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Raccontare la fragilità della bellezza | Intervista a Diodato

Abbiamo incontrato Diodato per la data napoletana al Lanificio 25 del Tour che accompagna l’uscita del suo secondo, bellissimo, album Cosa siamo diventati. Dopo il soundcheck, stretto in un cappottino nero, ci aspetta su un divanetto nel dietro le quinte, un ragazzo esile, dalla voce e dai modi gentili con il quale risulta facile e piacevole chiacchierare, del disco certamente ma anche della sua amata terra.

Tra il primo è il secondo disco c’è evidentemente un filo ma è come se fosse un filo sottilissimo, tanto appare evidente la nuova maturità raggiunta, musicalmente e ancora di più nella scrittura dei testi. Tra i due dischi c’è stato “A ritrovar bellezza” in cui hai rivisitato alcuni classici della canzone cantautorale italiana. Di là dalla tua maturità come uomo e come artista, quanto ha inciso immergerti in quella bellezza, il rapportarti con un modo di cantare all’interno di una cornice musicale diversa?

Sicuramente quella cosa lì ha influito perché, quando ascolti quei brani, riconosci immediatamente il capolavoro. Però quando ci metti le mani dentro, quando devi risuonarli, riarrangiarli e interpretarli diversamente, allora ti rendi conto di tante cose che prima avevi tralasciato. Quindi sicuramente mi ha influenzato, ma l’ho fatto proprio per quello altrimenti non avrebbe avuto senso fare un album di cover. Sai, mi sono trovato davanti al quesito se farlo o meno, perché comunque dopo un solo disco di inediti fare uscire già un disco di cover è strano, però devo dire che poi sono stato contento perché ho sentito quell’apporto lì quando sono andato a lavorare a questo nuovo album.

Cosa siamo diventati è un disco permeato quasi interamente dalla dolcezza. In Fiori Immaginari, dove racconti di qualcosa che non c’è più, come fosse un modo per aggrapparsi al ricordo attraverso una specie di zona franca dove potersi illudere che tutto sia immutabile, quando affronti l’inciso, raggiungi dei vertici che sono quasi insostenibili almeno per chiunque riesca a rispecchiarsi dentro la storia che i tuoi testi lasciano trapelare. È un aspetto che fa parte di te da sempre o è il frutto di un percorso anche emotivo che c’è stato negli ultimi anni?

Sicuramente ci sono io come persona in tutto l’album ma sicuramente c’è anche un vissuto ed è quel vissuto lì che mi ha portato a scrivere queste cose qui. È proprio un album che ha l’intenzione di raccontare quelle sensazioni lì provate davvero. Devo dire che ci ho messo un po’ perché questo vissuto qui appartiene a un po’ di tempo fa e ho voluto prendere un po’ le distanze perché avevo una sorta di magma emotivo e metterci le mani subito sarebbe stato ancor più pericoloso di ciò che aveva suscitato quelle cose lì. Però ho riconosciuto la bellezza di quel vissuto e l’ho voluto raccontare con le parole che mi venivano ed erano parole dolci. Magari nel disco cambia un po’ forse lo sguardo che può diventare talvolta anche più distaccato e cinico, dipende dai brani, ma ho voluto mettere un po’ tutti gli sguardi. Di sicuro quello che racconto è un vissuto che in me ha lasciato cose anche molto belle. Probabilmente questa dolcezza deriva da questo.

In Paralisi dici “chissà se poi la verità somiglia un po’ alla felicità”, ne La verità, invece, scrivi “che cosa te ne fai quando una verità è solo crudeltà”. È a quest’approccio che fai riferimento quando parli di sguardi diversi?

Certo, sono due brani in cui lo sguardo è un po’ più distaccato e più disincantato. Affronto due temi molto diversi, nel primo è il meridione, io sono meridionale, di Taranto, ma è un meridione anche di testa. Nell’altro è uno sguardo all’interno di un rapporto in cui talvolta si ha la volontà di farsi raccontare anche qualcosa di molto forte perché il fuoco che alimentava il rapporto si è spento. E allora, a volte, si cerca di farsi del male per risentirsi vivi all’interno della coppia.

Mi fai pensare a Jeff Buckley quando decise inaspettatamente di escludere Forget her dalla tracklist di Grace per l’emozione troppo forte che lo avrebbe accompagnato nel cantarla dal vivo insieme con il timore di poter far del male in qualche modo alla persona che aveva ispirato quel brano. C’è qualcosa che è rimasto fuori da questo disco perché troppo intimo?

No, non è rimasto niente fuori se non qualcosa ma solo perché non mi convinceva da un punto di vista musicale, anche se ho pensato anch’io a queste cose qui. Per fortuna è passato anche un po’ di tempo e, quindi, per quanto possa far male sentire certe cose, secondo me, la persona a cui parlo spesso in questo album, credo riuscirà a capire che il senso dell’album è anche quello di guardarsi un po’ allo specchio, soprattutto di guardarsi dentro, rianalizzare quel vissuto senza dare colpe a nessuno, senza mortificare qualcosa di molto bello che poi è finito. È più volontà di capire cosa mi ha portato ad agire in determinati modi e quindi ci ho messo un po’ di tempo per farlo, mi sono distaccato un po’, direi per fortuna, così abbiamo avuto tutti il tempo di farci meno male.

