Interviste

Le funkeiras di un Brasile in cambiamento | Intervista ad Alberto Riva

Dopo averci raccontato Berlino, The Passenger ritorna al suo tentativo di tracciare una geografia culturale dei Paesi con l’ultimo numero dell’anno dedicato al Brasile – probabilmente la nazione più difficile, così grande e viva; ricca di gioie quanto di drammi. Per l’occasione abbiamo intervistato Alberto Riva – giornalista e scrittore italiano che per anni ha vissuto in Brasile come corrispondente per giornali e agenzie di stampa e che per The Passenger firma un pezzo sulla nuova corrente di funkeiras femministe pronte a rovesciare il paradigma della società patriarcale.

Com’è nato e si è evoluto il tuo legame con il Brasile? Quanto tempo ci hai vissuto?

Ho vissuto in Brasile più o meno dalla fine del 2004 alla fine del 2010, nell’epoca di Lula: tutto il primo e il secondo mandato. Il mio legame con questo Paese però comincia molto tempo prima, dalla mia passione per la musica. Sono sempre stato molto appassionato di jazz. Ho iniziato a scrivere occupandomi di jazz, e a un certo punto, inevitabilmente ascoltando il jazz, si incontra la musica brasiliana e la bossa nova che è come una cugina del jazz. La bossa nova infatti nasce dai musicisti di Rio che oltre al samba si appassionano a Frank Sinatra e altri musicisti di jazz americano. Dopo però l’influenza è diventata reciproca: la bossa nova è entrata di prepotenza nel jazz cambiandone i connotati e il ritmo del samba sintetizzato e raffinato nella bossa nova è diventato un ritmo anche jazzistico. Tutti i grandi del jazz hanno poi suonato e inciso brani con il ritmo di bossa nova.

La grande passione per il jazz diventa anche una grande passione per la musica brasiliana, e la fascinazione per questo mondo diventa anche fascinazione per la cultura in generale. Per la letteratura – almeno quella che arrivava qui da noi –, specialmente Jorge Amado, lo scrittore brasiliano che avuto più successo all’estero. Però era vissuto tutto come una passione per una cosa esotica. Dopodiché per questioni personali, a un certo punto della mia vita, sono andato a vivere lì. All’inizio come una vacanza-lavoro, ma poi mi sono fermato ed è nato quello che poi è diventato il mio secondo libro: Seguire i pappagalli fino alla fine (Il Saggiatore, 2008).
Ho messo insieme le due passioni, la scrittura, e quindi il lavoro, e il Brasile.
Anche se parlare di Brasile è un po’ improprio: Manaus e Porto Alegre sono due posti completamente diverti; Curitiba e Cuiabá che è la capitale del Mato Grosso, pure. Però Rio, che è sempre stato il posto più aperto alle tendenze internazionali – nonché la capitale fino a quando nel ’60 non è stata spostata a Brasilia –, è la città che in qualche maniera ha assorbito e si è fatta sintesi di tutto il Brasile.

Come mai ha scelto Rio de Janeiro come seconda casa: cosa ha di speciale?

Be’, Rio è la grande cartolina, il grande mito. Una grande fascinazione può esserci per Bahia, che è lo sfondo dei libri di Jorge Amado. Possono esserci luoghi più belli, più interessanti, come la stessa San Paolo, ma non sono come Rio che è questa città che contiene tutto: la spiaggia, la foresta, le montagne; il modernismo dell’architettura; la musica. Soprattutto il samba che è un elemento così fortemente caratterizzante della città.
Poi come tutte le grandi città anche Rio ha grandi contrasti: da una parte la ricchezza spropositata di Leblon, di Ipanema, Barra de Tijuca e dall’altra parte i miserabili che vivono al di sotto della soglia di povertà. Le favelas inoltre non sono tutte uguali, ci sono anche lì tante gradazioni. Alcune sono già dei quartieri popolari, con tantissime attività che le equiparano a quartieri di classe medio-bassa; altre invece sono dei luoghi infernali.

Vista della favela Rochina – André Liohn – Prospekt Photographers

C’è qualcosa nella narrazione del Brasile che arriva in Europa e in Italia che trascura qualcosa di importante che tu vorresti fosse più conosciuto? Qualcosa che vada oltre una rappresentazione fatta solo di carnevale, spiagge e musica.

