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Speciale Unknown Pleasures: a 40 anni dal disco dei Joy Division

15 Giugno 1979: i Joy Division pubblicano il loro album di debutto Unknown Pleasures. Sono passati esattamente 40 anni dall’uscita di uno dei dischi più influenti della storia del rock, capolavoro di post-punk con una delle copertine più indelebili dalla memoria di tutti i tempi (opera del grafico della Factory Records Peter Saville). Saranno tante le iniziative per celebrare l’anniversario di un disco che continuiamo ad ascoltare a quaranta anni di distanza, basti pensare al progetto Unknown Pleasures: Reimagined che vedrà 10 registi alle prese con i video delle 10 tracce del disco; un evento che verrà presentato in anteprima a Londra il prossimo 21 Giugno, e di cui potete vedere un assaggio qui.
Nell’attesa la redazione de L’indiependente si è divertita a raccontare le 10 tracce di Unknown Pleasures a suo modo: 10 racconti, e 10 visioni, per ricostruire un album, i suoi suoni, le sue atmosfere, le sue influenze, e la sua onda d’urto. Grazie a Ian Curtis, Bernand Sumner, Peter Hook e Stephen Morris. Perdetevi con noi in Unknown Pleasures.

Disorder 

Viola Pellegrini

 

In Disorder, brano che apre Unknown Pleasures, siamo di fronte ai tratti distintivi dei Joy Division: gli effetti sonori del produttore Martin Hannet che si insinuano tra la batteria di Stephen Morris, i riff di Bernard Summer, il predominante basso di Peter Hook e la poesia di Ian Curtis. In questo inizio spiazzante, c’è già tutto. Disorder analizza l’alienazione nei confronti di una società che procede troppo velocemente e con la quale stiamo perdendo contatto. Suona un po’ come se qualcuno avesse messo in musica un romanzo di Ballard.

I have been waiting for a guide to come and take me by the end” – ci informa l’inconfondibile baritono di Curtis – “Could these sensations make me feel the pleasure of a normal man?”. Sono parole cupe che esprimono l’estraniamento provato dal leader dei Joy Division e che vanno a riflettersi su ognuno di noi. “I’ve got the spirit, but loosing feeling” si conclude amaramente il brano, preannunciando il tragico epilogo dell’appena ventiquattrenne Ian Curtis.

Nel 1979, Jon Savage scrisse su Unknown Pleasures: “È un perfetto riflesso degli spazi oscuri e vuoti di Manchester”. Disorder è questo, ma anche molto di più. Nel testo del brano, come nelle parole dei grandi romanzi, intravediamo una spiegazione allo smarrimento che ci accompagna per buona parte della vita: il dolore di Ian Curtis diventa la nostra cura. O almeno questo è quello che provai io molti anni fa, quando ascoltando Disorder per la prima volta, trovai un senso in quelle parole così disincantate e per questo così disperatamente vere.


Day of the Lords

Pier Iaquinta

 

Questo album mi riporta alla mente quel bus che prendevo ogni mattina alle sette per andare al liceo. Infreddolito e assonnato, spesso arrivavo alla fermata con Unknown Pleasure negli auricolari. Mi ha sempre colpito l’intensità e il malessere che trasuda questo disco e adoro quel velo di timore che scaturisce dall’ascolto di qualcosa che suona pericoloso e malato. Per questa stessa ragione ho scelto di omaggiare Day Of The Lords. Uno dei brani più oscuri e gravi di tutta la produzione dei Joy Division. Si tratta di un lamento, che suona quasi come un’elegia: pare che Curtis abbia scritto questa canzone dopo essere venuto a conoscenza del decesso di una ragazza, sua conoscente, che come lui soffriva di crisi epilettiche. Continua a chiedersi “Where will it ends?”, fino a che punto la sofferenza e il dolore possono spingersi e fino a che punto le atrocità che lo circondano possono continuare. La chitarra ruvida e metallica si staglia contro l’imponenza austera del basso, creando un effetto grezzo e allo stesso tempo crudo, traducibile perfettamente con il termine inglese raw.

