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Bruce Springsteen: nato per essere il Boss

a cura di Viola Pellegrini

Wembley Stadium, The River tour 2016: “Ho visto il passato, il presente e il futuro del Rock ‘n’ Roll: il suo nome è Bruce Springsteen”. È proprio il caso di dirlo; come Springsteen, non c’è nessuno. Andate ad un suo live e lasciatevi trasportare da una magia lunga più di tre ore, in un viaggio epico in cui il musicista ripercorre le tappe che lo hanno portato a quello che è adesso. Come scriveva Jon Landau nel 1974, “la sera che ho visto Springsteen è come se avessi ascoltato la musica per la prima volta”.

Sembrerà forse un’esagerazione dettata dall’entusiasmo, ma è questo il sentimento che ci avvolge dopo un live della E-Street Band. Nel corso di una carriera che ha attraversato quasi cinque decadi, Springsteen è riuscito a rendere epiche, storie comuni, toccando l’anima di chi l’ascolta. In occasione dell’uscita del nuovo album, prevista per quest’anno, ripercorriamo il cammino del Boss: una storia fatta di sogni, tempeste e sconfinati panorami.

Una storia americana

Come Thomas Wolfe e Bob Dylan prima di lui, Bruce Springsteen arriva da una remota cittadina degli Stati Uniti. I luoghi d’origine dei tre, Asheville, Duluth e Freehold hanno qualcosa in comune: i sogni e le speranze di chi vi abita, diventano reali, solo nell’avvicinarsi al limite della città. Springsteen è un ragazzino solitario e annoiato, privo delle distrazioni a cui si dedicano i coetanei; ci sono la scuola, la chiesa e poco più. Durante l’adolescenza, Bruce ha un buon rapporto con la madre, ma trova difficoltà nel relazionarsi con il padre, in quanto simbolo della rassegnazione tipica della vita di provincia.

Le anonime giornate di Freehold vengono scosse quando, in una serata del 1957, Elvis Presley appare all’Ed Sullivan Show. L’America benpensante è quasi traumatizzata, mentre il giovane Springsteen è sopraffatto: “La chitarra era la chiave di ciò che avevo visto – ricorda il musicista – Elvis era un ragazzo come me, ma aveva una fottuta chitarra, come la ribattezzò mio padre.” (da Springsteen on Broadway). Quando Bruce si avvicinò allo strumento non ottenne però l’effetto sperato: era ancora troppo inesperto e innocente, perché una chitarra incendiasse la sua anima. Ci vorranno i Beatles, con la loro celebre apparizione all’Ed Sullivan Show del 1964, per accendere in Springsteen quella determinazione che lo porterà dove è arrivato oggi.

Ma la strada verso il successo, specialmente a Freehold, è lunga e richiede passione. Dimenticate infatti, l’Atlantic City da cartolina con i lunghi boardwalk ad incorniciare l’oceano atlantico. Quando Springsteen muove i primi passi nel mondo della musica, il New Jersey non è che un remoto angolo degli Stati Uniti e nella cittadina dove cresce, lavorare in fabbrica sembra l’unico futuro possibile.

Per sua stessa ammissione però, all’onesto lavoro, Springsteen non si è dovuto piegare neanche un giorno. Per buona parte dell’adolescenza suona in band locali; a 14 anni ha già il suo primo gruppo e a 16 è un abile chitarrista. Seguono anni di performance nei bar del New Jersey, alle feste cittadine e ovunque gli venga data la possibilità: “A 23 anni avevo già suonato praticamente ovunque: matrimoni, feste, club. Ero così arrabbiato, sentivo un tizio alla radio e pensavo, io posso fare meglio di lui”. (da Springsteen on Broadway). I duri anni prima del grande successo sono determinanti per Bruce; è grazie al girovagare nei club del New Jersey che il cantante incontra alcuni dei musicisti con cui darà vita alla leggendaria E-Street Band: Danny Federici, Vini Lopez, Steve Van Zandt e David Sancious.