Negli ultimi anni si sta raccontando il Brasile in una maniera meno folkloristica, ma è ovvio che ci sono dei fenomeni di costume che vengono letti in maniera superficiale. Come il carattere dei brasiliani dipinto come accogliente; la terra della saudade; il carnevale… Il paese del carnevale – come il primo romanzo di Jorge Amado. Il Brasile sconta un po’ un’immagine che rischia sempre di passare come luogo comune. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché avviene, però avviene. Per esempio, la poesia brasiliana è molto importante, ci sono dei grandi poeti brasiliani che sono dello stesso livello di poeti come Pablo Neruda, però qua da noi non sono stati divulgati. Non hanno avuto la stessa fortuna dei latino-americani. Parlo della poesia perché secondo me ha avuto nomi più interessanti, o comunque meno fortunati, rispetto alla letteratura. Cito: Carlos Drummond de Andrade, Mário de Miranda Quintana, Ferreira Gullar.
E come mai i poeti che si esprimono in lingua spagnola sono più conosciuti? È una questione politica? È perché abbiamo uno sguardo più attento nei confronti dei moti rivoluzionari nei Paesi latino-americani che in Brasile non ci sono stati o ci sono stati in maniera minore? Il Brasile è un Paese che ha avuto una grande conciliazione interna, anche se ha avuto una forte dittatura negli anni ’30-’40. La stessa dittatura negli anni ’60 è meno raccontata rispetto a quella dell’Argentina o del Cile.

Esiste una divulgazione che si scontra sempre con questi aspetti eclatanti come il carnevale, il carattere allegro… Io non credo affatto che il Brasile sia un Paese allegro. I brasiliani sono un popolo molto resistente, ma il Brasile è un Paese di grandissima sofferenza. Un Paese che ha circa 60.000 morti ammazzati ogni anno per arma da fuoco – è un dato enorme. Un Paese che ha delle grandi differenze di condizioni di vita; un Paese che ha leggi che non vigilano sull’uso dei pesticidi – c’è tantissima incidenza di cancro tra i lavoratori della terra – e che ha dinamiche molto feroci. In Amazzonia, per questioni di proprietà di terra, legate all’agro-business, la gente si ammazza.
Abbiamo una serie di cose che sono la realtà di un Paese estremamente sofferente che ora con il governo Bolsonaro è destinato a soffrire ancora di più.

In uno dei pezzi contenuti in The Passenger il tuo collega brasiliano Michel Laub dice “Dall’indipendenza, nel 1822, il Brasile è stato un paese in cerca d’identità” in un pezzo che si chiama proprio “Apologia della frammentazione”. D’altro canto anche tutta l’atmosfera di questo numero di The Passenger fa trasparire un Paese fatto di bellezze, espressioni artistiche, ma anche tante contraddizioni e contrasti interni. Secondo te, si è riusciti o si è vicini a trovarla, un’identità?

Io credo che l’identità del Brasile sia un’identità multipla. Secondo me è un fatto in sé che il Brasile non abbia trovato un’identità. Anche perché io personalmente non sono tanto per la generalizzazione che i popoli abbiano un’identità. Io credo che i popoli si possano unire rispetto ad alcuni valori o alcune tendenze culturali che sono un portato della società. Per esempio, il Brasile ha ancora delle caratteristiche di società post-coloniale. Ha avuto più di trecento anni di schiavitù; per cui la società brasiliana è una società che perpetua ancora questo schema: c’è il padrone e c’è il nero.

Poi ci sono valori culturali molto forti, che cambiano da San Paolo a Bahia, ma la forza del Paese resta negli elementi culturali. Il Brasile è un grande Paese inaugurale dal punto di vista delle culture popolari: la musica, l’arte figurativa, l’artigianato, la lingua. Non dobbiamo dimenticare che il portoghese del Brasile è il portato di tre ceppi: il portoghese, la lingua degli indigeni e la lingua dei neri africani portati come schiavi. La ricchezza della lingua del portoghese del Brasile rispetto al portoghese del Portogallo è questa: ha dentro questi elementi che l’hanno arricchita, ammorbidita; che l’hanno resa una lingua densa di immagini, di humor, di modi di dire idiomatici dai significati molto profondi. Tanto è vero che la musica brasiliana affascinano molto per la sua lingua – anche se tu non la capisci, sei affascinato molto da questa varietà sonora.
Senza contare poi tutte le migrazioni che sono state molto importanti per il Brasile: gli italiani, gli olandesi, i tedeschi, i libanesi. Il Brasile è quindi un Paese multiplo per le sorgenti e le tendenze culturali. Il concetto di identità brasiliano per me è quindi vuoto, rispetto a quanto non si possa già dire per quella degli altri Paesi.
Io credo molto alla cultura – cultura intesa come quello che tu ti crei e quello che tu ascolti. La cultura è quello che forma un Paese e un popolo, e proprio in virtù del fatto che è culturale, è aperto, permeabile, e miscelato alle altre culture.
Poi oltre alla cultura c’è la società, e quella del Brasile è estremamente crudele.

