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I migliori album del decennio | L’indiependente

Proviamo a raccontare un decennio in musica attraverso i 50 migliori album degli anni dieci. Una lista dei migliori dischi usciti tra il 2010 e il 2019, che a loro modo sono riusciti a lasciare un segno. Con una piccola avvertenza: abbiamo preferito dare spazio a un solo album per artista, per avere una selezione più varia di protagonisti del decennio. Buon ascolto, e alla prossima decade.

50. COURTNEY BARNETT – SOMETIMES I SIT AND THINK, AND SOMETIMES I JUST SIT

2015 • Marathon Artists

Più scazzata che sexy, in un continuo oscillare tra l’ironia degli inevitabili pericoli di un ipotetico 21st-century living e il rassicurante terrore di qualunque interazione sociale, Courtney Barnett debutta con un miracolo molto semplice: lei stessa. Una nata nell’87 che riesce a spiegarci come uscire vivi dagli anni ’90, passando dal buon vecchio «I hate myself and I want to die» al suo disarmante «I used to hate myself but now I think I’m all right».

Pedestrian At Best


49. ANGEL OLSEN – MY WOMAN 

2016 • Jagjaguwar

Angel Olsen sa di essere brava, e si permette di dimostrarlo a ogni nuovo album con immensa classe. Ogni volta approfondisce il discorso che aveva lasciato in sospeso, a ogni nuovo appuntamento ritroviamo la sua voce ancora più spessa e immaginifica, a ogni nuova canzone sa come rapirci con il favore della musica che è come vento in poppa. Da cantautrice di talento è ormai un’affermata protagonista dell’universo indie-rock.

Woman


48. D’ANGELO AND THE VANGUARD – BLACK MESSIAH

2014 • RCA

Un viaggio senza via di ritorno in un mondo dove si mescolano funk, R&B, jazz, hip hop per partire alla volta di un universo ribattezzato neo soul. Un disco che è riuscito a restare indelebile grazie alle sue agitazioni sonore: innovativo, sperimentale e ardito.

Another Life


47. MOGWAI – HARDCORE WILL NEVER DIE, BUT YOU WILL

2011 • Rock Action Records / Sub Pop 

Una delle critiche che il post-rock si è tirato dietro negli anni: pomposo rumore. I Mogwai, pomposi, lo sono e lo sono stati giusto quanto un grasso signorotto ubriaco che, rosso in faccia, urla sguaiati ordini ai suoi servitori. Mica come certi loro colleghi, più simili a compassati hippy con la barba rifinita intenti a rifilare sermoni strumentali ai propri adepti. Per questo li ringraziamo. E possa il loro rumore hardcore — quello sì — accompagnarci a lungo, fino a seppellirci.

White Noise


46. JAMIE XX – IN COLOUR 

2015 • Young Turks

A metà del decennio Jamie xx archivia per un attimo i consacrati The xx e si mette in solitaria per regalarci un disco di elettronica dance, impreziosito da collaborazioni sparigliate con Romy, Young Thug, Oliver Sim. Un’ulteriore dimostrazione del suo gran talento, della capacità di muovere musica, e di quella vena da produttore e fabbricatore di suoni che torna possente anche in questa occasione. Colorare mondi è possibile.

Gosh


45. FKA TWIGS – MAGDALENE

2019 • Young Turks

FKA twigs si è imposta all’attenzione internazionale già dall’esordio LP1, mettendo subito in chiaro la volontà di sparigliare le carte con un universo di suoni innovativi. Alla seconda prova sembra andare ancora oltre, regalandoci l’insolito che raffinerà ancora – ci scommettiamo – nel prossimo decennio. La direzione è ormai tracciata, staremo a vedere cosa accadrà.