La determinazione nel riuscire in qualcosa in cui in molti provano e altrettanti falliscono, porta Springsteen verso il suo primo manager, Mike Appel. Il loro sodalizio aspira a ricalcare quello tra Elvis e il Colonnello Tom, ma il rapporto non va esattamente allo stesso modo. Nel 1972 Springsteen è messo sotto contratto dalla Columbia Records, grazie a John Hammond (responsabile del successo di Dylan).  Nel 1973 escono Greetings from Asbury Park e The Wild, the Innocent and the E-Street Shuffle, in cui brani come Rosalita, Incident on the 57th Street e Lost in the Flood, lasciano intravedere frammenti di quella che sarà poi la poetica dell’autore. I due LP vengono ben recepiti dalla critica, che definisce Springsteen “il nuovo Dylan”, ma non riscontrano lo sperato successo commerciale.

È il 1974 quando Springsteen entra in studio con la E-Street Band per registrare Born to Run. Sono sessioni lunghe e insoddisfacenti per il musicista, che dedica sei mesi di registrazioni esclusivamente al brano che dà titolo all’album. Il risultato però è sorprendente: Born to Run dipinge grandiosi orizzonti, narra di anime in cerca di redenzione e musicalmente sembra il risultato di un’insolita unione tra Phil Spector e Leonard Bernstein. L’album è avvolto da un velo di magia, che si solleva solo con lo svanire del pezzo che conclude l’opera, Jungleland. Nel 1975, con l’uscita di Born to Run, anticipato da una serie di concerti sold-out al Bottom Line di New York, Springsteen ottiene il successo che aspettava da anni. L’album arriva al terzo posto della classifica americana e tutti, dal Times a Newsweek, si accorgono del musicista del New Jersey. La stampa non lo dipinge più come il nuovo Dylan, ma come Bruce Springsteen, pronto, con la sua chitarra, a riaccendere l’indebolita fiamma del Rock ‘n’ Roll.

Dopo un tale successo ci si aspetta che la salita si trasformi in discesa. Ma come anticipato, questa è una storia di sogni e tempeste e le prime nubi arrivano a tingere di nero l’orizzonte. Il rapporto tra Springsteen e Appel si sgretola; i due vanno incontro a battaglie legali e Appel nega a Springsteen l’accesso allo studio di registrazione. Dovranno passare due anni, prima che il musicista riesca a tornare in studio per incidere il nuovo album. In quei giorni, ancora lontanissimi dai social media, l’unico mezzo per rimanere in contatto con i propri ammiratori, oltre ai concerti, era la musica. L’attesa è lunga e lo stesso Springsteen teme di essere dimenticato.

Ma non è così. Nel 1978, il cantante consegna Darkness on the Edge of Town, un lavoro che nelle atmosfere si allontana dalla grandiosità di Born to Run a favore di momenti più intimistici. È infatti un’aurea quasi cinematografica quella che circonda brani come la title-track, Racing in the Streets e Factory. Tra le canzoni scartate per Darkness on the Edge of Town, c’è Because the Night, che farà la fortuna di un’altra grande voce americana, Patti Smith.

Il discostamento dai suoni orchestrali di Born to Run, continua in The River, un doppio album che sembra quasi un live, in cui Springsteen dipinge gli antieroi dell’America suburbana. Ci sono i sogni infranti dei due giovani del brano che dà titolo all’album, il grido liberatorio di Out in the Street e la spensieratezza giovanile di You Can Look (But You Better Not Touch). L’universo di Springsteen inizia sempre più a prendere forma.

Nel 1982 esce Nebraska, un album che sembra un punto di svolta. Spogliatosi delle grandi melodie della E-Street band, Springsteen si concentra sulle parole, accompagnandosi con una chitarra acustica e l’armonica. I brani sono cupi, i tempi di Thunder Road sono lontani e più vicini sembrano essere quelli che caratterizzeranno il testo di protesta di Born in the USA. Fra le composizioni spicca Atlantic City, un doloroso canto di disillusione sul sogno americano.

Sono infatti gli anni in cui l’America è quanto più lontana possa essere dall’American Dream. La guerra del Vietnam si è conclusa nel 1975, portando con sé numerose vite. Il primo vero fallimento degli Stati Uniti si è protratto per troppo tempo; non è possibile tornare indietro e i tempi stanno cambiando. Nel 1980 Springsteen aveva conosciuto Ron Kovic, autore dell’autobiografico Nato il 4 luglio, da cui nel 1989 Oliver Stone trarrà l’omonimo film. Grazie a Kovic, Springsteen entra in contatto con altri reduci del Vietnam, rimanendone profondamente segnato.

