Letteratura

Tutto quello che è successo al Salone del Libro di Torino 2018

II Salone chiude le porte, evviva il Salone: qualche appunto in forma di riflessione, o viceversa

 a cura di Francesco Chianese e Veronica Ganassi

tutte le foto sono di Veronica Ganassi

La cosa che più rimproveriamo a questo Salone internazionale del libro di Torino è quello di essere finito. Non di essere finito troppo presto. Di essere finito e basta, riportandoci nel mondo reale fino al 9 maggio del 2019, data prevista per l’apertura del nuovo Salone. Ci vorrà più o meno un anno. C’è una tristezza particolare che ti prende nel momento in cui si varcano le porte del Lingotto e si torna ad abitare di nuovo il mondo esterno, quello della nostra quotidianità, in cui la gente non legge libri – i numeri parlano chiaro da questo punto di vista, c’è poco da illudersi – in cui sull’autobus o sulla metro si è circondati da persone con gli occhi fissi sui propri cellulari, che alzano la testa e ci guardano incuriositi quando vedono che nelle nostre mani invece c’è uno di questi rettangoli di carta che si sfoglia, che non possiamo fare più la fila per ascoltare, o perfino per chiacchierare, con gli autori che li scrivono, i libri, con gli editori che li pubblicano, con i librai che fanno del loro meglio per fare in modo che arrivano nelle nostre mani, o per farci fare un disegnino da Zerocalcare, che ormai ha la mano destra che va a ritmo continuo, indipendente dal resto del corpo.

Foto di Veronica Ganassi

 

Il direttore Nicola Lagioia si congeda rivendicando, con orgoglio, che il fatto che il Salone sia stato un successo clamoroso sia evidente. Difficile contraddirlo. I numeri sono stati poco maggiori a quelli dell’anno scorso, un migliaio di ingressi in più, in termine di affluenza, ma solo perché gli spazi del Lingotto sono quelli, non possono assorbirne molti altri. Anzi, nella giornata di sabato, per un’ora, i cancelli sono stati chiusi perché si è raggiunto il limite previsto dalle norme di sicurezza. Le cifre dei libri venduti sono ridistribuite in modo diverso tra gli editori coinvolti, con il ritorno di Mondadori e degli altri grossi gruppi a danno degli editori più piccoli, ma restano belle alte. Perciò il direttore invita a smetterla di ragionare con i numeri, e invita a poter fare meglio, ma non di più. Ma anche a ragionare sul meglio, è difficile, se si considera la straordinaria qualità dell’offerta: i nomi coinvolti, tutti insieme, sono straordinari, il fatto che per quattro giorni la gente abbia fatto ore di fila per ascoltare Morin o Bertolucci, Rifkin o Giordano, Saviano o Limonov, e che sia venuta da tutta Italia per far parte di questo grande evento, in un paese in cui si legge così poco, lascia gridare al miracolo.

Nicola Lagioia in uno scatto di Veronica Ganassi

 

Lagioia parla, dopo il test dell’anno scorso, di una prova di maturità: il Salone è stabile, e si conferma come fiera nazionale del libro, ancora prima che internazionale. Una delle cinque domande che hanno fatto da leitmotiv al Salone – “perché mi serve un nemico?” – trova la sua risposta nella capacità di tutte le parti coinvolte di fare rete, nell’orizzontalità contro la verticalità. E qui si riconosce la natura tutta torinese di questa manifestazione, che punta tutto sull’abilità di costruire una comunità, a far si che ogni parte della filiera del libro sia messa in condizione da svolgere il proprio ruolo in sinergia con tutte le altre, a sfruttare la collaborazione laddove non è possibile fare affidamento sui fondi, a dare vita al più sontuoso banchetto partendo dai celebri fichi secchi. Il Salone non può essere altrove che a Torino. Nessuno riesce a credere agli organizzatori davanti al risultato, quando parlano di fondazioni fallite, di difficoltà a raggiungere gli sponsor, a gestire gli appalti: il meccanismo appare così perfetto, che nessuno potrebbe mettere in dubbio la sua impeccabilità. Il merito è quello, come ha già detto Lagioia, di un team che punta tutto sulla passione, che ragiona con la qualità piuttosto che secondo le leggi del marketing. Il Salone è una variabile impazzita nel sistema che vuole penalizzare chi legge.