sad day


44. SIGUR RÓS – KVEIKUR 

2013 • EMI

Secondo un’antica tradizione che resiste solo in Islanda i figli non portano lo stesso cognome del padre, i cognomi riflettono il nome del padre o della madre con l’aggiunta di –son o –dóttir. L’onomastica islandese è un’ulteriore dimostrazione della splendida unicità di questa terra, dove i pochissimi abitanti conservano ancora antiche tradizioni, e sono quasi tutti musicisti, scrittori, in ogni caso appassionati creativi. Forse per questo i Sigur Rós hanno sempre una marcia in più, per questo ci emozionano, e quando sentiamo cantare in islandese raggeliamo dentro e ci scaldiamo a turno. C’è qualcosa di magico che avvertiamo e ascoltiamo in ogni loro disco. Sarà quella terra lassù a raffinare le atmosfere.

Isjaki


43. CHET FAKER – BUILT ON GLASS

2014 • Future Classic / Opulent

Parafrasando Shakespeare, ciò che chiamiamo Chet Faker avrebbe lo stesso sapore/odore/aspetto se si chiamasse Nick Murphy. E in effetti la sostanza della musica non cambia: Faker/Murphy è uno dei protagonisti della rivoluzione dell’animo soul dell’ultimo decennio.

To Me

 


42. MASSIVE ATTACK – HELIGOLAND 

2010 • Virgin Records

I Massive Attack non se ne sono mai andati. Sono uno di quei progetti che faranno sempre fatica a staccarsi dalle orecchie. Sono uno di quei gruppi di cui si attende pure – devoti – il ritorno. Sono uno di quei nomi che quando si decideranno ad annunciare un nuovo album scateneranno un nuovo sonoro delirio. Lo sappiamo già, e li attendiamo dal lontano 2010.

Paradise Circus


41. TYCHO – AWAKE

2014 • Ghostly International

Ascoltare le creazioni di Scott Hansen fa lo stesso effetto della migliore arte moderna: un senso di indiscutibile bellezza, accompagnato gratis dalla libertà di vederci (e sentirci) quello che vuoi. È il minimal design che si fa musica elettronica, la chillwave della West Coast impregnata della sofisticata meccanica dei beat nord europei: chiamateli pure paesaggi sonici, ma guai a relegarli soltanto a mero sottofondo.

Awake


40. LORDE – PURE HEROINE

2013 • Universal

Con una copertina che ricorda vagamente la scritta di avvertenza al futuro marcata sopra un pacchetto di sigarette, Lorde ci getta addosso la sua dose di eroina simpatetica – così diversa da quella atmosferica in cui ci avvolgevano ai tempi i Velvet Underground. Ma questo è anche il decennio dello xanax, e persino l’eroina sembra aver cambiato taglio.

 

Pure Heroine


39. PARQUET COURTS – WIDE AWAKE!

2018 • Rough Trade

I Parquet Courts sono uno di quei casi eccezionali di progetto musicale che riesce a mantenere viva una vocazione di contestazione. Anzitutto perché in perfetta controtendenza ai tempi tornano alla purezza dei suoni rock, rispolverando pure le chitarre e le ferite. E poi perché si tirano fuori dalla gloriosa messa in scena pubblica dei social, promuovendo la loro musica solo tramite i dischi, l’etichetta e i live. Sia resa grazia allora a una band del genere, che riaccende speranze punk in tempi interessanti.

Total Football


38. MODERAT – MODERAT II

2013 • Monkeytown

Il sogno erotico della fazione più intelletualoide dei raver di inizio millennio: la fusione in un unico campionamento dei golden boy dell’elettronica radical chic europea. Apparat e i Modeselktor nella sintesi di quello che dovrebbe essere l’IDM: musica cervellotica quanto basta per non farti smettere di muovere il culo, ma mai abbastanza in mala fede da non stimolarti più le sinapsi.

Bad Kingdom

 


37. LANA DEL REY – NORMAN FUCKING ROCKWELL!

2019 • Interscope Records / Polydor

Lana Del Rey trova la sua personale formula magnetica mescolando sapientemente gli ingredienti di questo disco californiano, dai teneri chiaroscuri. Una voce che si lascia apprezzare nella sua unicità, che esce fuori spezzata e forte in pezzi come Venice Bitch – una di quelle canzoni che da sole valgono un intero album. Ascoltare per credere.