È quest’esperienza che dà vita alle taglienti parole di Born in the USA, contenuta nell’album omonimo del 1984. Recepita dall’allora presidente Ronald Reagan come un inno al patriottismo, la canzone è in realtà uno dei più alti esempi di contrasto tra testo e musica. Se l’incisivo e ritmato arrangiamento sembra voler istigare l’ascoltatore ad un sentimento positivo nei confronti della patria, spostando l’attenzione sulle parole, ci rendiamo conto che Born in the USA non è altro che un diretto attacco al Vietnam e alle illusioni di un sogno, quello americano, che non esiste più. I testi impegnati non abbandoneranno più Springsteen. Se le prime tracce della sua visione politica erano apparse in Darkness on the Edge of Town, ora l’impegno sociale caratterizza molti testi delle sue canzoni. Al contrario di Dylan però, Springsteen non si sottrae al ruolo di portavoce di una generazione, ma lo accetta con assoluta umiltà.

Sul finire degli anni ’80, Springsteen realizza Tunnel of Love, una riflessione sull’amore influenzata dal matrimonio con l’attrice Julianne Phillips, che sta volgendo al termine. È un po’ il suo Blood on the Tracks. Nel 1988 durante il Tunnel of Love Express Tour, Springsteen rende pubblica la relazione con la corista Patti Scialfa, che diventerà sua moglie nel 1991. Scialfa assumerà un ruolo fondamentale nella vita del cantante, diventando componente fissa della E-Street Band.

Dopo il successo di Born in the USA, Springsteen è una rockstar a livello planetario. Ma niente è tanto fuggevole quanto lo è il successo. Nonostante l’Oscar per Streets of Philadelphia, composta per il film di Jonathan Demme del 1994 e la buona accoglienza riservata agli album Human Touch e Lucky Town, con The Ghost of Tom Joad il Boss non convince. Simile per molti aspetti allo stile scarno di Nebraska, l’album fatica a creare un coinvolgimento con il suo pubblico. I testi, prevalentemente politici, lasciano però presagire dove si spingerà Springsteen nella nuova decade.

L’11 Settembre 2001, l’America è sconvolta dall’attacco al World Trade Center di New York. Muoiono quasi 3.000 persone. Si fa difficoltà ad andare avanti e le macerie che avvolgono Manhattan sembrano dilaniare il mondo intero. Bruce Springsteen incontra un uomo in strada che invoca il suo aiuto: “Ora abbiamo bisogno di te”. Springsteen risponde con The Rising, un inno alla rinascita attraverso l’aiuto del prossimo. Ancora una volta la musica si dimostra capace di cambiare un destino.

“I’m the president, but he’s the Boss” – Barack Obama

Con il nuovo millennio, Springsteen sembra ancora lontano dal suo farewell. Tra il 2005 e il 2014, il cantante pubblica sei album: Devils & Dust, We Shall Overcome: The Seeger Sessions, Magic, Working on a Dream, Wrecking Ball, fino al più recente High Hopes del 2014. Sono anni segnati da momenti indimenticabili, come l’esibizione a Washington per l’inaugurazione della presidenza di Barack Obama, ma anche da episodi difficili, come la perdita dello storico sassofonista della E-Street Band, Clarence Clemons. Il Boss, comunque, non accenna a fermarsi. Lo dimostrano l’autobiografia Born to Run del 2016 e la residency a Broadway, appena conclusa. La sua è una storia dal finale ancora da scrivere.

L’influenza di Springsteen è riscontrabile in ognuno di noi. È ben visibile in musicisti come Ryan Adams, che ne ricalca i suoni e la liricità, ma anche nel più marginale Ezra Furman, che sembra aver raccolto ciò che Springsteen si è lasciato alle spalle, per farlo suo. È rintracciabile in ogni nostro desiderio di scoperta, riscossa o altruismo. Partita dall’America, la poetica di Springsteen è diventata linguaggio universale. Bruce Springsteen voleva riuscire a far sussultare la nostra anima. Ora non possiamo più fare a meno delle sue parole, capaci di dare un senso all’oscurità delle nostre notti e al chiarore delle nostre giornate.