Le pubblicazioni nel mercato editoriale italiano, a quanto pare, non sono cambiate dal momento della prima analisi condotta sulla narrativa delle scrittrici. Torniamo, allora, ad esplorare il panorama delle novità, in questo caso in traduzione, per trovare un sentiero alternativo: di cosa possono ancora scrivere le scrittrici che si discosti dal canone del mercato?
Una famiglia matriarcale

Il punto di partenza di questa nuova esplorazione della narrativa delle scrittrici pesca dal passato che ritorna sugli scaffali delle librerie. La Nuova Frontiera, infatti, pubblica “Un amuleto per i giorni felici” di Kaye Gibbons nella traduzione di Raffaella Vitangeli, ampliando, così, la collana “La frontiera selvaggia” dedicata ai grandi romanzi statunitensi. È un’opera del 1993 ambientata nel primo novecento; Gibbons scrive della terra natia, il North Carolina, servendosi della storia familiare di tre donne: Charlie Kate, Sophia e Margaret, ovvero nonna, madre e figlia. Charlie Kate, soprattutto, appartiene di diritto alla categoria delle personagge memorabili della narrativa statunitense con il suo piglio determinato che ricorda un’altra scrittrice degli Stati Uniti del sud, Fannie Flagg. Charlie Kate è una levatrice, ma possiede l’intuito e la manualità delle migliori esperte in medicina, mescolando sapienza antica ed esperienza sul campo. Fa nascere bambini, quindi, ma sa anche ricucire uomini orribilmente feriti sul tavolo della cucina con un filo di cotone rosso. Quando nasce la sua Sophia, appena ventenne, l’intenzione è quella di trasmettere il sapere alla figlia, ma anche alla nipote che verrà. Non c’è spazio per gli uomini in questo matriarcato: sono spesso mascalzoni, solo raramente di buon cuore, ma mai brillanti come Charlie Kate.
Gibbons confeziona, così, una deviazione importante, soprattutto per l’epoca della prima pubblicazione negli Stati Uniti, in cui le donne del novecento hanno un mestiere di rilievo, dimostrano talento e lo mescolano a una sapienza così antica da diventare magica. Charlie Kate sa molto, quasi tutto, e le sue due creature, figlia e nipote, non possono far altro che affidarsi a lei. Il potere liberatorio di un’eroina terribile e dai pensieri e parole taglienti, che tuttavia mostra un lato umano nella cura verso la nipote, giovane donna alle prese con la sua autodeterminazione negli Stati Uniti degli anni ’40. Il tocco di Gibbons, la peculiarità letteraria che rende questo libro unico, sta nella leggerezza della prosa e della voce narrante, quella della giovane Margaret, narratrice autodiegetica, che scopre il mondo e ciò che è meglio per sé attraverso la nonna. Tutto gravita intorno a Charlie Kate, tutto ciò che interpreta è giusto, tutto ciò che tocca guarisce. Charlie Kate è una protagonista rassicurante, ironica, una donna che si prende meno sul serio rispetto all’eroe medio della narrativa, ma che risulta, tuttavia, infinitamente più affidabile.
Oltre i generi letterari

Da un’autrice consolidata come Kaye Gibbons, passiamo a un esordio. “Verso casa” della scrittrice statunitense Portia Elan, tradotto da Silvia Castoldi e pubblicato da Edizioni e/o, è un libro, invece, che di tradizionale ha ben poco ed esplora i generi lambendo la fantascienza, il romanzo di formazione e la distopia partendo da un solo elemento: un videogioco. Rebecca, detta Becks, è una diciannovenne nel 1983, a Cincinnati, e la sua storia inizia con una perdita: uno zio programmatore dai mille segreti la cui eredità è racchiusa in tre floppy disk che contengono un videogioco da lui iniziato. Parallelamente, Elan sviluppa le vicende di Yesiko che, nel 2586, naviga l’oceano Atlantico occidentale a caccia di lavoro e di un riscatto personale: ha un debito da ripagare, ma le sue peregrinazioni la porteranno a incrociare la propria strada con due umani, Shula e Tov, e un Aye, ovvero un robot umanoide che conserva memorie di un tempo passato e oscuro.
Verso casa è un caleidoscopio di linee temporali e ambientazioni, che spesso si frammentano e restano sospese, ma di cui è facile individuare il filo rosso che le connette. Becks è un personaggio tridimensionale, non lontano dalle eroine degli young adult più innovativi, con una spolverata di gusto retrò per i videogame narrativi tipici degli anni ’80. Sarà la stessa Becks a mettere in moto, a modo suo, il futuro distopico di Yesiko.
L’esordio di Portia Elan riconnette dolore e speranza, lo fa con una scrittura agile, servendosi della scienza non come unico mezzo per ambire al futuro, ma conferendogli un’anima umana e non dimenticando il cuore di chi, con questa scienza, ci lavora. Nel futuro sommerso della terra bistrattata, Elan dà spazio agli automi senzienti, a una scienziata che preserverà la loro unicità ricongiungendo il tutto con il 1983, il videogioco di Becks e la determinazione di lei a coltivare la speranza.
La scrittura sperimentale