Venice Bitch


36. GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – ‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!

2012 • Constellation

Non c’è via di scampo dalle odissee lunghissime che sono capaci di regalarci i Godspeed You! Black Emperor. Lo fanno da sempre, e quando tornano ci raggelano. Musica d’autore per orecchie infestate.

We Drift Like Worried Fire

 


35. CARIBOU – SWIM

2010 • City Slang / Merge

Indimenticabile colonna sonora d’inizio decennio. Caribou fabbro di suoni che ci rendono felici, che ci fanno dimenticare tutto con una scrollata di spalle, aprendo alle danze rivolte al futuro. Una copertina che sembra evocare un sole, cerchi di luce concentrici dentro cui nuotare, per lasciarsi trascinare via da pezzi come Odessa e Sun. Un disco che si fa ascoltare ancora oggi, dall’inizio alla fine di questi anni dieci.

Odessa


34. IDLES – JOY AS AN ACT OF RESISTANCE

2018 • Partisan Records

Torna il punk, tornano le chitarre, tornano i suoni più duri del rock. Sono soprattutto gli IDLES a rappresentare questa tendenza che si fa più largo sul finire degli anni dieci, come se fosse necessario, come se avessimo nostalgia di un certo tipo di sonorità. Se la gioia è un atto di resistenza non può che essere immersa dentro i suoni di magnifiche chitarre. Ruggine e polvere.

DANNY NEDELKO


33. M83 – HURRY UP, WE’RE DREAMING

2011 • EMI / Mute

Gli M83 sono riusciti a definire un’epoca e un’epica sonora. Se ognuno di noi avesse una colonna sonora in grado di rappresentare perfettamente gli ultimi dieci anni, non potrebbe mancare Midnight City – in un modo o nell’altro è finita sicuramente nei nostri ascolti, nelle nostre giornate, nei nostri fischiettii più distratti. Scossi, sognanti, vaganti.

Midnight City


32. RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL

2016 • XL Recordings

C’è la versione in studio di True Love Waits. E ciò dovrebbe essere già sufficiente per meritarsi un posto nella Storia. Anche questo, forse, il motivo per cui suona come il disco più “umano” dei Radiohead. Un lavoro complesso che paradossalmente trova la sua ragion d’essere in una semplicità ben definita e mai rarefatta. Sembra fragile, a tratti dispersivo, ma come al solito non riesce a perdere quel benedetto vizio di guardare avanti, anche se per una volta senza clamori.

Daydreaming


31. BIG THIEF – U.F.O.F. 

2019 • 4AD

Con due album usciti in un solo anno solare i Big Thief ci travolgono e incatenano all’ascolto. Già tra le piacevoli scoperte di questo decennio con dischi originali come Masterpiece e Capacity, il talento compositivo di Adrianne Lenker esplode con decisione nell’ultimo anno – regalandoci un disco raffinato, etereo, spirituale e dall’anima rock. Se c’è una scommessa che possiamo fare è quella che ritroveremo questo gruppo in gran forma anche nel corso del prossimo decennio.

Cattails


30. LOW – DOUBLE NEGATIVE

2018 • Sub Pop

Ci sono album che sembrano esistere solo ed esclusivamente fuori da ogni specifico tempo e spazio: roba che non riesci a incorniciare dentro nessun riferimento, qualunque esso sia. Non uno dei dischi più spiazzanti dei Low: uno dei dischi più spiazzanti di sempre. Un enigma bello e buono, che opera senza ritegno alcuno in una dimensione tutta sua: eterna, disturbante, ipnotica, inaccessibile probabilmente.