In questo spaccato possiamo vedere un’automobile sul ciglio della strada, metafora del suicidio e cataste di corpi senza vita, un rimando alla Seconda Guerra Mondiale e alla fine indecente di eroici soldati che non sono stati altro che carne da cannone. Non c’è posto per i deboli, l’esistenza è una guerra totale e chi naturalmente non è predisposto, soccombe.


Candidate

Giovanna Taverni

 

C’è una scena in Control, il film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis, in cui i Joy Division suonano Candidate. Che il crepuscolo abbia inizio: le note ci avvolgono dentro un bianco e nero di inquietudini, e mentre la pellicola corre via limpida restiamo allucinati dalla copertina di Unknown Pleasures sullo sfondo. Nelle sonorità dei Joy Division ritroviamo spesso questioni intime-esistenziali, con il loro ritmo oscuro ci guidano al viaggio dentro noi stessi: fuori dalla materia, e tutte le sue atrocità. C’è qualcosa di filosofico e spirituale insieme nell’ascoltare Unknown Pleasures, che suona come un esorcismo interiore (forse è per questo che spesso e volentieri torniamo a schiacciare play su questo disco). Una reiterazione di note che funziona liberatoriamente e splendidamente su Candidate. Ah, come è bello sentire il basso, la chitarra, la voce calda di Curtis, e tutta la disgrazia dello stare al mondo. Non riusciamo a staccarci proprio dall’immaginario di questo universo in bianco e nero mentre tramandiamo a memoria il disco.

In Candidate avvertiamo sottopelle tutto il tragico nichilismo delle distanze (“I tried to get to you”), ce lo trasciniamo in giro a vuoto, perduti nel caos e nel tiro di dadi del caso. Lì in fondo ad attenderci c’è la morte, i Joy Division ci cullano verso un infinito di direzioni che come un tapis roulant ci guida fino alla fine. Nella danza di Curtis sul palco c’è uno speciale rito liberatorio che ha a che fare con antiche stregonerie e spirito romantico del rock. Ecco l’ignoto: un giorno colmeremo queste distanze.


Insight

Mattia Fumarola

 

I’ve lost the will to want more / I’m not afraid not at all / I watch them all as they fall / But I remember when we were young”. Nella prima strofa di Insight sono espresse le tematiche della poetica di Ian Curtis che più mi affascinano e turbano allo stesso tempo: emerge subito la complessità di un uomo appena ventenne che vede la giovinezza come una fase appartenuta al passato e il ricordo di essa rappresenta l’unica via di fuga dal mondo degli adulti, una realtà insignificante fatta di “quelle abitudini di spreco, del loro senso di stile e buon gusto” che così precocemente lo ha portato a perdere “la voglia di volere di più” e a non avere paura di nulla, morte compresa.

Insight è il canto scarno e cupo di un uomo già morto, accompagnato dalla bassline semplice e diretta di Peter Hook (che lascia un ruolo più defilato alla chitarra di Bernard Sumner) e dalla batteria ipnotica di Stephen Morris. Il tema portante resta la disillusione, la consapevolezza della fine di ogni sogno possibile culminante in quella sensazione di apatia e insofferenza che Curtis si è trascinato dietro negli ultimi anni della sua breve esistenza. “Sono terrorizzata perché crede davvero in quello che canta” – disse la sua amante Annik Honoré – e forse ciò che oggi fa più paura è la tragica contemporaneità delle sue parole, dimostrazione del fatto che Ian Curtis è stato un anticipatore, uno dei primi poeti-rocker maledetti capaci di trattare argomenti che prima di lui, a parte Jim Morrison e Lou Reed, nessuno aveva messo sufficientemente in rilievo.


