Migrations

Un vocabolario

Le parole sono solo parole.

Le parole sono solo parole.

Niente di più che combinazioni di segni inventate, catturate dal timpano e poi interpretate dal cervello. In fondo siamo la specie più evoluta solo perché siamo stati i primi in grado di costruire un linguaggio. Dare sostanza a tutte le cose, anche se per certi versi sono le astrazioni a intrigarci di più. È presumibile pensare che se le parole perdessero questa loro naturale tendenza alla descrizione del particolare, quel castello in cui risiedono le differenze che distinguono un oggetto da un altro, il nome e il simbolo, tenderebbero piano piano a disgregare la realtà, a farne scomparire i contorni e rendere il particolare un paesaggio qualsiasi fino a non contare più. Le parole sono costrutti democratici, ci sono quelle più importanti e quelle di uso comune, quelle che feriscono o che sembrano buttate lì per caso. Tutte, però, risultano indispensabili al funzionamento di una frase. Ci sono gerarchie, regole tassative e nessun piccolo tiranno improvvisato. Sono uno strumento libero e rivoluzionario ma anche terribile e pericoloso quando distorto, i cui esiti possono essere inimmaginabili proprio perché sono naturalmente disposti fuori dal linguaggio e non assimilabili a un’interpretazione conosciuta. Il nome nasce molto spesso a posteriori come conseguenza diretta di un effetto e quando non può inventare, associa la sua natura a un altro già esistente, sfigurandolo, per sempre. Come le due tempere che, venendo mescolate una volta, non ritornano più al loro colore originale, così le parole con questo nuovo significato non potranno mai più assumere un risvolto positivo. Potranno essere cancellate come un episodio di lavaggio di coscienza collettivo, trasformate o, addirittura perseguite come psicoreato nel 1984 di Orwell, proprio perché in grado di covare idee o fondare speranze da bruciare sotto forma dei libri di Fahrenheit 451 . Questo perché le parole agiscono ai livelli profondi e l’unico modo per estirparle è eliminarle, svuotando contemporaneamente le persone della loro lucidità fino a renderle responsabili della propria sciagura. Il senso di colpa scompare velocemente quando la realtà assume un solo tipo di interpretazione possibile. Un regime comincia a imporsi come alternativa linguistica ben prima della violenza, parte definendo e opponendo le caratteristiche di un presunto noi da quelle di un loro, fra ciò che rispetta certi termini e ciò che, invece, li mette a rischio, nasce come dubbio e poi assume la definizione del tutto, divorando la realtà fino a trasformarsi in una sorta di illusione collettiva ed emotiva, in cui tutto è permesso.

Viktor Kemplerer era un professore universitario di origine ebraica quando il governo nazista emanò le leggi razziali contro gli ebrei nel 1935, facendogli perdere prima la casa e, successivamente, la cattedra di insegnamento. Si salvò dai campi di sterminio solo perché sua moglie Eva era tedesca. A partire dal 1933 terrà un diario in cui tenterà di applicare il metodo della filologia per ragionare sul suo quotidiano, dandoci un punto di vista alternativo su quanto quel linguaggio apparentemente folle e sfarzoso potesse penetrare la superficie della realtà e trasformarla: «L’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da queste accettate meccanicamente e inconsciamente (31-32)». Qualcosa di simile lo racconta anche Fritz Lang, il regista beniamino di Hitler, a cui Goebbles propose di «diventare una sorta di “fuhrer” del cinema tedesco. Io [Fritz Lang, ndr] allora gli dissi: “Signor Goebbels, forse lei non ne è a conoscenza, ma debbo confessarle che io sono di origini ebraiche” e lui: “Non faccia l’ingenuo signor Lang, siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no!” Fuggii da Berlino la notte stessa». A differenza di Lang, il cui linguaggio simbolico traccerà le linee del primo cinema sperimentale, Kemplerer non fugge, ma vive nel pericolo di ogni giorno. Ne è attratto, come uno studente appassionato alla propria materia preferita ma rimane cosciente anche della precarietà della propria vita. Applica le proprie conoscenze filologiche nel suo oggi, forse perché ricercare, in quel momento, poteva valere tutto per uno come lui.

Ho conosciuto tre epoche della storia tedesca, la guglielmina, quella della repubblica di Weimer e quella hitleriana. La repubblica concedeva una libertà di scrittura e di parola addirittura suicida; i nazisti si vantavano con scherno di rivendicare per sé i diritti concessi dalla Costituzione quando nei loro libri e giornali, servendosi della satira e di un’infiammata predicazione, attaccavano violentemente lo stato con tutte le sue istituzioni e suoi principi guida.

Il potere, quindi, sovvertito, ritenuto complice del suo tentativo estremo di autoconservarsi. Unire il popolo, dandogli una ragione più immediata della coscienza. Toccarlo sui nervi scoperti, il lavoro, la dignità, la famiglia. Cercare il supporto della fede. Darsi un’imprevedibile aspetto amichevole, a tratti santo e decisamente controcorrente. Distorcere la realtà creando fobie attraverso notizie false o innescando paure superstiziose nell’opinione pubblica debole, portare mano a mano l’istintuale sul piano del cosciente fino a corrompere abbastanza persone da poterne governare la rabbia e la frustrazione. Il tutto con un abile uso delle parole, sfruttando, magari, le debolezze create da altri con gli argini troppo sottili per contenerli o indirizzarli. Iniziano a chiamarla difesa, poi giustizia e solo alla fine diventa necessità. Sopravvivenza, in cui i nemici sono comparsi improvvisamente dappertutto.

