Art & Style

Piccolo tour delle meraviglie tra la Street Art a Shoreditch, Londra

a cura di Bianca Casini

Anni fa ho preso la fissazione di voler abitare nella pseudo-alternativa e super trendy Shoreditch a Londra. Purtroppo l’entusiasmo con cui lo proposi alla futura coinquilina venne prontamente troncato dai prezzi degli affitti, tutt’altro che trendy; e soprattutto dalle rispettive madri che non gradivano l’idea che vivessimo nel quartiere “dei drogati e delle prostitute”. Certo non avevano tutti i torti, ma la descrizione di bordello coniata dalle genitrici appariva piuttosto semplicistica a suo tempo come adesso.

La Shoreditch di oggi non conserva che il sentore di una sofferente cultura underground perché quella vera, ribelle fino al midollo, se l’è portata via la new wave di coffee shops e di concept stores che nell’ultimo decennio si sono replicati in maniera esponenziale. Un lato più autentico del quartiere come centro industriale sopravvive negli edifici, nel continuo sferragliare dei treni e nelle nuvole di fumo esalate dai tombini. Allo stesso tempo però è facile farsi illudere dai magazzini e i container che spuntano a ogni angolo: oggi sono stati quasi tutti convertiti in fitness studios e mercati coperti dove è possibile assaporare la specialità del luogo, ovvero cibo da ogni angolo del pianeta.

A Shoreditch i grattacieli spuntano accanto alle tipiche townhouses e l’edificio di un private members’ club condivide la propria facciata con quella di un kebabbaro. È anche un luogo in cui ricchezza e povertà spesso si scontrano e sarebbe da ipocriti non associare la seconda con la grande presenza di immigrati. Ma ciò che una grigissima domenica mattina mi spinge ad avventurarmi nel Far East di Londra è il fatto che Shoreditch sia anche una galleria d’arte a cielo aperto dove si concentra quello che è forse il più eccezionale patrimonio di Street Art al mondo, la vera e propria arte contemporanea perché in continua creazione e trasformazione. Mentre scrivo nuove opere nascono, altre cambiano forma o scompaiono per sempre; libere da qualsiasi dittatura curatoriale e ignare della stagnante vita da museo. Perdersi per i vicoli e i sottopassaggi qui è possibile; esperienza che consiglio fortemente ai miei coetanei millennials (funziona solo se vi lasciate guidare dalla curiosità invece che da Google Maps) e una passeggiata per queste strade diventa così una caccia al tesoro, solo che a volte il murales che ci aspettavamo di trovare in un certo punto è cambiato o magari non esiste più.

Se in questo momento pensate a quello sgorbio che è apparso sulla parete del vostro palazzo l’altra mattina chiedendovi come sia possibile considerarlo arte, vorrei fornire qualche spiegazione a riguardo. Punto primo, la Street Art e i graffiti (lo sgorbio) non sono la stessa cosa. Punto secondo, un graffito non si rivolge che a un pubblico limitato di altri graffiti writers seguendo un codice di leggi non scritte che prevede la “supremazia” di chi segna il territorio più spesso o nei posti più irraggiungibili. Talvolta però qualche writer tradisce la propria fede, dando vita a delle masse di forme e colori che hanno ben poco da invidiare alla maggiormente apprezzata Street Art per abilità tecnica e armonia della composizione; nonostante il prodotto finale resti pur sempre la firma dell’autore stesso. Se poi queste sono anche legalmente commissionate attraggono una legittimità tanto derisa dai cosiddetti hardcore writers; che per inciso non sono affatto d’accordo con tutta questa storia della Street Art corrotta perché ormai commercializzata, in altre parole ridateci i nostri muri che noi qui facciamo sul serio. Questo per dirvi: dimenticate lo sgorbio. I Picasso di oggi dipingono anche per strada.