New Dawn Fades

Simone Fiorucci

 

Probabilmente nessun pezzo dei Joy Division mette sul piatto con maggior (in)consapevolezza l’incomparabile e meticolosa inclinazione della band verso una sorta di impeccabile entropia musicale. Il campione della traccia precedente (Insight), pesantemente effettato ai limiti della riconoscibilità e lasciato a languire in sottofondo in apertura è un colpo basso del produttore Martin Hannett, non richiesto e aggiunto presumibilmente in post- produzione, a confondere le acque ancor prima che le acque stesse prendano la loro forma irrequieta e si arrendano a un’incontrastabile corrente. Il vortice su cui si regge tutta la traccia è creato ad arte per mezzo delle due forze contrarie generate dal riff ascendente della chitarra di Bernard Sumner che va a cozzare meravigliosamente con quello discendente del basso di Peter Hook. Sono due linee perfettamente parallele disegnate in direzione divergente, che — contro ogni regola geometrica — finiscono per incontrarsi, ma non si salutano, come i tapis-roulant che collegano i due terminal di un aeroporto, o le scale mobili che di tuffano e risorgono dall’inferno di una metropolitana. È il concetto di coppia, che sta alla base di ogni motore, applicato alla (de)forma canzone: in poche battute genera un crescendo di intensità che culmina prima con l’ennesimo disgraziato grido di aiuto di Ian Curtis e poi con l’epilogo di un assolo affogato in un bagno di feedback.

Eppure New Dawn Fades è forse la traccia più melodica di tutta la storia dei Joy Division, ancor più — di gran lunga, alla luce di una semplice analisi armonica — di quella Love Will Tear Us Apart che uscirà postuma per ritrovarsi — suo malgrado — hit da classifica per cuori perennemente e irrimediabilmente infranti. Se fossimo di fronte a un disco canonico, avrebbe tutti i crismi per candidarsi, senza l’ombra di un avversario, ad essere la ballad dell’album. Basta infatti trovare il coraggio di raschiare via tutto il rumore, l’ardore e il dolore della carne viva per arrivare all’osso e sbattere i denti sul vero nocciolo della questione: quel classicissimo giro di Mi minore che ha fatto la fortuna del rock sentimentale, nei secoli dei secoli. Quattro accordi che — la storia ci insegna — non possono che stare uno dopo l’altro, in quella esatta sequenza, per arrivare dritti a squarciare qualunque sacca lacrimale. Quattro accordi perfetti per essere suonati con una chitarraccia attorno a un falò sulla spiaggia, possibilmente d’inverno, quando la riva è deserta e accendere un fuoco diventa un bisogno vitale e non un vezzo romantico.

È vero, per come sono andate a finire le cose, è facile adesso cadere nella trappola di sviscerarle con il senno di poi e leggere in ogni parola e in ogni nota i segni dell’inevitabile. Però, anche a voler rimanere cronisti e analitici, è indubbio che New Dawn Fades sia forse la migliore sintesi della parabola artistica dei Joy Division, della loro ormai ben documentata fragilità, del potere catartico della loro musica. Una carriera vaporizzata in un soffio — un EP e due full-length nel giro di due anni — in quale altro modo potrebbe essere raccontata se non con l’immagine di una nuova alba che compare, ti acceca e sfiorisce prima che faccia giorno? Non è un caso se, da allora a oggi, New Dawn Fades è stato il titolo scelto per una graphic novel, per una pièce teatrale, per innumerevoli compilation di tributo. Così come non è un caso se risulta — statistiche alla mano — uno dei pezzi più coverizzati dei Joy Division: Moby, John Frusciante, gli stessi New Order e uno stuolo di gruppi cosiddetti minori che messi in fila scomparirebbero all’orizzonte.

La più bella — per una volta — arriva dall’Italia: l’hanno incisa nel ‘96 i Disciplinatha e sta su Primigenia, loro ultimo atto (verosimilmente non un caso, nemmeno questo) prima di sciogliersi. Si distingue per il merito di portare a galla tutto il suo potenziale melodico, la perizia di saperlo fare galleggiare sull’originale stridore apocalittico e la presunzione irriverente di aggiungere qualcosa a ciò che suonava già compiuto. Si tratta di una frase, spezzata in due e usata per chiudere il tutto come tra parentesi. Un primo frammento recita «In controluce / ti attendo / così che tu…» e fa da intro, sospesa nel vuoto. L’altro chiude il cerchio senza trovare niente da riportare a casa: «… possa sentire per me / quasi una / solitudine.» Calza a pennello come un calzino bucato: il peggior augurio da lasciare in tasca a chi abbandoni, quando qualcosa — qualunque cosa — finisce. Ritrovarselo lì, ancora una volta sbattuto in faccia a tradimento, dopo aver pazientato quarant’anni che il tempo lenisse in parte le ferite, fa ancora più male. Di nuovo, sensibili anche loro.

