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Patti Smith: una vita fra rock, poesia e arte

In occasione dello spettacolo Words And Music, che ha fatto tappa anche in Italia, esploriamo la vita di Patti Smith, attraverso le sue opere fondamentali e gli artisti che l’hanno ispirata.

Patti Smith sopravviverà alla voglia di una nuova superstar, perché è un’artista alla vecchia maniera” scriveva Lester Bangs a proposito del primo album della cantante, Horses. “Patti ha capito che era arrivato il momento di unire letteratura e musica […] Il risultato non è però un lavoro di spoken-word, ma un album Rock ‘n’ Roll dall’immensa forza emotiva”. (da Stagger Lee Was a Woman di Lester Bangs, Creem Magazine, 1976). Quanto sostiene Bangs è vero; il primo album di Patti Smith contiene una forza quasi primordiale, riscontrabile in pochi altri lavori. La produzione di John Cale dona a Horses atmosfere a metà tra Velvet Underground e quanto di meglio può offrire il garage rock, alle quali i testi della Smith si adattano perfettamente. Ancora oggi, il connubio tra musica e parole di brani come Elegie, Free Money e Birdland, rimane di impatto quasi ineguagliato.

Il pezzo centrale dell’LP Land, suddiviso in 3 sezioni, Horses, Land of 100 Dances e La Mer (De) è un epico viaggio surrealista, beat e rimbaudiano. Johnny, l’eroe di questa allucinata produzione, è ispirato, neanche a dirlo, al Johnny di The Wild Boys, un romanzo di William S. Burroughs. Land prosciuga l’ascoltatore di emozioni, almeno quanto lo fa Heroin di Lou Reed. È un brano che richiede di essere assaporato più volte e che in seguito non abbandona più. Ricercheremo sempre qualcosa di simile in musica, ma non sarà facile trovarlo.

Horses è Patti Smith. Nessun compromesso, nessun taglio, nessun montaggio discontinuo; con questo album, la cantante ci rende lettori onniscienti di ciò che è. Horses è un libro aperto sulla sua poetica, contenente tutto ciò che la Smith ama: i versi liberi cari alla Beat Generation, il poeta maledetto Arthur Rimbaud e Jimi Hendrix. Ma a vincere su tutto in Horses è la passione per le parole e il Rock ‘n’ Roll, che nella loro unione, arrivano a livelli che hanno del sublime. In musica, in pochi sono riusciti a raggiungere la grandezza poetica che Patti Smith ha toccato in Horses: prima di lei, Bob Dylan, Leonard Cohen, Jim Morrison, Lou Reed e poco dopo, anche se in maniera più sporca e ruvida, Richard Hell e Tom Verlaine.

A un lavoro così potente non si arriva certo per caso: la poesia e il Rock ‘n’ Roll fanno da sempre parte di Patti Smith. Ci sono però, nella vita della cantante, una serie di avvenimenti che l’hanno resa l’artista capace di catalizzare platee di tutte le età.

L’arrivo a New York

New York ha un ruolo fondamentale nel formare Patti. A 17 anni, la futura cantante abbandona la soffocante vita suburbana del New Jersey, per gettarsi nella giungla d’asfalto della grande mela. Nel 1967, New York è un po’ come viene ritratta in Hair e Midnight Cowboy: una città segnata dai Beat, il Bebop, Jackson Pollock e Frank O’Hara. Il Greenwich Village è un calderone di artisti squattrinati, mentre Midtown è illuminata dalle abbaglianti luci di Broadway. Tutti quelli che rincorrono un sogno, finiscono per attraversare il Queensboro Bridge raggiungendo Manhattan.

In questo ambiente elettrizzante, Patti conosce una delle figure più importanti della sua vita, a cui dedicherà commoventi passaggi dell’autobiografico Just Kids: il futuro fotografo Robert Mapplethorpe. È impossibile definire ciò che Mapplethorpe rappresenti per la Smith: il loro è uno di quegli incontri irripetibili, una sorta di destino di predestinazione a cui entrambi sapevano, in qualche modo, di andare incontro. “Nessuno vede come noi, Patti” le dice Mapplethorpe.

Con lui andrà a vivere al Chelsea Hotel, fortificando uno dei periodi più creativi nella vita di entrambi. Il Chelsea è un’utopia intellettuale in cui Dylan Thomas passò gli ultimi momenti prima di morire e dove Bob Dylan scrisse l’immensa Sad-Eyed Lady of the Lowlands. Al Chelsea si consumano i paradossi, le sregolatezze e le passioni di una vita votata all’arte. Chiunque passi dall’hotel, vi lascia traccia. È in questi anni che Patti va incontro alla rivelazione che le cambierà la vita, quando al Fillmore East assiste ad un live dei The Doors.

Nel vedere Jim Morrison esibirsi, ho pensato che potessi farlo anche io. Non volevo essere presuntuosa, ma ho sentito che era qualcosa che mi apparteneva “ – (da Just Kids)

Horses è ancora lontano, ma se ne inizia a delineare lo scheletro. Poco tempo dopo, Patti conosce l’ex musicista, reinventato drammaturgo, Sam Shepard. In un momento in cui l’artista si sente estraniata da Mapplethorpe, l’incontro con Shepard è fondamentale. I due scriveranno un’opera insieme, Cowboy Mouth, ma soprattutto, sarà Shepard a suggerire alla cantante il connubio tra musica e poesia, che farà la sua fortuna.

L’amore per la poesia

Mapplethorpe e Shepard, due figure talmente distanti tra loro, che unite, danno vita al futuro di Patti Smith. È Mapplethorpe che le procura il reading di poesia assieme a Gerard Malanga al St Mark’s Poetry Project dove, seguendo l’intuizione di Shepard, la Smith appare accompagnata dal chitarrista Lenny Kaye.

