Musica

Breviario 2025: giro dell’anno in 20 Album

Riavvolgiamo il nastro del tempo, andiamo a ritroso nell’anno che sta sfumando, e selezioniamo una manciata di dischi usciti nel 2025 per un ascolto collettivo. Con l’augurio di una buona fine d’anno, e un buon cominciamento del nuovo in arrivo.

Kathryn Mohr – Waiting Room

The Flenser, gennaio

Un disco minimale scordato maleducato, come se ne sentiva la mancanza. Registrato tra i ghiacci d’Islanda, si porta dietro la trasparenza. Chitarra voce e un andare scuro e impulsivo. La Waiting Room di Kathryn Mohr è stregata, appena varcata la porta non vorremmo più uscirne. GIO TAVERNI

 

 


Richard Dawson – End of the Middle

Weird World, febbraio

Il folk di Richard Dawson ha l’incedere del canto dei folletti inglesi. Cantautorato che dipinge a soffici pennellate, come in Gondola, dove Dawson pare inseguire il fantasma di Robert Wyatt. Un disco che si rivela poco alla volta: bisogna lasciarlo scorrere indisturbato per arrivare al cuore.

 


YHWH Nailgun: 45 Pounds

Devinyl Records and Many Hats Endeavors, marzo

Un disco di debutto fuori dalla consuetudine quello dei newyorkesi YHWH Nailgun: voce famelica, batteria incalzante, disinibita sperimentazione, stordente noise che scava sotto la pelle. Forse tutti gli esordi dovrebbero avere un pizzico di questo coraggio.

 


Backxwash – Only Dust Remains

Ugly Hag Records, marzo

È difficile staccarsi da Only Dust Remains – un disco che stordisce e ammalia insieme. C’è dentro tutto l’incantevole caos di una rapper zambiano-canadese che con la sua musica prende a strattonate il cervello, parole come bordate si mescolano al fatto scuro e amaro della vita. Una volta assaggiato non si toglie di dosso. GIO TAVERNI

 


Djrum: Under Tangled Silence

Houndstooth, aprile

Non è da tutti tirare fuori un album da club culture ispirandosi a una frase di Patti Smith, ma il producer britannico Djrum non cerca le vie banali, ha creato un mondo tutto suo, che sa toccare in profondità con note di pianoforte e distorcere la realtà con il mixer. Under Tangled Silence è una fantasticazione.

 


Swans – Birthing

Young God Records, maggio

La strada intrapresa dagli Swans in questo ultimo lavoro è quella della dilatazione, una strada già battuta da Micheal Gira e soci ma che ogni volta trova nelle immense aperture temporali nuova linfa vitale. E appunto Birthing è una nascita, o forse una ri-nascita essendo arrivata alla 17esima fatica, che accompagna l’ascoltatore in un viaggio cupo e trasportante, un lungo tunnel oscuro che diventa l’inevitabile percorso prima di poter anche solo sperare di vedere la luce. ANTONIO GATTO 


billy woods – Golliwog

Backwoodz, maggio

Da qualche tempo tra le strade perdute d’America si nascondono le parole di billy woods, con il suo rap di benedizione per i figli più dannati della terra. L’ultimo lavoro di woods è una nuova tappa del suo racconto. In copertina c’è una bambola mutuata dalla letteratura dell’infanzia: Golliwog. Da qui prende nome il disco.

 

 


Turnstile – Never Enough

Roadrunner Records, giugno

Dura l’impresa di far convivere la scena hardcore americano duro e puro con sprazzi pop, tappeti di tastiere e melodie orecchiabili. Difficile farlo restando credibili. Eppure Never Enough è riuscito quest’anno a smussare i confini di ciò che appartiene agli uni e agli altri ed ha regalato ad ognuno la propria emozione. Un crossover che riesce a unire pogo selvaggio e ritmi brutali al dream pop più trascendente da cameretta. Sicuramente una delle esperienze live più fiche del 2025. SALVATORE SANNINO

ASCOLTO

 


Sary Moussa – Wind, Again

Other People, giugno

Musicista elettronico libanese attivo nella scena underground di Beirut, la scorsa estate Sary Moussa ha pubblicato anche un album di sessioni elettro-acustiche insieme a Nicolas Jaar e Charbel Haber. E proprio di Jaar è l’etichetta che produce questo disco in solo, Wind, Again: sonorità che riescono a evocare terre troppo a lungo rimosse. Gli arrangiamenti elettronici si fondono con le note di saz, buzuk, chitarra, batteria: e vien tutto addosso come un vento. GIO TAVERNI

 


Pulp – More

Rough Trade, giugno

Mai titolo fu più appropriato per il ritorno discografico dei Pulp, nessuna voglia di stupire o di spiazzare, ma la semplice volontà di ribadire che si può rimanere fedeli a se stessi non rinunciando alle proprie ossessioni. Un album elegante che, come la discografia di Jarvis Cocker e soci ci insegna, riesce a far sposare il pop raffinato à la Serge Gaisbourg allo charme dell’ironia inglese. Una galleria di personaggi e riflessioni sulla vita, questa volta ovviamente più mature, accompagnano l’ascoltatore in un rassicurante e morboso viaggio dentro se stessi. SALVATORE SANNINO


Wet Leg – Moisturizer

Domino, luglio

Difficile nell’epoca del tutto e subito, scrollarsi di dosso il peso di un successo pop come ‘Chaise Longue’. Il confine tra hype e ‘hai già detto tutto quello che avevi da dire’ resta molto ma molto sottile. Alla prova del secondo disco però le Wet Leg smentiscono I loro detrattori. Brani a fuoco, estremamente efficaci, il consueto mix di malizia e riff catchy. Meno duo e molto più band, più produzione e meno acerbità, le Wet Leg dimostrano di essere molto più di una meteora. SALVATORE SANNINO