Disarray


29. THE XX – COEXIST

2012 • Young Turks

Gli xx hanno dettato un suono soprattutto sugli anni zero, ma l’onda lunga – di quella che potremmo definire come una dolce sensibilità esistenziale e musicale – è arrivata anche agli anni dieci. E così siamo qui, rapiti e presi dal gusto di un ascolto di un disco degli xx, per ritrovare perfettamente quelle sensazioni di cui siamo in cerca e che siamo sicuri loro possano offrirci.

Angels

 


28. DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS

2014 • Parlophone / Warner Bros / XL Records

Damon Albarn si è confermato nel corso degli anni un piccolo genio del pop alternativo, ereditando dagli antenati Beatles un forte talento melodico e fondendolo con le tendenze britanniche di inizio Novanta di scuola Oasis. Quello che riesce meglio a Albarn è decisamente scrivere belle canzoni. Non si è mai risparmiato, mai negato – neanche in versione solista – alla splendida arte della composizione.

Lonely Press Play


27. KING KRULE – 6 FEET BENEATH THE MOON

2013 • True Panther Sounds / XL Recordings

Quando un giovane ragazzo di talento esce allo scoperto con un disco dove sembra avere già la voce definita e le idee chiare in testa, qui siamo sempre pronti a salutarlo festosamente. King Krule è un predestinato: sa già che il suo destino è la musica. Sin dal disco d’esordio.

Easy Easy


26. BEYONCÉ – LEMONADE

2016 • Parkwood Entertainment / Columbia Records

Beyoncé è qui a rappresentare il corso di un decennio di pop, si trova nella scomoda posizione di stare a fare le veci di tanti protagonisti. Eppure Lemonade si emancipa dall’essere un puro album di pop e di singoli da trasmettere alla radio: Beyoncé ha voluto imprimere il suo marchio distintivo, provare quel salto di qualità per rimarcare una voce che vuole restare a futura memoria.

Formation

 


25. VAMPIRE WEEKEND – MODERN VAMPIRES OF THE CITY

2013 • XL Recordings

Dei Vampire Weekend ricorderemo uno dei dischi più infettati di questi anni, che a forza di canzoni prodotte bene e scritte in modo ispirato, si è piazzato decisamente dentro un immaginario musicale che passerà alla memoria dei futuri anni a venire. Il vampiro ci ha lasciato un marchio sul collo, che pare proprio non andare via.

Step


24. THE BLACK KEYS – EL CAMINO

2011 • Nonesuch Records

La più grande opera pop di quello che era nato come un progettino blues da garage e ora riempie gli stadi americani, costruita a forza accelerate distorte per cuori neri ma ancora non infranti, raffinati ritornelli sexy e un tocco di glam anni ’70. Il tentativo (riuscito) di rimanere fedeli allo spirito del vecchio minivan che sta in copertina, anche dopo averlo gonfiato bene dentro una puntata di Pimp My Ride.

Lonely Boy


23. JON HOPKINS – IMMUNITY

2013 • Domino Records

Uno degli album di elettronica più importanti che abbiamo ascoltato negli anni dieci ce lo ha regalato sir Jon Hopkins, che è riuscito a unire suoni, rumori, agitazioni a un talento melodico di classe. Album indelebile sin dalla copertina di scuola astratta ed evocativa, le sonorità che scavano l’anima fanno il resto. Delitto perfetto.

We Disappear

 


22. SOLANGE – A SEAT AT THE TABLE

2016 • Columbia

Una delle grandi sfide del decennio è stata probabilmente quella tra le sorelle Knowles: alcuni di voi si saranno chiesti se Solange potesse vincere su Beyoncé o viceversa (altri non si saranno fatti domande in proposito). Di sicuro Beyoncé è la sorella che domina da molto più tempo la scena musicale, eppure Solange con questo disco si è definitivamente emancipata dal ruolo di sorella di.

Cranes in the Sky


21. KAMASI WASHINGTON – THE EPIC

2015 • Brainfeeder

L’epica di Kamasi Washington, del jazz e degli strumenti a fiato. Nel decennio che sta passando il ritorno di fuoco di un rinnovato jazz è sicuramente una delle tendenze più importanti che abbiamo osservato. Kamasi è stato uno dei simboli di questo ritorno, attraverso i dischi e le collaborazioni in cui lo abbiamo ritrovato sempre in forma – necessaria divinità del sax.