Foto di Veronica Ganassi

Ci sono poi le perplessità che si ripetono ad ogni anno, come ci si aspetta da un evento internazionale nelle intenzioni, ma che si costruisce con un’organizzazione italiana. Per esempio, il modo in cui sono gestiti gli incontri, quelle file interminabili che spesso lasciano molti delusi. Ma è davvero una delusione, quella di rimanere fuori da un evento, quando ce n’è un altro pronto a cominciare nella stanza a fianco, che avresti seguito con altrettanta passione? C’è inoltre il fatto che proprio la vocazione internazionale ci metta di fronte alla constatazione che in un paese culturalmente periferico come il nostro, che vive uno dei momenti peggiori degli ultimi decenni per quanto riguarda progresso e civiltà, e non meramente economia, l’incontro delle realtà europee e internazionali con quelle italiane fa emergere ancora di più le consolidate  perplessità sul nostro mondo culturale. Allora, speriamo che il contesto internazionale di questo salone aiuti i nostri connazionali a fare qualche progresso in termine di apertura mentale e verso il prossimo, che sia la cultura del dialogo quella che ci aiuti a superare i pregiudizi su cui il nostro modo di vivere si costruisce. Che il Salone sia un progetto, come si augura Lagioia, che inserisca le persone che vi hanno partecipato in un circuito virtuoso.

A luci ormai spente da qualche giorno, abbiamo pensato di riorganizzare i contenuti intorno a delle singole lettere e fornire anche un report degli eventi a cui abbiamo partecipato.

Bernardo Bertolucci nello scatto di Veronica Ganassi

B come Bertolucci, che ha diviso il palco con il collega Luca Guadagnino, già conosciutissimo all’estero e consacrato in Italia con Call Me By Your Name, candidato agli Oscar 2018 come miglior film. Forse uno degli incontri più ambiti del salone, tanto che la fila per entrare si snodava lungo un intero lato del padiglione già dalle ore precedenti. I due registi sono stati introdotti dalle parole di Lagioia che ha ricordato come non sia scontato poter assistere a una conferenza con due ospiti di quel calibro e ha colto l’occasione per ringraziare ancora una volta chi, insieme a lui, ha reso possibile tutto ciò. A vederlo, Bertolucci, sembra uscito da un’altra epoca, vestito in nero e con il cappello schiacciato sulla testa. Quando inizia a parlare della professione di regista e di come sia profondamente cambiata nel corso degli anni, si prende coscienza del fatto che ciò a cui io e gli altri 600 fortunati presenti in sala stiamo assistendo è davvero un evento unico e pressoché irripetibile. All’improvviso mi immagino vecchia e nostalgica mentre racconto di quella volta che ho sentito parlare uno degli ultimi grandi miti del secolo scorso. La sua straordinaria lucidità un po’ sorprende e stride con quell’aspetto fragile e con la voce tremante. Anche Guadagnino, rilassato e cordiale, è visibilmente incantato dalle parole di Bertolucci e gli confessa la sua ammirazione che d’altronde non aveva mai nascosto, almeno dal 2013, anno in cui è uscito il documentario Bertolucci on Bertolucci dedicato proprio al regista. I due discutono del ’68, di come sia cambiato il cinema non solo nelle tematiche ma anche e soprattutto nelle tecniche di ripresa e nelle inquadrature sulle quali entrambi concentrano gran parte del proprio lavoro, spesso privilegiandole rispetto alla storia in sé. Bertolucci a tal proposito apre una breve parentesi sul digitale ammettendo che la percezione che ha avuto la prima volta che ha provato ad abbandonare l’analogico sia stata quella di abbandonare anche una parte di quella poesia che solo l’effetto impressionista della pellicola, come lui stesso la definisce, è capace di dare. Il regista esprime davanti ai presenti la necessità e l’importanza di guardare i film in lingua originale soprattutto oggi, epoca in cui abbiamo i mezzi e le possibilità, e ricordando di quando per poterlo fare doveva guidare anche per ore e nelle condizioni climatiche più disparate. L’incontro, breve ma intenso, si chiude in modo rapido, senza dilungarsi eccessivamente in ulteriori saluti e ringraziamenti e semplicemente elaborando e meditando come Bertolucci, scherzando sulle sue conversazioni con David Lynch, invita a fare affermando che “Meditare sia in incontri come questo che come pratica trascendentale è una delle esperienze più fantastiche dell’esistenza”. (VG)

