiedere un passaggio dal Bronson per ritornare a Ravenna centro, sfidare il freddo, la pioggia, festeggiare un 25 aprile o correre a casa un giorno a Parigi. Se tutta queste storie vere vi ricordano qualcosa è proprio perché è andata così, un po’ per tutti, con Le luci della centrale elettrica.