André Liohn – Prospekt Photographers

Collegandomi a questo discorso, tu firmi per questo numero un pezzo dedicato al funk – espressione delle favelas di Rio – e in special modo alle cantanti donne e femministe. Qual è la condizione delle donne oggi in Brasile?

Il Brasile è in un momento di trasformazione. Siamo in un momento in cui il movimento e la coscienza femminista stanno diventando più forti rispetto al passato – come avviene in altre società del mondo. Questo perché è molto sotto attacco. Anche se il Brasile è una civiltà moderna, vige ancora una grande discriminazione di genere – per i salari, per le condizioni di vita, soprattutto per le persone di colore. I neri coincidono con la parte più povera.
È un Paese che ha degli indici molto forti di violenza sulle donne, così come per la comunità LGBT – questo è dovuto all’insorgenza di una destra religiosa negli ultimi anni che adesso si è coagulata come forza politica e ha sostenuto l’elezione di Bolsonaro. I valori che sono all’interno di questo movimento sono deteriori per la parte femminile della società.

Al momento le donne sono in trincea in Brasile. Abbiamo una legislazione in Brasile, la Lei Maria de Penha – di cui parlo nell’articolo – che è basata su una storia particolarmente truculenta. Dal 2018 questa si affianca alla Lei do feminicídio vero e proprio, ma c’è ancora una mentalità fortemente maschilista.

Il fenomeno delle funkeiras di cui parlo io è molto specifico. Abbiamo avuto tantissime artiste donne, come ne abbiamo oggi d’altronde, però si trattava sempre di condizioni elitarie nel Brasile. L’arte, la letteratura ecc. sono state e sono ancora oggi espressioni di una parte elitaria della società. La musica invece ha potuto, come il calcio, andare a raccogliere degli strati più modesti. Il fenomeno di cui ho scritto riguarda le donne nere che vengono dalle favelas e dai quartieri più poveri che provano a riappriopriarsi di un linguaggio e di alcune istanze di sguardo che invece erano state saccheggiate da quello maschile. Adesso si riprendono il potere, sul palcoscenico. In qualche modo facendo un po’ il verso agli uomini quindi con la volgarità, con l’ironia parossistica, col turpiloquio; con i temi sessuali, però in questi elementi ci mettono le loro rivendicazioni.

Un po’ come se non fossero più oggetto di desiderio, ma soggetto desiderante…

Esatto, un po’ come il verso di MC Carol con cui apro il pezzo che dice «non ti sta bene? Ti metto a dormire davanti alla porta di casa, perché ho voglia di uscire a divertirmi.». È ovvio che c’è anche qualcosa di grottesco in tutto ciò, però ha una forte presa. Il pubblico lo sente come qualcosa di cui c’era bisogno.

Queste artiste riescono ad avere risonanza anche al di fuori dell’ambiente in cui nascono?

Loro sì. Prima la funkeira era una cosa legata al ghetto, ma questi personaggi ora riescono a uscirne perché sono cambiati i mezzi di trasmissione. Prima o andavi a sentirli dal vivo o ti compravi il disco o dovevano essere pubblicizzati sui giornali. Ora invece si ha diretto accesso a quello che loro propongono in modo non filtrato – su youtube, per esempio.
Poi chi fa molti numeri, chi è originale, allora dopo ha anche la sua declinazione negli show dal vivo e nelle feste. Dare funk non è un concerto, è una festa. C’è una persona che canta e si esibisce, mentre gli altri ballano; non ha proprio le caratteristiche di un concerto. Quando poi si assurge a fenomeno pop, allora riescono a fare anche concerti. Come, per esempio, fa Anitta – di cui parlo nell’articolo –, la più grande star del pop attuale brasiliano, che è una ragazza che si muove in un ambito musicale tra funk e pop. Rispetto a MC Carol che invece è una funkeira, Anitta è canonicamente bella e pop, e allo stesso tempo si lancia sul palco con tutta la sua fisicità prorompente. Quest’uso del suo corpo, alcuni temi delle canzoni, la favela come sfondo sono tutte cose che la accomunano con le funkeiras.