“Volevo lasciare un segno a St Mark. L’ho fatto per la poesia. Per Rimbaud e per Gregory (Corso). Volevo infondere alla parola scritta, l’immediatezza del Rock ‘n’ Roll” – (da Just Kids).

Il reading è un successo: il pubblico, tra cui Andy Warhol, Lou Reed e Gregory Corso, esulta alle tuonanti parole di Fire of Unknown Origin e Picture Hanging Blues. La chitarra di Kaye non fa che rafforzare la necessaria sfrontatezza con cui Patti proclama i suoi versi. Johnny, con le sue visioni lisergiche di cavalli argentati, inizia a comparire all’orizzonte.

Tra le letture di quella sera, c’è Oath un componimento dalla scioccante apertura, Jesus died for somebody’s sins, but not mine, che diventerà l’intro della cover di Gloria, brano che dà inizio a Horses. Poche parole, ma così forti da far tremare chi le ascolta: sono versi in cui la Smith si riappropria dei suoi diritti, una sorta di grido d’indipendenza e allo stesso tempo un rifiuto di generalizzazione. Oath, uno dei primi componimenti scritti dalla cantante, è anche quello che più la rappresenta: “posso far brillare la mia stessa luce e l’oscurità va altrettanto bene” continua la poesia. È forse una delle frasi più Rock ‘n’ Roll mai state scritte: cos’è in fondo il Rock se non un grido di ribellione e libertà?

Patti Smith ha, fin dall’inizio, le caratteristiche per trasformare un frammento di rabbia in una canzone, in cui le persone possano trovare qualcosa di sé. È questo il suo segreto ed è questa l’essenza del suo Rock ‘n’ Roll: credere nel potere trasfigurante della musica e delle parole.

La Smith non cerca però il successo facile. Dopo il reading di poesia a St Mark, riceve un’offerta discografica, che rifiuta. Non è ancora il momento per far ascoltare la sua voce al grande pubblico. I poeti che ama non hanno raggiunto il loro status così velocemente. Occorre prendere del tempo, per non bruciare come una scintilla nella notte.

Patti ricorda Jim Morrison, il primo ad ispirarla, in quella serata rivelatrice al Fillmore East. Ripensa agli scrittori Beat, ad Allen Gingsberg, così influente nella sua vita a New York. Ascolta Bob Dylan che, con le sue parole, aveva regalato alle oscure giornate della sua adolescenza, momenti indimenticabili. Si identifica con l’attitudine ribelle di Keith Richards. Sogna di intraprendere un viaggio nelle terre toccate da Rimbaud. Tenta la recitazione, ma vivere all’ombra di un personaggio non fa per lei. Per la Smith non c’è distinzione tra l’aprirsi e il calare di un sipario: l’arte avvolge la sua vita completamente.

La sacerdotessa del rock

Non c’è più ragione per aspettare, il Rock ‘n’ roll ha bisogno di essere risvegliato dal torpore commerciale in cui è caduto: è il momento che Johnny faccia la sua comparsa. Horses viene pubblicato nel 1975, rendendo la Smith protagonista della scena underground newyorkese, che ha come fulcro un locale della Bowery, il leggendario CBGB. Con lei, Television, Blondie, Ramones, Talking Heads e The Vodoids. Lo stagnate periodo del Rock ‘n’ Roll è finito; una nuova ondata ha abbattuto le barriere della tradizione.

Dopo Horses, la Smith realizza Radio Ethiopia, Easter (in cui appare la sua unica hit Because the Night) e si congeda dalle scene con l’album che chiude gli anni ’70, Waves. Poi il ritorno, dopo quasi una decade, con Dream of Life. Il disco, stroncato all’epoca, contiene quello che è diventato uno dei più importanti inni pacifisti, People have the power, scritto assieme al marito Fred “Sonic” Smith.

Gli anni che seguono, sono un periodo di estremo dolore per la cantante; in poco tempo perderà Mapplethorpe, Fred e il fratello Todd. Patti piange le loro morti in Gone Again, un album cupo e segnato dal lutto. Con About a Boy viene ricordata anche la scomparsa di Kurt Cobain e in Fireflies, Jeff Buckley offre il suo prodigio musicale per l’ultima volta. Gone Again è un album che porta la Smith in contatto con i fantasmi del suo passato.

Nonostante il trascorrere del tempo e gli inevitabili dolori imposti dalla vita, oggi Patti Smith appare la stessa di quel folgorante periodo a New York. Solo che chiamarla cantante appare riduttivo. La Smith è stata ed è tutt’ora scrittrice, fotografa e occasionalmente, pittrice. Le sue foto in bianco e nero, raffiguranti gli abiti appartenuti a Frida Kahlo, la tomba di Sylvia Plath e le scarpette di Rudolf Nureyev, trasmettono la passione che l’artista nutre nei confronti dei suoi soggetti.

È proprio questo amore incondizionato per tutto ciò che riguarda l’arte, ad essere da sempre la forza di Patti. Una devozione che la fa apparire a festival letterari (tra cui anche il Salone del libro di Torino nel 2017), che la porta a leggere il De Profundis di Oscar Wilde nella prigione di Reading Goal, che la spinge ad esibirsi al MOMA di New York per celebrare Jean Genet e ad acquistare la vecchia casa in cui era cresciuto colui che è da sempre la sua guida spirituale, Arthur Rimbaud.

Qualunque sia il suo mezzo, Patti Smith cerca di coinvolgere la platea che le si pone davanti. E allora ringraziamo quest’artista, per aver creduto e per continuare a credere nel potere della musica, della letteratura e della creatività. Perché forse l’arte non nutrirà il corpo, ma è sicuramente capace di nutrire l’anima.