Questo sia nella scrittura dell’album, che immagino catartica, sia nella dimensione live di ogni sera?

Io ho cercato di essere il più sincero possibile perché ogni volta che salgo sul palco vorrei fosse possibile riconnettersi con quell’emotività lì. Perché mi è capitato in passato di mascherare un po’ le cose e poi salire sul palco e sentire che quella maschera, in realtà, mette un muro tra te e quell’emozione lì ma anche tra te e il pubblico che ti ascolta. Assolutamente ho voluto che quest’album rivivesse ogni sera.

Una canzone come Guai (ma anche Ubriaco dal primo disco) ha la capacità di mettere in scena non un sentimento ma una vera e propria storia, capace di scorrere davanti agli occhi di chi ascolta. Tu hai la passione per il cinema che ti ha portato a laurearti al Dams e m’interessava capire quanto questa passione riesca in qualche modo a riflettersi anche nelle canzoni che scrivi.

Tanto, perché ragiono molto per immagini anche già nella scrittura e anche musicalmente ci tengo che la musica sia evocativa, che dia quel qualcosa in più alla visione che spero abbia chi ascolta. Assolutamente ragiono tanto per immagini e mi viene naturale così.

Tu canti incredibilmente bene in un ambiente, dove negli ultimi anni sembra quasi che il canto sia messo un po’ più in ombra da altri fattori, non sempre solo musicali. Qual è stato il tuo approccio al canto e alla musica in generale?

Ho iniziato in cantina con gli amici scherzando, poi a scuola durante le assemblee d’istituto e vedevo che si creava il gruppetto di persone che guardava e poi mi chiamavano a cantare. Eppure io non ho mai pensato di avere una bella voce e quella cosa lì mi ha fatto un po’ riflettere ma di sicuro è una voce, la mia, che si è formata dal vivo. Ho studiato pochissimo, purtroppo, perché se studi con le persone giuste, sicuramente, ti aiuta. Però è soprattutto il live, anche il suonare in situazioni estreme; ho fatto tantissime serate anche con gruppetti, sai, anche di cover nei locali di Roma, senza spie, senza niente, al buio. Quella cosa lì mi ha aiutato tanto anche a superare le difficoltà quando si presentano.

Nel disco, alterni alla batteria Alessandro Pizzonia e Fabio Rondanini. È una scelta dettata dal tipo di approccio dello strumentista verso quel particolare tipo di pezzo? E in generale che rapporto hai con l’attenzione agli arrangiamenti, poiché immagino che il pezzo arrivi un po’ più scarno e poi cominci a crescere.

Sì, il pezzo arriva chitarra e voce ed io ho già un’idea di adattamento in testa che però è un’idea dettata dalla conoscenza della band con cui lavoro. Fabio ci è sembrato giusto chiamarlo perché era una collaborazione che volevamo intraprendere da tempo, perché ha un modo di arrangiare che mi sarebbe piaciuto avere in quest’album soprattutto in alcuni brani. E devo dire che sono contento di averlo chiamato. Ha dato uno sguardo, un imprinting diverso ai brani proprio nell’arrangiamento. È stato un disco suonato molto live, suonavamo tutti insieme e in questi casi qui è importante anche quell’input d’improvvisazione e Fabio in questo ha qualcosa di particolare. Ci sono alcuni brani che sono quasi degli standard, Guai sembra davvero un brano tradotto in italiano, e allora ci serviva qualcosa per smuovere, per non fare il compitino e Fabio, devo dire, in questo è eccezionale.

Oggi sarai a Taranto. Proprio ieri, abbiamo pubblicato un’importante analisi della situazione allo stato attuale in virtù della manifestazione “Giustizia per Taranto” che ci sarà oggi. Hai partecipato e partecipi al Primo Maggio di Taranto, qual è il tuo impegno in questa direzione?

Io appoggerò sempre, con Taranto lo faccio da tanti anni da quando è iniziata questa rivoluzione, per fortuna. Con A ritrovar bellezza ho avuto la fortuna di girare moltissimo, facevo questi collegamenti a Che Tempo Che Fa da Venezia, da posti pazzeschi che io stesso avevo dimenticato e mi sono reso conto che questo, nonostante tutto il male che gli facciamo, è un paese bellissimo e, se da una parte ci viene detto che non si può vivere soltanto della bellezza, ma secondo me invece sì, (ride N.d.R.) è evidente che comunque ci sono delle difficoltà importanti, soprattutto in una città come Taranto, che vanno risolte. A mio avviso, però, bisogna riprendere in considerazione quelle che sono le priorità. Non si può vivere in un posto in cui la gente è costretta a scegliere tra morire di fame o morire di cancro e in molti casi di entrambe le cose. Questa non è una cosa degna di un paese civile. Con il primo maggio di Taranto abbiamo fatto cose importanti perché la musica in quel caso è diventata un grande megafono per denunciare e per dare voce non solo alla situazione tarantina ma anche a tante situazioni italiane simili che purtroppo ci sono. Finché ci saranno queste cose qui e mi sarà chiesto di appoggiarle, quando potrò e con la forza che avrò, lo farò sempre. Non è neanche un dovere, è una cosa normale da fare.

(Tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

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