Anche “Hanno fatto bingo” è un esordio, il primo romanzo di Lana Corujo scrittrice, ma anche illustratrice spagnola originaria di Lanzarote. Il romanzo è stato pubblicato da Gran vía nella traduzione di Elisa Tramontin. Corujo, già autrice di una raccolta di poesie, dimostra che non esiste una sola formula per pubblicare un romanzo: il lavoro editoriale di cura è imprescindibile, ma questo non significa uniformarsi. “Hanno fatto bingo” è un viaggio nel tempo, ogni capitolo porta con sé l’indicazione dell’età della voce narrante, da bambina a donna, e della sua vita, a momenti alterni, su un’isola vulcanica che ricorda Lanzarote. Ci sono due genitori troppo presi dalla loro vita instabile, una nonna saggia e una sorella minore, Aleja. Ad affliggerli, un lutto che innesca un dolore indicibile in ciascuno di loro.
Corujo ribalta le tecniche di scrittura dei dialoghi, la costruzione dell’intreccio del romanzo e si serve di tutta la creatività di cui dispone per raccontare temi noti e dolorosi: la violenza maschile, l’elaborazione della perdita e la persistenza del dolore negli anni. Lo fa, in più, con una destrutturazione coraggiosa del romanzo di formazione che non solo riesce alla perfezione, ma ispira e propone la costruzione di una tensione palpabile senza mai tradire le aspettative, nemmeno quando tutto pare confondersi e diventare ostico. Corujo ha la capacità di riconquistare la via narrativa con semplicità, con un dialogo, una conversazione della protagonista con sé stessa, con la nonna, o con quel vulcano «rotondo e bello» che custodisce i suoi segreti e quelli di sua sorella. In “Hanno fatto bingo” c’è la magia dell’infanzia, la sofferenza del diventare adulte e la speranza che i legami familiari restino indissolubili anche quando il confine tra sogno e reale non è più così evidente.
«Questo mondo è crudele, spietato. Ciò nonostante lo vivo ostinata a trovare bellezza.»
La tradizione del thriller

L’esplorazione si conclude mantenendo il contatto con la tensione in un altro romanzo, in cui torna un’isola come ambientazione prevalente. “Nero come il mare” di Charlotte McConaghy, autrice australiana, pubblicato da Fazi editore nella traduzione di Stefano Tummolini, riecheggia le atmosfere del celeberrimo “La cruna dell’ago” di Ken Follett, ma alla sua maniera. L’isola è quella di Shearwater, luogo fittizio ispirato all’isola Macquarie nell’oceano Pacifico, tra Nuova Zelanda e Antartide. Qui, ai confini del mondo, vivono Dominic e i suoi tre figli: Fen, Raff e Orly. Il lutto investe anche la loro famiglia, con la perdita della madre, e l’isolamento in cui vivono è il risultato del loro tentativo di superare il dolore. Al momento della narrazione mancano poche settimane al ritorno alla civiltà, dopo aver custodito per anni l’isola e la sua banca dei semi, un deposito ghiacciato di semi di ogni specie vegetale in vista di una catastrofe naturale che cancelli tutta la biodiversità. Il romanzo di McConaghy non abbandona mai la narrazione della catastrofe climatica alle porte, nemmeno quando nella vita di Dominic e dei suoi figli arriva Rowan, naufraga sulle coste dell’isola senza memoria né scopo. McConaghy ha una scrittura più classica e contenuta, alimenta con insistenza la paura dei singoli al limite della ripetizione ossessiva, si fa beffe dello show don’t tell narrativo esplicando ogni ragionamento. In fondo, perché no? Il risultato, allora, è un romanzo che sa alimentare la tensione dei capitoli, tutti sapientemente chiusi con un cliffhanger ad hoc, fino a uno svelamento finale delle verità di ognuno che sa sorprendere chi legge.
In conclusione

La narrativa delle scrittrici esplora ancora, ma la capacità di distinguere il proprio lavoro dal canone maschile riguarda non più solo chi osa scrivere delle storie, ma anche chi osa pubblicarle per insegnare, ancora una volta, a lettrici e lettori che una prospettiva meno scontata sulla scrittura sarà sempre possibile.
La prima puntata di Fuori dagli stereotipi