La foto è di Simone Fiorucci

She’s Lost Control

Martina Neglia

 

Sesta traccia, cuore di Unknown Pleasures e probabilmente uno dei pezzi che insieme a Love Will Tear Us Apart si è inciso nell’immaginario in vita e in morte dei Joy Division. Anche qui dopo tutto c’è un again – ripetuto, ipnotico, fatale.

Confusion in her eyes that says it all / She’s lost control”. Ian Curtis fu il primo a fare esperienza con il proprio corpo degli effetti di un attacco epilettico, della perdita di potere su di sé e della paura – quella che attanaglia e lascia senza respiro – di come tutto questo potesse compromettere il suo esistere. La lei che qui perde il controllo non è però una proiezione del suo io, ma una ragazza che Ian Curtis ebbe modo di conoscere durante il suo periodo lavorativo in un centro di riabilitazione professionale e che ebbe un attacco epilettico proprio sotto lo sguardo del cantante. Il testo sembra quasi ripercorrere le fasi della crisi della ragazza, consapevole degli inganni tremendi del suo corpo, a cui però non può sottrarsi. Una vita sospesa tra il dominio e la perdita che arriverà ancora e ancora. “And she screamed out kicking on her side and said, I’ve lost control again”. Non si può sfuggire alla malattia e a un corpo che decide da sé cosa fare di te ed è quel “sentirsi senza scampo” che i Joy Division riproducono in modo straziante in musica. Dal riff di basso preciso, alla batteria ripetitiva e serrata; fino alla voce indimenticabile e carica di echi di Curtis che con ritmo marziale ci conduce in un vortice teso e nero, dove percepiamo la tragedia dritto sotto la nostra pelle. Lei perde il controllo e noi tremiamo con lei.


Shadowplay

Simona Ciniglio

Vagabondo delle stelle à la Jack London, ossessionato dalla fine come Jim Morrison, sfinito dalla materia, inchiodato molto presto al countdown. Ian Curtis restituisce lo spettro sonoro dello schianto: 40 anni di materia oscura Unknown Pleasure, il fischio della freccia che fende l’aria, sicura, il crepitare di un lungo incendio di pensieri emozioni attesa insostenibili, tutto virato deep dark, infarcito vibrante cupio dissolvi. Dragare il fiume dell’esistenza, setacciare le profondità degli oceani, “dove tutte le speranze affogarono” intrecciando inquietudini, allacciando sguardi, come riconoscersi all’inferno e, con Céline: “spartirsi la pena”. «To the centre of the city where all roads meet, waiting for you». Shadowplay è gioco d’ombre, un abisso di reverie che ha forma di danza macabra, morte rifratta in un milione di schegge, tradotte in sferraglianti frantumi di suono: le chitarre.

Sogno, premonizione, quotidiano arrancare come brandelli di Nulla, è il lato oscuro, la traccia nascosta, il negativo, a dirci ancora chi siamo, a chiamare forte, in ogni angolo del vagare, la fine.


Wilderness

Gianmarco Giannelli

 

Cosa è lo stato selvaggio, la “selvaggitudine” a cui Ian Curtis e compagni decidono di dedicare un pezzo? La wilderness è la de-evoluzione, è quel cammino che ci fa regredire in quanto esseri umani. Chi ha il potere di ingranare questa retromarcia? La religione.

Non importa il luogo, non importa il tempo, Ian Curtis li ha attraversati tutti e qualcosa ha sempre accomunato ogni spazio-tempo, i danni provocati dalla religione. La religione cattiva, quella che tratta i discepoli come pupazzi, che distrugge la conoscenza perché la considera come un pericolo. La religione che non si fa scrupolo di imprigionare e uccidere chi la pensa in maniera diversa in nome di un dio che non può che essere malefico. Cosa ha portato il culto, se non lacrime e processi sommari che hanno prodotto solo martiri?