Foto di Veronica Ganassi

D come Donna e come Distopia: quella del bel libro di Veronica Raimo, per esempio, Miden, che riprendendo modi di argomentare e temi tipici dei romanzi di Coetzee, ci aiuta a riflettere sul fatto che il dislivello di genere rimane piuttosto marcato, in questo Salone, e quindi donna e distopia sono una voce che procede insieme anche negli altri contesti in cui si solleva la questione femminile. Desta perplessità, ancora di più, l’apparente difficoltà degli scrittori italiani a comprendere cosa significa distribuzione dei ruoli di genere: così abbiamo un Massimo De Giovanni e un Paolo Giordano che scrivendo dal punto di vista di una donna i loro nuovi romanzi Sara al tramonto e Divorare il cielo, si fanno portavoce dell’equivoco di aver risolto lo iato tra scrittura maschile e femminile, laddove il numero di scrittrici presenti resta limitato, e i grandi spazi di discussione delle sale colorate – gialla, azzurra, blu, gialla – restano preclusi perfino a scrittrici di un certo richiamo anche televisivo, come Daria Bignardi al suo primo romanzo. Ecco, sono cose che non vorremmo vedere al Salone, giacché le donne che scrivono certo non mancano, né in Italia, né fuori. (FC)

Manuel Agnelli nello scatto di Veronica Ganassi

G come Giordano, Paolo, che presenta il suo nuovo e attesissimo romanzo, Divorare il cielo, dialogando con Manuel Agnelli, ma anche come Generazioni. In un’edizione così incentrata sul futuro e sul Maggio francese, era palese aspettarsi costanti riferimenti al diverso approccio alla cultura e alla letteratura delle diverse generazioni coinvolte, poste in dialogo in più occasioni. Si coglie, più di ogni altra cosa, una difficoltà di base da parte della fascia di scrittori “adulti”, quelli che oggi hanno un’età compresa tra i 40 e i 50 anni o che si avvicinano a uno di questi due estremi – i 38 anni di Giordano e i 52 di Agnelli, per esempio – ad accettare di non essere più i giovani e di essere passati al ruolo di chi non comprende i più giovani. Di contro, i millennials continuano ad avere, e non a sorpresa, una voce molto limitata nel mondo in cui la generazione di cui sopra ha assunto il ruolo dei padri, pur non sapendo vestirne gli abiti – come nota Walter Siti, ormai candidabile alla generazione dei nonni, non ce ne voglia – perché forse non hanno mai avuto davvero la possibilità di diventare adulti, e quindi continuano a partecipare con pochi appuntamenti sporadici, soprattutto tra gli editori minori o nei corridoi delle pubblicazioni degli young adults, o ancora, nel ruolo di influencer da Instagram o youtuber, il che ci fa capire in che direzione potrebbe evolversi la fiera del libro nel momento in cui ci sarà il prossimo passaggio di generazione e saranno i 40-50enni di cui sopra a diventare Walter Siti e a manifestare una certa incapacità di vedere al di fuori dagli schemi consolidati dalla società capitalista e patriarcale. Anche l’incontro tra Francesco Pacifico, Giorgio Vasta e Walter Siti per discutere del nuovo saggio di quest’ultimo per Nottetempo ha messo in luce una difficoltà a capire il mondo in cui i soldi non hanno più lo stesso valore e le persone non riconoscono l’autorità. E perfino il doppio incontro con Davide Toffolo e Alessandro Baronciani ha presentato al suo pubblico due eterni ragazzini di fronte alla non-necessità di diventare adulti. Ci sono poi i giovanissimi, i nativi digitali, presenti principalmente nel ruolo dei figli o degli studenti di scuole primarie e secondarie. Questa fascia di età, da molti scrittori italiani confusa con quella dei millennials a cui spesso appartengono loro medesimi, a capire che il distacco generazionale ha creato una frattura davvero difficile da approcciare,  resta un grande mistero. (FC)

Foto di Veronica Ganassi

 