Clair de Lune


20. FATHER JOHN MISTY – I LOVE YOU HONEYBEAR 

2015 • Bella Union / Sub Pop

Il disco con cui Josh Tillman trova la sua voce definitiva, e inaugura la stagione di una rinnovata creatività – probabilmente anche l’album che riesce meglio a condensare il nuovo passo del cantautorato di Father John Misty che prende dal passato Elton John e Randy Newman per scaraventarli rinnovati nel ventunesimo secolo. L’incontro di Tillman con l’amore si fa ispiratore per tutto il disco, e così ne escono fuori canzoni ispirate e ballate di grazia e bellezza.

I Love You Honeybear


19. PJ HARVEY – THE HOPE SIX DEMOLITION PROJECT

2016 • Island Records / Vagrant Records

Partiamo da un dato acquisito: la malizia provocante e l’algida nastyness della Polly di fine millennio sono oggi un lontano ricordo. Restano la rabbia e l’urgenza, che si sono trasferite immutate dalla ruvida sensualità giovanile a una forma più adulta e consapevole. Il rischio di cadere nel macchiettistico (“il reportage in musica dalla nostra cantantessa inviata nelle zone di guerra”) era alto. La qualità delle canzoni ci fa vergognare di averlo considerato, anche solo per un attimo.

The Wheel


18. JAMES BLAKE – JAMES BLAKE

2011 • ATLAS / A&M Records / Polydor

Il prodigioso talento di James Blake viene fuori già nel suo album di esordio: una voce unica che riesce a muovere la pelle con i brividi in pezzi come The Wilhelm Scream e Limit To Your Love. Sono già presenti quelli che saranno gli stilemi della musica di Blake, come quando addenti un frutto al primo morso prima di arrivare ad assaporarlo pienamente fino alla polpa. Là dove il lamento è un elegante canto del cigno.

Unluck


17. NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – PUSH THE SKY AWAY

2013 • Bad Seeds Ltd. 

Nick Cave e i Bad Seeds non hanno mai smesso di suonare e di lasciarci agitare tra i coltelli delle loro notti oscure, della poesia che fuoriesce come scheggia eterna e sacrilega. E così un pezzo come Jubilee Street vale un’intera decade. Non bastasse, poi ci sono anche Skeleton Tree, e Ghosteen – c’è soprattutto l’incapacità di frenare l’arte che fuoriesce dal cuore, il terrore di doverla cacciare fuori daccapo ogni volta. L’immensità e lo stupore per chi la raccoglie.

Jubilee Street


16. BEACH HOUSE – BLOOM

2012 • Sub Pop

Esiste un suono che ha attraversato la nostra epoca, un suono che gioca con le atmosfere degli Ottanta e i sintetizzatori, e che gruppi come i Beach House sanno plasmare alla perfezione. È un suono che riporta a casa, e ci avvolge come una calda coperta nel cuore di una gelida notte. È un suono che si lascia ascoltare in loop. Provate a inseguire quel suono, se ci riuscite.

Myth

 


15. ARCTIC MONKEYS – AM

2013 • Domino Records

Che ci sia ancora bisogno di chitarre e indie-rock sono stati soprattutto gruppi come gli Arctic Monkeys a confermarlo anche negli anni dieci. Che abbiamo ancora bisogno di pezzi che si attaccano al cervello come tormentoni ce lo ha confermato soprattutto questo disco. Prima della pausa che li porta verso Tranquillity, gli Arctic Monkeys ci fanno suonare le chitarre in testa. Ed è bello.

Do I Wanna Know?

