Subterraneans

The Subterranean Tapes: Must Listen 2017

Oggi ti vorrei raccontare un poco di Cézanne. Per quanto riguarda il lavoro, così afferma, ha vissuto da bohémien fino a quarant’anni. Solo più tardi, con la conoscenza di Pissarro, ha preso gusto al lavoro. Ma, allora, fino al punto di passare gli ultimi trent’anni della sua vita non facendo altro che lavorare. Senza gioia invero, come sembra, con una rabbia incessante, in conflitto con ogni sua singola opera, perché nessuna di esse gli sembrava raggiungere ciò che egli riteneva essere la cosa più indispensabile. La chiamava la réalisation.

(R. M. Rilke Lettera a Clara)

Contro il caldo scendi nel sotterraneo, in cantina, dentro un bunker, ma portati la musica che serve.

LYVES, Like Water, Autoprodotto

20 gennaio

Di Lyves forse ne avete sentito parlare, o l’avete direttamente ascoltata, in occasione di uno dei concerti che ha aperto nel tuor europeo dei Coldplay, particolare che non dice nulla in realtà della musica della cantante italo-australiana Francesca Bergami. Dopo Lives, singolo con cui aveva esordito nel 2014 se ne erano perse un po’ le tracce, eppure in Like Water non sembra sia passato tutto questo tempo, tanto la radice dream è rimasta incontaminata. Le voci in sottofondo, anche quelle, lontani richiami di memoria su uno sfondo dilatato dalle parti elettroniche e dai kick che intessono la melodia, trama orchestrata per mettere al centro la voce neo-soul di Lyves. Inflessione malinconica per le Darkest Hour quando arrivano e si prendono tutto, invadono ogni spazio di Like Water abbracciando quello che rimane. Interpreti affidabili sono le voci che si rincorrono per tutti e quattro i brani, finché poi non rimane soltanto da schiacciare rewind e tornare indietro.

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HALFALIB, Malamocco, WWNBB

24 febbraio

Uno dei dischi potenzialmente più interessanti, vari e particolari di questa prima metà del 2017 è sicuramente Malamocco di Halfalib, al secolo Marco Giudici basso negli Any Other, che si libera di ogni traccia indie folk per creare una struttura dalle inflessioni jazz e psichedeliche, vicine ai Beatles da Let it Be in poi, non solo per il recupero del Nothing’s Gonna Change My World all’interno di Arythmie du Soleil quanto per lo stesso modo di coinvolgere l’ascoltatore in espansioni fisiche e corporee. Restituire l’ampiezza alla maniera di Planetarium di Stevens, Muhly, Dessner e McAlister ma senza una vocazione così dichiarata. Un deserto in cui vagare, piuttosto che lo spazio siderale, fin troppo umano in Liebe Fènix II, Instant con echi dell’ultimo Radiohead o nei connotati spettrali di Diminuirsi. Halfalib trova una soluzione personale in cui far combaciare questi richiami sottili e lontani ma pur sempre lì, miraggi per cui smarrirsi.

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VAGABON, Infinite Worlds, Father/Daughter Records

24 febbraio

Abbiamo inserito The Ambers nelle nostra Best Tracks di questo primi sei mesi perché la voce di Lætitia Tamko è qualcosa che vale la pena appuntarsi, anche solo per un attimo, così come il suo modo di rapportarsi all’indie rock. Approccio spontaneo che ricorda nei modi quello di Elena Tonra, svuotato però della costante malinconica che tende a rabbuiare le composizioni. Il disco dei Vagabon tende più alla reazione, almeno dal punto di vista del rumore, piuttosto che a pesare i ricordi, verve quasi punk in Minneapolis e al limite dell’RnB in Fear & Force, il cui intro ricorda certe sensazioni di quella Candles dell’EP His Young Heart. Ci sono poi le varianti più elettroniche di Mal à l’aise, un francese che ricorre, come lingua altra e suadente per sostenere il momentaneo cambio di tono prima della quartina finale in cui Cold Apartment svetta particolarmente. È la libertà vocale della Temko, coi continui richiami ritmici fra lei e gli strumenti, a dare a Infinite Worlds quella qualità, tecnica e sentimentale, in più e a consegnarti, prima del coro finale, un’istantanea dei rapporti d’affetto nelle metropoli.

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FUTURO PELO, Bluff, Pain Surprises

3 marzo

Con Bluff dei parigini Futuro Pelo, da poco in versione 4 remix, arriviamo direttamente dentro l’estate, quella da occhiali California, la spiaggia sulla Senna e i capelli raccolti. Immagini supportate dalla lingua francese, ovviamente, e dalla tendenza un po’ kraut un po’ 60’s della pronuncia alla Vanessa Paradis di Adventures, rilanciata dal beatlesiano Hands.  La seconda parte di Bluff prosegue sulla strada yé-yé dei La Femme, diversa invece per toni dallo stile della title-track e di Swamp con cui si apre, più legata a beat che coinvolgono e ai ritornelli che ci riportano al periodo estivo per la stessa ragione, quella sensazione di testa libera, soltanto, dai problemi. Quattro su quattro.