Uno dei più apprezzati è Jonesy, ambientalista sfegatato, le cui opere sono capaci di trasmettere aspri messaggi di critica in maniera tanto delicata quanto efficace. Innumerevoli artisti scelgono la strada come piattaforma di critica puntando il dito verso ognuno di noi, ma Jonesy mi colpisce per la delicatezza con cui esprime lo stesso messaggio di disapprovazione per come noi umani “trattiamo” il nostro pianeta. I disegni di Jonesy si riconoscono per lo stile grigio monocromo con cui realizza creature dagli sguardi tesi e sofferenti, come un lupo a due teste dal pelo irsuto e che non vien voglia di sfiorare da quanto sembra essere unto e bisunto, o un pellicano triste e sconsolato imbevuto di petrolio. Noto una sua certa abilità nel comunicare in modo tangibile quanto noi umani abbiamo ridotto il mondo a un posto lurido, sozzo. Vi è un certo strazio disgustoso, reso ancora più vero dal paesaggio urbano londinese dove le uniche catene montuose sono quelle dell’immondizia per la strada.

Ma il pezzo forte sono gli Urobori che Jonesy ha disseminato per il quartiere. Questi piccoli draghi il cui stile ricorda le creature grottesche della Domus Aurea neroniana si contorcono auto-divorandosi e perpetuando un circolo vizioso di infinita dannazione; un simbolo apocalittico del destino dell’umanità che consuma voracemente se stessa e il proprio mondo. Bisogna ammettere che siamo tutti costantemente bombardati da messaggi del genere, tanto che rischiano di perdere efficacia a meno che non siano comunicati in modo insolito. La figura dell’Uroboro ha un certo fascino misterioso, specialmente quello che Jonesy ha collocato sull’estremità di un palo e che si apprezza al massimo sullo sfondo di un cielo troppo inquinato. I suoi lavori spesso non sono di grandi dimensioni, che nel linguaggio degli artisti di strada può essere visto come gesto di cortesia e condivisione degli spazi disponibili. Comprendere le dinamiche relazionali tra i vari artisti è più che mai importante nella Street Art e può fare davvero la differenza nell’interpretazione di un’opera. Queste dinamiche spesso spiegano perché e come un certo artista ha deciso di modificare il lavoro di un altro, dando così voce a un pensiero nuovo e diverso.

La scelta della location è infatti cruciale, e se è stato scelto proprio quel muro, con quell’angolazione a quel preciso incrocio spesso c’è un motivo. È cosi che si viene a creare quel legame con il territorio circostante grazie al quale alcuni disegni risultano migliori di altri. Questo è l’approccio che ha reso Fanakapan (e la sua ossessione per i palloncini specchianti argentati) uno dei più amati artisti della zona: la semplice ma brillante idea di dipingere sull’elmetto di un astronauta il riflesso dell’edificio dalla parte opposta della strada ha fatto sì che il suo disegno vincesse l’affetto della comunità che lo ospita; e che tuttora lo protegge con una devozione manco fosse la sovrintendenza ai beni culturali. Più l’opera viene inserita in un certo contesto, più sopravvive, nutrita da un vero e proprio rapporto simbiotico con la sua location, difficile da spezzare e che sembra anche scoraggiare altri artisti ad intervenire. L’astronauta di Fanakapan mi fa pensare che in fondo non si tratta che del bisogno umano di appartenere a un luogo e a un momento; quello stesso bisogno che soddisfano gli abitanti delle case di fronte quando aprono le finestre e sono rassicurati dal proprio riflesso, perché anche oggi l’astronauta farà parte della loro comunità.

Ma neanche il tempo di svoltare l’angolo che mi sovrasta il gigantesco agglomerato verde con strisce ondulate rosa e bianche realizzato da un artista austriaco che si firma come HNRX. Penso immediatamente alle esplosioni di cervelli alieni di Tim Burton, ma resto un po’ delusa quando scopro che il soggetto in questione non è un tributo al genio del regista, ma si tratta bensì di un pezzo di sushi. Mi scappa un sorriso perché vedo HNRX che disegna questa specie di rivisitazione contemporanea della natura morta, e forse ride anche lui al pensiero che il suo pubblico possa speculare sul significato e i messaggi dietro alle sue masse informi. Certo una valida tesi è che HNRX si stia deliberatamente prendendo gioco della diffusa e apparentemente insaziabile voglia di pesce crudo che caratterizza la mia generazione; ma speculazioni a parte, provo una certa ammirazione verso la sua assoluta mancanza della necessità di comunicare qualcosa a tutti i costi. Mi viene in mente il libro di Michael Findlay Il Valore dell’Arte, in cui l’autore critica l’assurda quantità di tempo che passiamo a fare congetture sulle possibili interpretazioni di un’opera. Ecco, davanti al pezzo di sushi mi sento allo stesso modo, questo è il tempo che va a discapito di quello che potremmo invece utilizzare semplicemente per osservare ciò che abbiamo davanti. Lasciarsi veramente avvolgere dalle forme e dai colori può avere risultati eccezionali anche senza una preparazione accademica alle spalle. Provare per credere.