 


14. NICOLAS JAAR – SIRENS

2016 • Other People

Nicolas Jaar vuole che danziamo ricordando per un attimo le ossa di tutti i cileni dimenticati – sarebbe abbastanza per dire che ci troviamo di fronte a uno dei più grandi talenti dell’elettronica contemporanea. Giovane, originale, sempre alla ricerca di suoni – tra le certezze di fine anno sappiamo che ritroveremo la musica di Jaar ad agitare anche la prossima decade. E che la sua etichetta Other People continuerà a spacciare suoni che causano dipendenza. Un prodigioso talento.

The Governor


13. LCD SOUNDSYSTEM – AMERICAN DREAMS

2017 • DFA Records 

Avevamo lasciato gli LCD Soundsystem di James Murphy nel 2010 con This Is Happening, immaginando che sarebbe stato l’ultimo capitolo di una band che ha segnato gli anni zero. Poi la reunion, e il ritorno con un album che è riuscito a reimpossessarsi delle nostre orecchie grazie a un ritmo danzereccio che racconta una parabola americana in crisi. Gli LCD sono una certezza, una miccia sempre sul punto di esplodere.

Oh Baby


12. ST. VINCENT – ST. VINCENT

2014 • Loma Vista / Republic Records

Se con Strange Mercy Annie Clark si era già lasciata ampiamente apprezzare, St. Vincent è il disco che nasce dopo l’incontro con David Byrne e che consacra definitivamente il talento artistico della musicista di Tulsa. St. Vincent marchia l’epoca con un immaginario che gioca con un suo proprio stile estetico e musicale. In poche parole: splendida.

Birth in Reverse


11. KANYE WEST – MY BEAUTIFUL DARK TWISTED FANTASY

2010 • Roc-A-Fella

Quando nel 2010 esce questo disco il gioco del decennio sembra cambiare marcia. Kanye West detta un ritmo, un immaginario, un genere – in poche parole i tempi. Forse per questo tendiamo ad accettare con un blando sorriso tutte le volte che Kanye finisce per paragonarsi a Jesus. Colpa di quella bella e oscura fantasia.

Dark Fantasy


10. TAME IMPALA – LONERISM

2012 • Modular Recordings

Quando il gusto retrò riesce a trovare una direzione contemporanea allora vuol dire che si è riusciti nell’impresa di individuare un mix letale. I Tame Impala vincono nel tentativo di declinare sonorità che fanno parte di tempi diversi, regalandoci emozioni, sconquassi, e altalene di umori. Sì, ci piace tanto viaggiare nel tempo trascinati al ritmo della musica.

Feels Like We Only Go Backwards


9. DAVID BOWIE – BLACKSTAR

2016 • ISO / RCA / Columbia

Il commiato di David Bowie dalla musica e dal mondo terreno non poteva che essere quello di un immenso artista, che fa della sua vita la sua propria opera d’arte. Testamento artistico e umano di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Chi non conosce David Bowie e le sue canzoni? Ci mancherà il nostro Duca Bianco, e la sua stella continuerà a gettare luce persino da lassù.

Blackstar


8. BON IVER – BON IVER

2011 • Jagjaguwar / 4AD

Con questo disco a Justin Vernon è riuscito il salto da cantautore folk minimale ad artista a tutto tondo della musica e musicista influente. Uno stile unico, vocalmente riconoscibile, che ha ridato vita a un intero universo sonoro, mescolando generi e mondi – finendo per definire Vernon come musicista totale, e i Bon Iver come uno dei progetti più originali del decennio. Non c’è scampo dal lungo inverno in cui ci guida la musica.

Holocene


7. ALT-J – AN AWESOME WAVE

2012 • Infectious

Quando la critica musicale si prende la briga di inventarsi un nuovo genere vuol dire che siamo di fronte a qualcosa di grosso. Così gli Alt-J son finiti nel calderone del “boffin-rock”, ovvero il prototipo di college-nerd pronti a riempire le classifiche di riferimenti letterari, cadenzandoli in un puzzle di influenze, ritmi inciampati e inventiva estrema. Forse troppo bravi per dare vita a un vero e proprio movimento. Sicuramente cool abbastanza da ispirare orde di emulazioni già fallite in partenza.

