«Io, io, io, io, io, io. Smettila di parlare dentro di me, smettila. Io sono Magdalēna Cīrule, e posso sopportare il dolore».
Quando ci si considera – talvolta con inadeguata protervia – lettori esperti oppure lettori forti (che va tanto di moda), parte sempre un po’ di scetticismo snob di fronte alle novità. Si aspettano libri sorprendenti, scritture rivoluzionarie; si aspettano scoperte. Negli ultimi anni ne ho fatta una, nata da uno scambio con uno dei ragazzi che animano una casa editrice campana, Mar dei Sargassi. Io ero alla ricerca di qualcosa che mi portasse alle frontiere: non sapevo quali frontiere – personali, stilistiche, letterarie, geografiche, chi lo sa – ma le cercavo comunque in un libro. Mi fu dunque suggerito Frammenti di vetro di Inga Gaile, nella traduzione di Margherita Carbonaro. Non dirò che Inga Gaile è una delle intellettuali del panorama culturale lettone: poetessa, stand-up comedian, drammaturga. Inga Gaile è una Scrittrice, che riesce a fondere perfettamente dal punto di vista stilistico (ed ecco la prima frontiera) la prosa con la poesia.
Il romanzo inizia con una ragazza con un cappotto, diretta alla stazione. Ha il cappotto anche se è una calda giornata di luglio; i suoi pensieri non sembrano connessi ma sono tanti, e si affollano, in frasi che diventano correnti tumultuose, fiumi in piena, a volte spezzettati come versi, a volte fluidi. Magdalēna, la ragazza con il cappotto, è incinta di Kārlis che la sta mandando da sua madre Ilze per proseguire la gravidanza. Ma si comprende, tra le righe sconnesse delle parole che si mescolano, che Magda proviene da un istituto psichiatrico e che Kārlis è il suo medico. Il dottore deve allontanarla perché l’ospedale sta per essere visitato da Krīvmanis, un suo superiore, che controlla che tutto vada come deve: è il 1938 o giù di lì, siamo in Lettonia sotto la dittatura di Kārlis Ulmanis e, non troppo diversamente da ciò che accade nel resto d’Europa, la purezza della razza è il motore di tante nefandezze. Cosa siano stati nel Baltico gli anni Trenta del Novecento non è forse – colpevolmente – nel bagaglio culturale dei più, ma anche lì si diceva “La Lettonia ai lettoni” e si parlava di lettonizzazione. Magda rischia di essere vittima di norme eugenetiche: perché – come dice a sé stessa – Tu sei pazza, Magda, perciò cerca di comportarti bene per evitare che qui se ne accorgano e le persone come lei non devono avere figli.
Ma la narrazione non segue solo il fluire continuo dei pensieri di Magda. Dopo le prime pagine seguiamo quelli di Kārlis, il giovane medico che ha studiato in Germania dalla nonna Johanna, che parte animato da ottimi presupposti e grandi idee, finché non si consuma il suo rapporto con Magda, che resta incinta. Non v’è dubbio sul fatto che finiamo col credere che il dottore abbia approfittato della sua instabilità mentale, e le cose peggiorano quando apprendiamo che a scatenare il disturbo maniaco-depressivo della ragazza fu un abuso subìto, anni addietro, in un parco. Kārlis dà un’ottima impressione a tutti, ma non più di questo: protegge i suoi pazienti dall’ipotesi di sterilizzazione, ma non vuole sposare Magda, perché perderebbe il lavoro.
Magdalēna è la preoccupazione di tutti, ma soprattutto di quel meraviglioso duo di Ilze, la madre di Kārlis, e di Mārtiņš, il compagno di lei. I due vivono i pettegolezzi del paese senza essere sposati, tra i libri di lui, mentre lei non legge da chissà quanto. Hanno una relazione atipica, finora non hanno nemmeno avuto mai rapporti; sembrano entrambi sbandati della vita, ma che hanno trovato un equilibrio, a tratti equivoco, più spesso quasi comico, e sono gli unici a prendersi consapevolmente e coscienziosamente cura di Magda. Ilze e Mārtiņš che, per il resto, parlano pochissimo tra loro, pochissimo con gli altri, e molto con loro stessi. Ilze è la vera donna e la vera Madre del libro: una protofemminista senza timori, levatrice (un po’ come tutte le streghe), pratica e seria, ma anche incredibilmente ironica, come nel passaggio in cui dice, «Desideri erotici. E io, provo desideri erotici? O il mio unico desiderio sarebbe non aver mai parlato di diritti universali col mio giovane marito? Mi piaceva andare a letto con lui? Sì, mi piaceva. Mi piaceva essere lontano da mia madre e fare qualcosa che a lei, di certo, non sarebbe piaciuto». Il marito di Ilze era stato ucciso dagli ultranazionalisti della Centuria nera, anni prima, e questo aveva segnato la fine dei rapporti tra Ilze e Johanna. La vita di campagna è tutt’altro che riposante e piena di storie complesse mai troppo passate, eppure si ricostruisce per Magda quel nido perduto, quel calore che – anche il lettore se lo domanda – forse l’avrebbe salvata se, a posto di genitori come Antons e Kristīne (a lei è attribuita una frase orrenda: «La sua mente è malata, non è la nostra mente, quindi non sarà nostro nipote»), avesse avuto Mārtiņš, che legge ogni sera in salotto, e Ilze, che la rassicura anche quando Magda piange per eventi di cui si sente in colpa, e le chiede se deve andarsene da lì.
Magda partorisce; un atto naturale e allo stesso tempo terapeutico («Non sento più il rumore dei vetri in frantumi»). Kārlis non verrà. Eppure, in questo microcosmo che lui stesso ha creato, mandando Magda da sua madre, forse proprio lui è fuori luogo. Il piccolo verrà battezzato ma, se una nuova famiglia c’è, sarà quella costituita da Ilze e Magda, accompagnate da Mārtiņš, senza Kārlis, che non sembra all’altezza di nulla.
Non ci si lasci ingannare dallo sviluppo degli eventi in sé. In Frammenti di vetro non c’è niente di melenso, di banale, di stucchevole. Lo stile lo rende impossibile: discorsi indiretti liberi e monologhi interiori si intrecciano persino nello stesso paragrafo, in una narrazione piena (anche graficamente) fin dalla prima pagina, senza fronzoli, e senza capitoli. I personaggi non si presentano da soli, non sono introdotti dal narratore, ma appaiono nei loro pensieri, e l’espediente rende evidente quanto siano sgangherati i pensieri della paziente Magda, ma consente anche di valutare quelli altrui, insieme ai ricordi, agli eventi familiari, con la storia sullo sfondo che evidentemente non sempre padroneggiamo, e le politiche ultranazionaliste che riconosciamo benissimo. E lo smarrimento iniziale delle prime pagine si compone presto in un gioco di apparizioni e ricostruzioni, che rendono questo romanzo, di nemmeno duecento pagine, pane per qualsiasi lettore. Non si è mai abbastanza esperti per non cimentarsi.