Ma Street Art non vuol dire solo giganti murales e sculture, anche i poster sono incollati ovunque. Un vicolo negletto si rivela così essere un collage di pensieri, una vetrina di proposte e altrettanto di proteste. I personaggi politici sono di gran lunga i favoriti (da notare l’ubiquità di Mr Trump) ma il tema predominante è la generale disapprovazione verso le istituzioni. L’uso di doppi sensi e giochi di parole, il tutto condito con una bella dose di black humour rende questi poster semplicemente geniali al di là del fatto che uno possa essere d’accordo o meno con l’artista. Non solo la politica, ma anche le guerre e i fenomeni economici e sociali sono i soggetti principali dei poster che si prendono gioco di noi senza pietà anche se spesso in modo piuttosto sottile. Vi è pur sempre però una certa ipocrisia di fondo che fa sembrare tutto un po’ più finto e preconfezionato. Infatti gli artisti che si oppongono alle regole del mercato dell’arte si rivelano spesso i primi ad appendere alle loro opere un cartellino con molti zeri, possibilmente stanziandosi in vere e proprie gallerie in attesa che qualche pesce grosso abbocchi. Le stesse condanne verso i tanto odiati social media e il nostro smart-tuttoquanto sono talvolta firmate con il nome di un account Instagram (che io da brava millennial ho prontamente seguito). Morale della favola, il paradosso è ovunque e l’integrità probabilmente non esiste. E ammettiamolo, forse è proprio questo che ci piace.

Non vi sono però solo urla riottose e di aspro scontento. Alcuni dei poster sussurrano parole di ispirazione e incoraggiamento per affrontare la vita di tutti i giorni in questa metropoli arida di rapporti umani e in cui le emozioni sono centellinate: suolo fertile per un artista come WRDSMITH. Unendo la tecnica del disegno con quella del poster, dalle sue ormai celebri macchine da scrivere rétro spuntano fogli su cui appaiono frasi come “Aspire to inspire others and the universe will take note” (— aspira ad ispirare gli altri e l’universo prenderà nota) oppure “I believe in you. So that makes two of us” (— io credo in te, così intanto siamo in due). L’ormai inconfondibile stile dattilografato nero su sfondo bianco è il suo biglietto da visita; anche se diciamocelo, non gli è servita chissà quale abilità tecnica per fare lo schizzo della Olivetti e appiccicarci sopra un foglio. Ma si torna sempre lì, potevo farlo anche io e poteva farlo mio figlio di tredici anni, eccetera eccetera. Sì, ma poi in realtà nessuno di noi lo ha fatto. E WRDSMITH comunque se ne infischia, perché sull’online shop le sue opere vanno alla grande, ma visto il prezzo della sua creatività decido che magari mi faccio bastare la dose di ispirazione giornaliera dei baci Perugina.

Svoltando poi in una traversa di Brick Lane, vedo i resti della parete di una casa a cui l’artista che si firma come BKFOXX ha saputo dare vita nuova. Un uomo giovane volta le spalle a una mano tesa, fuggendo dal suo contatto. Sullo sfondo la scritta “exit” punta in direzione di una porta che fa fisicamente parte del muro. Ho pensato ci risiamo, ecco l’ennesimo riferimento a Brexit che non se ne può più, lasciandomi ingannare da un blu predominante e dalla scritta exit. Ma sono stata terribilmente miope perché qui il vero messaggio è un disperato urlo di aiuto da parte di coloro che, ingannati dalla mente, vedono nel suicidio la soluzione più facile. La depressione e la poca tolleranza che abbiamo verso di essa è un’altra delle dure verità che un paio d’ore di Street Art mi hanno costretta ad affrontare. Il tema della salute mentale resta oggi pieno di taboo, specialmente per un uomo; e considerare il nostro atteggiamento verso chi soffre di quel male che appare davvero incurabile dovrebbe preoccuparci molto più di un Brexit deal. BKFOXX con una dolcezza infinita chiede a ognuno di noi di fare quel passo avanti perché la nostra mano possa appoggiarsi sulla spalla di qualcuno che vuole mollare. I colori e i tratti del volto hanno un’irresistibile morbidezza che mi fa venire solo voglia di soccombere alle tre dimensioni che l’artista ha saputo padroneggiare. Voglio assorbire al massimo questa bellezza perché domani potrebbe non esserci più; con la Street Art funziona così. C’è questa generale scomodità verso l’idea che qualcosa possa diventare oggetto di venerazione immune al passare del tempo. Sarà il dinamismo incontrollato che caratterizza questo movimento, ma anche la notevole capacità di adattarsi intrinseca nella specie Londinese fa la sua parte; e risultato è che anche le opere più eccezionali prima o poi se ne vanno.