Bloodflood


6. THE NATIONAL – SLEEP WELL BEAST

2017 • 4AD

La narrativa ha bisogno di empatia e talento per distinguersi dal resconto asettico. Non a caso, i National sono la migliore narrativa musicale degli anni ’10. Qui, di nuovo, suonano ancora splendidamente falsi come in tutti i loro dischi, perché riescono a mantenere le distanze dalla mera cronaca quotidiana senza perdere niente della sua tragedia, come se la dipingessero per sentito dire, ma con il dettaglio di chi l’ha vissuta sul serio: talento ed empatia, appunto.

Nobody Else Will Be There


5. SUFJAN STEVENS – CARRIE & LOWELL

2015 • Asthmatic Kitty

Sufjan Stevens sa come farci a pezzi dolcemente – le atmosfere che gli riesce di creare sono sempre avvolte da una sana malinconia che mette la pelle d’oca all’ascolto. Musicista raffinato, compositore di sentimenti, nel corso del decennio Stevens ha persino rischiato di vincere un Oscar per la colonna sonora di Call Me By Your Name. Devastante.

Should Have Known Better


4. DAFT PUNK – RANDOM ACCESS MEMORIES

2013 • Columbia

Un ritorno in gran stile per i Daft Punk: singoli che si sono letteralmente incastonati nella memoria contemporanea come Get Lucky, collaborazioni importanti come quelle con Moroder, Pharrell Williams e Julian Casablancas, e un album che ancora si lascia suonare qui alla fine della parabola decennale. Gli eroi nascosti colpiscono ancora, e i loro caschi restano nell’immaginario.

Instant Crush


3. ARCADE FIRE – THE SUBURBS

2010 • Merge / Mercury Records

Gli Arcade Fire sono lo splendido simbolo di un’epoca, capaci di trascinarci dentro la musica con energici inni rock, vibrazioni art-rock, e dischi che sono tutti dei piccoli capolavori, collezioni di sonorità che superano il presente e allungano la mano verso il futuro. Un gruppo largo che fa del suono la sua casa comune. E poi c’è quella copertina, che è già un’icona.

Ready to Start


2. FRANK OCEAN – BLONDE

2016 • Boys Don’t Cry

Con la sua musica Frank Ocean è riuscito a ridefinire l’idea di generi, estendendo paletti e confini per entrare in un mondo di infinite contaminazioni. Questo è il cuore del suo successo, e del perché la sua musica piaccia così tanto ad ascoltatori con sensibilità diverse. Che qualcuno si lasci trasportare dall’R&B, e altri da un neo-soul alternativo, il risultato è il talento straordinario di un artista capace di comunicare mondi per grazia dei suoni. Un combattuto secondo posto.

Nikes


1. KENDRICK LAMAR – TO PIMP A BUTTERFLY

2015 • Top Dawg Entertainment / Aftermath Entertainment / Interscope Records

Vincitore di un Premio Pulitzer, autore di almeno tre dischi notevoli e che sono riusciti a definire e modellare l’intero decennio, acclamato dalla critica e dagli ascoltatori di mezzo mondo, Kendrick Lamar è il vincitore della nostra classifica dei dischi degli anni dieci, con un album iconico, fondamentale – uno splendido lavoro che si fregia di una copertina che ha fatto già storia. Kendrick Lamar è entrato in connessione con le anime e le orecchie, cantastorie di un rinnovato hip hop. Immancabile.

Wesley’s Theory


Hanno partecipato: Caterina Basile e Eugenio Maddalena, Eleonora Danese, Ilaria Del Boca, Seppino Di Trana, Simone Fiorucci, Veronica Ganassi, Fernando Giacinti, Gianmarco Giannelli, Pier Iaquinta, Fabio Mastroserio, Viola Pellegrini, Mara Stefanile e Vincenzo Iannone, Giovanna Taverni.
Testi: Simone Fiorucci, Gio Taverni. Grafica: Francesco Pattacini