Nel periodo in cui io vivevo in Brasile, non esisteva ancora questo fenomeno – o meglio, le prime funkeiras che hanno fatto da apripista non avevano ancora coscienza di essere femministe. In più alcuni elementi di questo funk venivano poi presi dal mainstream musicale – alcuni personaggi più sdoganabili dalla società si sono appropriarti di alcuni temi, come per esempio Fernanda Abreu, che era una cantante della zona sud di Rio che ha fatto un rap più commestibile, più accettato.
Devi pensare che la società brasiliana è ancora molto divisa tra neri e bianchi: c’è un razzismo tremendo.

Marielle Franco da questo punto di vista ha fatto molto, a livello di rivendicazioni come favelada nera. Quanto il suo omicidio ha segnato l’umore di chi giornalmente lotta per un riscatto sociale?

Lei, suo malgrado, è diventata una martire. Il corpo di questa ragazza, uccisa dai proiettili. Lei che veniva dal Complexo da Maré che è una favela terribile, è diventata prima sociologa, poi è stata eletta con tantissimi voti (più di 40.000) a quello che è il nostro consiglio comunale di Rio, con un discorso estremamente duro. Lei era nera, era lesbica, veniva dalla favela.
L’omicidio di Marielle Franco è un omicidio politico, è un femminicidio ed è un delitto razzista. Proprio per quello che lei rappresentava, che inquieta, disturba. E lo fa ancora oggi: quello che lei rappresenta è disturbante per la società. Ma non per l’élite, lo è per la classe media che è quella che poi ha eletto Bolsonaro che è il contrario di tutto quello che rappresenta il Brasile. Il Brasile è un Paese meticcio, sofferente, che – come dicevamo – ha un sacco di morti uccisi ogni anno, e poi elegge Bolsonaro il cui discorso è razzista, misogino, pro-armi? È una società in cortocircuito – bisognerà vedere cosa succederà.

L’omicidio di Franco ha segnato un momento di convergenza di una necessità di riscatto. Ha fatto più impressione di altri delitti che avvengono (i vari sindacalisti che difendono gli indios, che difendono i contadini senza terra: omicidi che avvengono costantemente nelle zone remote del Paese, nel Mato Grosso, in Amazzonia), ha colpito di più per le caratteristiche che dicevamo. Per l’essere, di Marielle, un simbolo di una certa possibilità di uscire da quella condizione e poter dire la propria. Poter avere possibilità di parola e soprattutto di parola politica. Una cosa del genere prima era impensabile in Brasile.
Una persona come Marielle Franco fino a vent’anni fa non poteva arrivare alla posizione in cui lei era. Se avesse voluto, con le elezioni successive, lei oggi sarebbe in Parlamento. Tanto è vero che la collega di partito, con cui lei ha iniziato la sua carriera politica, Talíria Petrone, oggi è deputata sempre per il partito PSOL. E sta portando avanti un po’ lo stesso discorso. Se volete andarla a cercare, è una ragazza che un po’ le assomiglia: nera come lei, riccia. Il loro percorso di attivismo politico è iniziato insieme, erano amiche e Petrone oggi è in Parlamento. Probabilmente ci sarebbe stata anche Franco. Franco forse aveva in più delle caratteristiche di carisma, di capacità di articolazione politica fuori dal comune ed è finita nel mirino di chi non voleva ci fosse questa presa di posizione.

Marielle Franco e Talíria Petrone

C’è un cambiamento in atto, il Paese è in cambiamento. Anche le nostre funkeiras lo dimostrano: ragazze nere, che vengono a dire cose molto forti, con una musica che è una musica di consumo da festa, non certo qualcosa che ti metteresti in casa da ascoltare sul divano. Qui c’è un grido, da una parte sardonico, dall’altro è una rivendicazione di spazio e di voce. Il Paese si sta trasformando; non a caso ora osserviamo questa ri-insorgenza di conservatorismo e di oscurantismo perché il Brasile stava cambiando molto velocemente. E quindi si sono riattivate quelle forze oscure, di negazione della modernità, che lì però agiscono in maniera estremamente violenta rispetto ad altri posti. Lì sparano.

In questo numero viene anche raccontata l’evoluzione politica di questa nazione fino all’insediamento di Jair Bolsonaro come presidente, con le sue idee preoccupanti dal punto di vista dei diritti civili e del cambiamento climatico. Tu vedi Bolsonaro quindi come una conseguenza di un processo che era già in atto?