I come Internazionalismo. Proprio la vocazione internazionale del Salone su cui ha tanto insistito Lagioia diventa occasione di spunti per rendersi conto che, in un paese non esattamente al passo come il nostro, l’incontro delle realtà europee e internazionali con quelle italiane riproduce consolidate perplessità. Per esempio, mettendo a confronto gli autori italiani con quelli europei e, ancora di più, quelli americani – vedi Joshua Cohen, Fernando Aramburu, vedi Antoine Volodin – appare evidente che questi ultimi hanno una diversa e più naturale capacità di dialogare col proprio pubblico, senza porsi necessariamente da una posizione superiore, mentre quelli nostrani continuano a concepire l’incontro con i lettori prevalentemente come una lezioncina e quindi restano legati a un ruolo di scrittore-educatore. Questo è magari più il caso di un Walter Siti che di un Paolo Giordano o di un Giorgio Vasta, che comunque non aiutano a dissipare la sensazione di dare per scontato che il loro pubblico non sappia niente, e debba ricevere informazioni dettagliate sulle loro “scoperte”. Peraltro, con poche eccezioni – ho in mente giusto Nicola Lagioia – gli scrittori italiani quando prendono parola, rispetto ai loro omologhi esteri, danno immediatamente la sensazione di una preparazione poco strutturata, approssimativa, rivelandosi incapaci di offrire riferimenti o rimandi precisi, in questo caso passando direttamente dall’aula di scuola al salotto televisivo. Diverso il caso degli scrittori della “diaspora italiana”, ossia gli scrittori italiani che hanno avuto modo di vivere all’estero e confrontarsi con un modo diverso di essere scrittori – qui cito prevalentemente Veronica Raimo, con cui abiamo anche avuto modo di parlare da vicino – che al centro tra questi due mondi, fanno invece fatica a trovare un punto di bilancio: danno per scontato che il pubblico italiano abbia fatto delle acquisizioni che invece non sono così palesi, per esempio relativamente alla divisione dei generi, o che si siano accorti di determiati atteggiamenti che si danno per scontati relativamente al consumismo. In un caso si sottovaluta, insomma, nell’altro si sopravvaluta, e sembra mancare un punto di bilancio che nelle prossime edizioni, speriamo, il Salone riesca a offrire, individuando una platea media più stabile. (FC)

Limonov nello scatto di Veronica Ganassi

L come Limonov che ha presentato in occasione del Salone il suo nuovo libro Zona Industriale. Lo scrittore russo (anche se trovare un unico termine che lo definisca sembra impossibile e riduttivo) deve gran parte della sua fama al romanzo di Carrère che racconta la vita straordinaria, o meglio extra-ordinaria, di un uomo che in 75 anni ha vissuto almeno nove vite. Con lo scrittore francese, Limonov, sembra non avere un bel rapporto tanto che ammette di essere riuscito a leggere soltanto l’inizio del libro che lo ha reso celebre in occidente e scherza sulle sue differenze rispetto al collega che definisce, edulcorando i termini, un intellettuale borghese. L’incontro corre su un filo invisibile che ondeggia pericolosamente tra espressioni e prese di posizione che sono tutto tranne che politically correct, mettendo in difficoltà un po’ chiunque, dal traduttore (Sandro Teti, suo editore italiano) agli spettatori che contestano sommessamente. Sembra impossibile sentirlo parlare con gelido distacco dei temi più disparati, dai carrarmati ai partiti politici, dalla prigione alla letteratura. Marino Sinibaldi, che in questa occasione fa da moderatore, lo definisce, a ragione, un enigma umano ammettendo che dopo aver trascorso un paio di giorni in sua compagnia non ha ancora capito chi ha di fronte. Limonov trascorre buona parte dell’incontro rispondendo in modo telegrafico e sentenzioso ma poi, forse anche grazie a un argomento che lo tocca particolarmente (la riunificazione della Crimea alla Russia), si lascia andare e le risposte si allungano notevolmente svelando qualcosa in più della sua ambigua personalità. Parlando non risparmia nessuno, nemmeno Putin che, come afferma, “è soltanto un front-man manovrato da qualcun altro” e si dice contento che sia finalmente diventato un imperialista. Stupisce, come quando dice di aver scritto molti dei suoi libri in carcere, a memoria e senza libri e computer a disposizione, scoprendo poi successivamente che tutto ciò che ricordava era esatto. Alla fine dell’incontro ciò che resta è la sensazione che nonostante i libri, i documentari e i racconti su Limonov e sulla sua incredibile vita non saremo mai del tutto in grado di distinguere la persona dal personaggio. (VG)

 

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