Come un Socrate in giacca di pelle, Curtis, dopo averci raccontato ciò a cui ha assistito, chiede direttamente a noi cosa abbiamo visto. Non si tratta della ricerca di una conferma a qualcosa che lui sa essere vero. Si tratta, piuttosto, di una provocazione. La provocazione di chiedere a chi giustifica sempre la religione, a chi parla di provvidenza, di vie e di mondi sempre migliori, come pensano di giustificare ogni singola cosa. What did you see there? Come a dire: “E questo? Questo come lo giustifichi? Quale via porta a tutto questo e come fai a definire giusta una via che sta facendo tanti danni?”

Wilderness, a cavallo tra lo spirito punk e la musicalità new wave che hanno reso Unknown Pleasure una pietra miliare, rappresenta una cerniera di quello spartiacque che ha permesso a tutti gli amanti della musica, in generale, di parlare di un prima e di un dopo.


Interzone

Francesco Pattacini

 

La zona di mezzo, il confine, il non-luogo. Interzone è quel posto dell’oscurità, nella penombra di Tangeri del Pasto nudo di Burroughs, dove si rifugiano i reietti, le prostitute, gli esiliati politici. Tangeri come Salford, l’abnegazione, il lavoro, la malattia di Curtis. Un enorme muro che si attraversa nella vita quotidiana, ogni giorno, da casa all’ufficio, con la sua pesantezza, nascondendo il lato notturno e l’impossibilità di integrarsi ai costumi, mentre tutto scorre nell’indifferenza più nera. La leggenda racconta che tutto sia nato da un riff inizialmente pensato per una rielaborazione di Keep On Keeping On di Nolan Porter ma che, in fondo, l’attacco del soulman losangelino, passato per le mani di Curtis e Hook, si sia trasformato in un visionario viaggio a due voci che si richiamano come in un incubo coleridgeiano. Una via di uscita, grida Curtis, una via per salvarsi, gli fa eco Hookie.

Probabilmente per questa inedita conversazione Interzone è forse il brano più sottovalutato ma anche poetico di tutto il disco, il rito di passaggio fra questo presente punk e l’oscuro futuro di I Remember Nothing: Around a corner where a prophet lay, / Saw the place where she’d had a room to stay, / A wire fence where the children played / Saw the bed where the body lay.


I Remember Nothing

Alessandro Spagnolo

 

Nero come la pece. I Remember Nothing, che con i suoi sei minuti chiude Unknown Pleasure, è composta da percussioni, anche atipiche, che si pongono come base per la voce laconica di Peter Hook, unite a tastiere da thriller.
L’atmosfera molto cupa che si costruisce poco alla volta è un’escalation dark e pressante, che parte sommessa. Si delinea piano, con i colpi secchi della batteria di Stephen Morris, a cui poi si aggiungono gradualmente le inquietanti note singole di basso di Peter Hook, la chitarra graffiante sottotraccia, la voce di Ian Curtis e le tastiere dilatate e cupe di Bernard Summer. A rendere ancora più tenebrosa la composizione è un elemento che viene utilizzato come percussione: il suono di un vetro che si infrange.

Le linee vocali, che esordiscono con un “We” che sembra prolungarsi all’infinito per la sua inquietudine, ripetono come un mantra la frase “we were strangers”, in un brano che riassume in poche frasi, davvero incisive, l’inquietudine esistenziale di Ian Curtis e la sua dissociazione da sé stesso.

Me in my own world, yeah you there beside/The gaps are enormous, we stare from each side/We were strangers for way too long.

I Remember Nothing, scura e pressante, sembra una canzone d’amore celata sotto una coltre oscura, ma c’è anche chi la interpreta come una dichiarazione di Curtis: una rottura e una presa di distanza da sé stesso e dalla propria inutilità. Più che la classica ricerca di sé stessi è l’accettazione di una distanza interiore.