Blood Orange – Essex Honey

RCA Records, agosto

Ci sono dischi che hanno un umore, un tema ricorrente, non sono concept ma dipingono un periodo speciale nella vita di un artista e così è per Essex Honey. Il ritorno a Londra, il lutto dopo aver perso sua madre, Tanti ricordi e materia per rielaborare. Blood Orange ci accompagna in un viaggio urban e soul. Un oscuro gospel contemporaneo che affascina e cattura senza mai annoiare. Un disco espressionista. SALVATORE SANNINO

 

ASCOLTO


Big Thief – Double Infinity

4AD, settembre

Forse non è il disco più ispirato dei Big Thief, ma Double Infinity resta una nuova tappa nel percorso artistico di uno dei gruppi più talentuosi e prolifici di questi anni. È affascinante seguire Adrianne Lenker continuare la sua maturazione cantautoriale canzone dopo canzone: nell’ultimo album non mancano episodi vertiginosi come Los Angeles. GIO TAVERNI

 


Anna von Hausswolff – Iconoclasts

Year 0001, settembre

Più che un album una tempesta dove il mix di generi tra cui Von Hausswolff si giostra investe l’ascoltatore come un vento di cui non si riesce a cogliere la direzione. Sassofoni, elettronica dark ambient, omaggi al dark e al free jazz ,con una lista di featuring di tutto rispetto come Ethel Cain, e una voce proveniente dalle lande nordiche più eteree che dona all’album scorci di luminosità travolgenti e ancor più accecanti rispetto al suono di tenebra in cui l’artista spesso vuole far sprofondare chi ascolta. ANTONIO GATTO


Jeff Tweedy – Twilight Override

dBpm Records, settembre

Pochi musicisti possono tirare fuori un triplo album senza stancare chi ascolta, e Jeff Tweedy non ha perduto il talento di scrivere canzoni. Se cercate il buon cantautorato, siete finiti nel posto giusto. Con Tweedy si viaggia.

 

 


Geese – Getting Killed

Partisan Records & Play It Again Sam, settembre

Ogni tanto qualcuno ancora riesce a ricordarci che la complessità è un valore. Ci riescono i Geese che, con Getting Killed, riescono a far coesistere i Talking Heads e i Pavement, mentre lo spettro dei Rolling Stones li osserva compiaciuti. Il perfetto esempio del fatto che si possono digerire le influenze senza risultare derivativi, ma sviluppando per l’appunto, un proprio stile. Un disco vivo e dissonante che cattura brano dopo brano, tenendo sempre il livello altissimo. Chapeau. SALVATORE SANNINO


Lucrecia Dalt – A Danger to Ourselves

RVNG Intl., settembre

Negli ultimi anni l’asse della musica si sta poco alla volta decentrando dalla lingua inglese per dare voce a lingue diverse, e forse il 2025 sarà ricordato come un anno importante in questo processo di emancipazione. Musiciste sperimentali come la colombiana Lucrecia Dalt hanno contribuito e stanno dando nuova linfa alla musica: A Danger to Ourselves, per la maggior parte cantato in spagnolo, è uno dei dischi più affascinanti dell’anno. GT


The Necks – Disquiet

Northern Spy, ottobre

Il trio australiano ci ha abituato a brani fiume e neanche in questo frangente disattende le aspettative. Disquiet si compone di tracce chilometriche in pieno stile Necks, maestri del costruire il suono nota per nota in quella che è un manifesto musicale del concetto di “Differenza e Ripetizione”, un lungo viaggio alienante in attesa della nota del risveglio per poi ricadere, un gioco sonoro per cui bisogna prendersi tutto il tempo possibile. ANTONIO GATTO

 


Rosalía – Lux

Columbia Records, novembre

Ogni volta che metto Lux lo ascolto dall’inizio alla fine. Ogni volta nuove sfumature si rivelano. C’è tutto dentro. La musica è il cielo, l’aria, la luce, il battito, il respiro, le vibrazioni. È musica per piangere, per ballare, per pregare. Lux è un ruscello che brilla sotto il sole: ti attraversa per diventare il fiume, il mare, l’universo intero. Durante il passaggio, la voce è sostenuta dalla grandiosità dell’orchestra, o è accompagnata da altri voci, o è lasciata libera a cantare nella sua intimità. Le parole straniere diventano enigmi da risolvere. La voce e la musica ne suggeriscono il senso. Nel disco ci sono tanti indizi, tanti punti di partenza per fare la propria ricerca, ma poi tutto diventa uno, ci si capisce senza parole. Qualsiasi cosa sia lì dentro non è un sogno, è tutto vero. L’esperienza personale di Rosalía diventa universale, ci porta con sé per arrivare alle stelle e sentirsi blessed. ANNA CHASOVSKIKH

ASCOLTO


Ulan Bator – Dark Times

Acid Cobra, novembre

I veterani francesi del post-rock Ulan Bator tornano con il loro ultimo album Dark Times. Composto da dieci tracce, il disco intreccia atmosfere inquietanti, ritmi guidati dal krautrock e tensione post-punk, offrendo un mondo sonoro vivido e melodico. Gli Ulan Bator hanno un’aura immortale, come se suonassero insieme da tempi immemori – dagli anni ’30 o da quando i CSI li hanno voluti con loro in tour ere fa, che poi è la stessa cosa. ALESSANDRO MIGLIETTA

ASCOLTO