Ma nel rifiuto dell’immutabilità che dà vita a un’arte così malleabile vedo anche inquietudine e incertezza. Inquietudine più che mai tangibile nell’ultima opera del celeberrimo Banksy, apparsa solo pochi giorni fa in un villaggio del Galles. Sul muro di un garage è spuntato un bambino che guarda il cielo per mangiare ciò che in un primo momento sembra neve ma si rivela poi essere cenere. Al di là della sottile critica che Banksy lascia volutamente aperta a molteplici interpretazioni; il quotidiano The Guardian ha subito pubblicato un articolo dove il fortunato proprietario del garage commenta sulla rapidità della vendita. Anche questo per Banksy è prendersi gioco di noi, i suoi stencil sono atti provocatori tanto graffianti quanto geniali. Banksy non spreca un’occasione per rendere ridicola ogni forma di autorità: quelle istituzionali, come il poliziotto che al guinzaglio porta un barboncino; o in modo ancora più controverso quelle commerciali come la marca di scarpe più famosa del mondo. Paradossi e controsensi regnano indisturbati per le strade di Shoreditch. Tanto che anche il celeberrimo, agguerrito dissidente della Street Art commercializzata, sembra aver mollato la presa quando lo scorso ottobre una copia su tela della sua bambina con palloncino è apparsa a un’asta di Sotheby’s dove è stata venduta alla modica cifra di 1,4 milioni di dollari. Per la gioia dell’acquirente dopo qualche secondo la tela si è auto tritata, come fosse la firma dell’artista, di fronte allo sgomento di un pubblico di cui, dopotutto, Banksy riesce ancora a prendersi gioco con singolare maestria. E se anche si volesse aprire un capitolo sull’ubiquitario tema del dissenso nell’arte, Banksy non è certo l’eccezione ma lo è di certo la sua creatività. Ah, e per la cronaca, l’artista colpisce in anonimato, nessuno ancora sa chi lui sia veramente. Chapeu, Banksy.

Qui però il vero problema è che se dovessi raccontarvi tutto quello che ho visto, sentito e toccato in una sola mattina a giro per le strade di Shoreditch probabilmente passereste la vostra vita a leggere. E io a scrivere, che come prospettiva non è male, ma è ora di tirare le somme a fronteggiare la fatidica domanda: e allora?

E allora voglio dirvi che ne vale davvero la pena se passate, vivete o per sbaglio capitate a Londra. Fiorentina di nascita, posso dire di essere stata cresciuta a pane e arte. Tra le certezze della mia infanzia vi era la rassicurante armonia rinascimentale delle logge, dei porticati e delle facciate dei palazzi della mia città. La bellezza per me era perdermi nel labirinto di un giardino all’italiana, dove gli sguardi vuoti delle statue di epoca medicea sono stati testimoni dei miei (assai moderati) atti di ribellione adolescenziale. Le mie origini hanno avuto un fortissimo impatto sull’idea di bellezza che ho sviluppato, e con cui converrete che la Street Art può non combaciare esattamente. Ma il bello è che mi sono resa conto di questo solo in un secondo momento, perché davanti ai murales ciclopici così come alle sculture lillipuziane di Jonesy sono riuscita solo a pensare all’assoluta libertà che c’è in tutto questo. Non ci sono canoni preimpostati ai quali un artista cerca di attenersi, di conseguenza è più difficile che si creino aspettative disattese in un pubblico dinamico quanto la natura stessa di quest’ arte.
Del resto, i muri di Londra trasudano libertà.