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BIRØ, Incipit, RC Waves

31 Marzo

La piega decadente di Birø ha parecchi pregi, il primo è quello che nasce dall’unione non usuale, almeno in Italia, di ritmiche techno, tendenzialmente spersonalizzanti, e invece un parlato che aggiunge un livello ulteriore alla fruizione. Un’attrazione verso le parole inedita, per questo suo immediato parlare senza filtri. La stessa materia di cui parlano le storie segrete vicino alla cassa, che scorrono via o rimangono per sempre. Due anime da stringere insieme, quelle di Birø, tra il richiamo del songwriting indie più classico, soprattutto sui finali che tendono a complicare ulteriormente la catalogazione, essendo inevitabile vivere le tracce una distaccata dall’altra e non in un continuum incessante (pregio numero due, quello di causare uno stravolgimento d’identità). Prosegue così Incipit e lo fa per tutto il disco, fino alla rottura definitiva, momento necessario e inevitabile che ci porta ad uscire quando voltarsi indietro potrebbe fare troppo male.

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HUSKY LOOPS, s/t, Alcopop!

7 aprile

Gli Husky Loops sono tre ragazzi di Bologna con stanza a Londra, al loro debutto con l’ep omonimo. Tralasceremo la questione dei cervelli in fuga e la relativa memorabilia, per concentrarci sul loro approccio alla musica. Il filone, non a caso, è quello del rock britannico nelle sue inflessioni post-punk, liberato di tutti gli orpelli pesanti e diritto alla meta con martellanti batterie, giri di basso a guidare l’armonia che porta contemporaneamente all’esplosione di Tempo o a dilatazioni tra Verve e Arctic Monkeys dei primi album, in Fighting Myself. Paradossalmente Dead, la traccia che chiude l’ep, quella più ruvida e altalenante, ci colpisce di più, forse proprio perché questo suo caratteraccio la porta allo scontro con l’ostinata correttezza delle precedenti, pronta a sfogarsi e a ribaltare tutto. Da The Man, quindi, al suo finale, ritroviamo tante oscillazioni e inflessioni diverse che contribuiscono alla resa di un disco completo, su cui non serve ragionare troppo per apprezzarne il contenuto. Invidiabili.

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TANTE ANNA, Ta, To Lose La Track

14 aprile

Delle mille e una nature dei Tante Anna e del loro Ta, lo-fi violento di chitarra-basso e batteria elettronica, caverne davanti a cui impallidire e svuotarsi, dove Thanatos schiaccia Eros e dalle cui ceneri ricomincia. Il duo pesarese Baronciani-Koppen penetra nella sfera emo con la poetica dark wave di Cold Cave, parole che affondano in quel buio intriso, la musica rullante attorno cui piegarsi, cartoline di infanzie compromesse proprio come quelle di Nene e delle urla strozzate di Pallina. Greatest hits di giorni bui che raccoglie sia che l’esordio omonimo, entrambi del 2014, Ta si sviluppa per cercare nuove soluzioni dove non ci possono essere parole di incoraggiamento, un costante sprofondare che si guarda allo specchio e buca le pareti per abbracciarti con la sua mano nera. Questa è Rientro, piena di simbolismi oscuri, fra i volumi incostanti e le parole di quando non basta urlare per farsi capire. Anima nera, forse stai già combattendo per un po’ di luce.

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CHRISTAUX, Ecstasy, La Tempesta

28 aprile

Riscrivere il proprio presente è un tema costante nel debutto solista di Christaux, altra metà degli Iori’s Eyes, su cui non torneremo più. L’estasi di cui parla si trova dappertutto e ricavarla è un atto di fede ma da pastorale corrotta, quel richiamo faustiano di An Ode to the Beast, avere tutto per poi perdere l’unica cosa che conta in un clima sintetico e decadente. Sorgono solo incubi, o forse è solo l’annuncio dei contrari di Human, binomio sull’onda di Anohni, imperscrutabile e profondo che non arretra mai. Arriviamo in questo modo a Spazio Hd, il compendio di questo sogno distorto, voci sussurrate e suggestioni in cinematic, ancora una divisione fra ricordo e tentazione, fra perdita e accettazione. Ecstasy è un disco del tutto inedito nel nostro panorama spesso troppo orientato a confermarsi piuttosto che ricrearsi e dare spazio al proprio essere, come fa Clod, nel suo vestito migliore.

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Most Valuable Track:

HÅN The Children