Be’, lo vediamo in tanti Paesi. Bolsonaro è espressione del rigetto del partito di Lula, del PT. La maggior parte dei brasiliani che hanno votato Bolsonaro hanno votato contro il PT di Lula, quindi i due mandati di Lula e il mandato e mezzo di Dilma Roussef – che poi è finito con l’impeachment. Il Brasile ha avuto questo grande entusiasmo con l’epoca del lulismo, poi c’è stata la grande crisi economica che segue il 2008-2009 e che è arrivata in Brasile con una certa onda lunga, nel 2012; da lì è iniziato un grande cambiamento di vento che ha portato l’insorgenza di una certa anti-politica, che è Bolsonaro. Non lo vedo quindi particolarmente diverso rispetto ad altri fenomeni che succedono in altre parti del mondo.

In questo anno che è passato dalla sua elezione, vedi altri cambiamenti o un’accelerazione di questa tendenza reazionaria?

Diciamo che, secondo i sondaggi, c’è una parte dell’elettorato di Bolsonaro che è già delusa. È più un governo contro qualcosa che per il Brasile. Il Paese è in una stagnazione: non sta andando né da una parte né dall’altra. Sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dei movimenti sociali. C’è un forte tentativo di impiantare un sistema di potere nuovo, ma è una società che sta guardando un po’ col fiato sospeso. Sono tutti lì che guardano: è un governo che non ha ancora un anno; non è successo niente di particolare dal punto di vista politico. Non c’è stato neanche un inasprimento del carattere autoritario – esiste però un fantasma dell’autoritarismo che si muove alle spalle di questo governo, che però non ho visto ancora in atto. Esiste dal punto di vista delle tensioni, dei proclami, o di quello che si può immaginare che succeda, ma non lo vedo ancora in atto – non di più rispetto a quello che sta succedendo in Cile o in Bolivia. Vedremo che cosa accadrà.

Nel tuo pezzo racconti anche un po’ della storia e del successo di Elza Soares. A quali altri artisti sei più legato?

A Elza Soares molto, l’ho anche intervistata e incontrata più volte. A parte che è una musicista clamorosa, una cantante pazzesca, lei ante-litteram rappresenta proprio la resistenza femminile, per la sua storia privata di donna che ha subito tanti attacchi, tante discriminazioni sulla sua pelle. Poi sono molto legato al samba di Rio, a quei personaggi come Nelson Cavaquinho; i grandi cantautori come Caetano Veloso e Chico Buarque – dei due apprezzo più Veloso, proprio per la qualità poetica dei suoi testi. Poi amo tanto le voci femminili, a cominciare dalla sorella di Caetano, Maria Bethânia, Simone de Oliveira ecc.
Poi altri grandi cantautori che da noi sono meno conosciuti rispetto a Caetano Veloso, come João Bosco che è un autore straordinario. E poi quello che ho messo nella playlist, ovviamente!

Io credo che la musica sia uno degli aspetti più forti della cultura brasiliana, che cambia da un posto all’altro del Brasile, ma ha delle caratteristiche comuni che sono il ritmo del samba, le influenze dei suoni africani e poi una grande capacità di assorbire il meglio di tutto il mondo dal punto di vista strumentale. La chitarra brasiliana è una civiltà, non è uno strumento.
Uno degli artisti che amo di più è Baden Powell che era un chitarrista morto una quindicina di anni fa, di Rio. Nel suo samba senti la musica barocca, la musica europea del ‘600; senti il bel canto del melodramma italiano; senti il jazz e il suo linguaggio. Il tutto lui riusciva a farlo stare nella sua chitarra a sei corde, dove sentivi una ricchezza che forse senti solo nella chitarra di Paco de Lucia.

A livello contemporaneo, le altre forme d’arte riescono ad avere una presa e un piglio politico?

Sì, esiste il teatro. È molto forte anche il musical che racconta i personaggi della storia brasiliana. Soprattutto nelle favelas principali ci sono gruppi di teatro molto importanti, a Rio soprattutto. Negli ultimi anni l’arte si è trovata a essere censurata per aver trattato temi che cozzavano con questa destra religiosa risorgente: la sessualità, le questioni di genere ecc.
Diciamo che però l’artista brasiliano è molto libero, cerca di prendersi i suoi spazi. È sempre stato un artista molto forte, molto all’avanguardia. Nel corso del Novecento è stato spesso censurato, messo un po’ alle corde, ma la vivacità della cultura e dell’arte non è messa in discussione. Lo stesso carnevale è un fenomeno artistico, per certi versi che si occupa ancora di politica. Come forse tu ricorderai, lo scorso carnevale – quello ufficiale, con la competizione delle scuole di samba – è stato vinto dalla Mangueira, la scuola che si rifà alla comunità della favela Mangueira, con un samba la cui storia omaggiava Marielle Franco.