Cominciai ad avere dei dubbi sulle sue reali capacità di ragionare. Cercai di farlo riflettere partendo da un altro punto di vista: “Sei vissuto tanti anni in questa casa, sai bene come la penso […] come puoi tenere per un partito che a causa delle mie origini mi rifiuta la qualità di tedesco e di uomo?”. “Dai troppa importanza a questo, Babba” […] “Tutto questo baccano sugli ebrei ha solo scopi propagandistici. Vedrai quando Hitler sarà veramente al timone, avrà altro da fare che dare addosso agli ebrei..” […] Dopo un periodo in cui non ci eravamo visti, ci telefonò per invitarci a pranzo, poco dopo che Hitler era andato al governo. “Come va da voi, in fabbrica?”, chiesi. “Benissimo”, rispose, “ieri è stata una grande giornata. A Okrilla c’erano un po’ di spudorati comunisti, abbiamo organizzato una spedizione punitiva”. “Cosa??”. “Beh, li abbiamo costretti a passare sotto i nostri manganelli, poi un po’ di olio di ricino, niente sangue; molto efficace, però una vera spedizione punitiva”.
“Spedizione punitiva” è il primo termine che ho sentito come specificamente nazista.

L’impunimento come arma

Esistono alcune preoccupanti analogie con il periodo che ci racconta Klemperer, almeno a livello formale. La prima, fra tutte, riguarda un certo tipo di perdita nel valore dei termini, proprio quell’idea per cui le parole sono solo parole e non avendo un peso specifico effettivo possano comunque venire smentite e lasciate andare senza conseguenze. Invece no. Le parole restano. Non dargli importanza comincia ad accrescere il potere in chi le pronuncia e a dargli un senso di impunità. Poi una sempre più crescente fiducia fino a farlo sentire al di sopra della legge, dei trattati, degli strumenti dell’impianto democratico. Poterli mettere in imbarazzo con le proprie ammissioni, prendersene gioco e sfidarli apertamente senza paura. Questo lassismo grammaticale è ciò che ha reso Stefano Cucchi prima un drogato, qualcuno di non utile, rispetto a evidenziare come fosse una vittima della rabbia ingiusta inflitta a un uomo – seppur potenzialmente colpevole. Giustifica, arma, porta a dimenticare. Aldrovandi, Boccaletto, Frapporti, La Perta. Tutti volti distrutti dalle botte, rimasti senza giustizia e costretti a morire nel silenzio.

Non c’è niente di peggiore ed estremo di un popolo che volta le spalle alla propria umanità e accetta che il dibattito si riduca a una sterile propaganda, in cui la forza critica viene azzerata mentre al fanatismo viene concesso di eleggere nuovi termini – piddino – o denotare come negativi gli altri– radical chic – fino a imporli nell’uso comune come metro di distinzione fra una persona e l’altra. Un vocabolario violento per cui l’appartenenza politica, la razza, il non conforme, una volta identificato in un interlocutore rende legittimo farlo passare automaticamente dalla parte del torto. Dialogo azzerato, solo folle e compiaciuto autoconvincimento. La realtà muta. Gli alberghi pieni, gli spacciatori, le violenze. Tutto diventa improvvisamente più importante di altro, come nei labirinti rovesciati di Escher, da cui uscire sembra impossibile. Il linguaggio funziona allo stesso modo, non appena la discesa è iniziata, risalire diventa un percorso doloroso. E allora sembrano piccolezze, peli in uova apparentemente pulite, volontà di cercare a tutti i costi il marcio ed essere accusati di rallentare il progresso verso quel tipo di adorazione totale che rende tutto lecito. È nella natura del dissenso, e in quella di chi si erige a limite morale, finire per assomigliare a qualcosa di già visto. Le destre più dure proliferano sempre nei momenti di crisi intellettuale e sociale, anche per le responsabilità di una sinistra che si è ritrovata a corto di idee e ha perso il potere di credere nelle proprie parole da quando le sue battaglie originali sono diventate di altri. Il ’68 fece unire così tante persone perché fu una rivoluzione principalmente linguistica. Stanchi delle vecchie parole, delle rigide morali, quei giovani cercarono le proprie e ne produssero talmente tante da smarrire la strada. Gli anni ’80, il loro immaginario, le sottotrame politiche, hanno lasciato un prevedibile vuoto che non è mai stato colmato. Non si è sbagliato di molto Calvino quando nelle lezioni americane individuava nella leggerezza il linguaggio che avremmo parlato nel futuro. Una sorta di struttura molecolare debole che avrebbe avuto la forza per raccontare il tutto, in cui ogni più singola entità avrebbe avuto un valore, finendo, invece, per rispecchiare lo sguardo dei litigiosi abitanti di Ombrosa del suo Barone Rampante.

Non serve molto per accorgersi a che punto ci siamo ritrovati o per riconoscere come, per tutto questo tempo, la parola si sia indebolita, diventando un suono come un altro. Non funge più da limite oltre il quale è meglio non avventurarsi. Vibra nell’aria e si perde. L’ultimo polemista originario, Karl Kraus, ammoniva continuamente i suoi contemporanei di quanto l’inquinamento delle parole fosse destinato a causare dei danni irrimediabili – anzi – a portare l’uomo indietro nel suo processo di evoluzione, a uno stato di inferiorità dove, appunto, le parole scambiate sarebbero assomigliate più a versi simili a quelli di un gruppo affollato che invoca a gran voce la testa di un re che non ha eletto.