10. MOUNT KIMBIE – LOVE WHAT SURVIVES
Warp Records
Il terzo lavoro di Mount Kimbie è troppo spinto per tirar fuori il termine dream-pop, ma allo stesso tempo troppo delicato e malleabile per l’oscurità di una qualche coldwave. Le drum-machine suonano come un batterista motorik autodidatta ma iperattivo, mentre i synth escono dal vecchio recinto Boards of Canada / Four Tet / Caribou per tornare a mischiarsi in una moderna eco campionata di Can / Faust / Cure, pur senza mai scolorire dal tutto il classico marchio Warp. Questo è il suono di una progressione musicale programmata ed estremamente promettente. (Breviario)
9. MOUNT EERIE – A CROW LOOKED AT ME
P.W. Elverum & Sun
Mount Eerie in quaranta dolorosissimi minuti prova a descrivere la sensazione di essere soli in questo deserto quando il nostro faro si sta spegnendo e non si hanno altro che fotografie e il ricordo di quando fuori era estate ma dentro si presagiva già un gelido inverno. È un album domestico registrato senza artifici, usando per la maggior parte gli strumenti appartenuti alla moglie (il suo amplificatore, il suo basso, il suo plettro) in cui il tempo è scandito soltanto da una leggerissima drum machine. Un lungo doloroso addio alla moglie scomparsa. (Recensione)
8. ALGIERS – THE UNDERSIDE OF POWER
Matador Records
Prendete una visione piuttosto incazzata della storia politica degli ultimi 50 anni, in particolare la condizione dei neri, dal movimento delle Black Panthers al contemporaneo Black Lives Matter, fino ad arrivare al ritrovato razzismo di Trump. Shakerate suoni soul che si rifanno agli anni 60 della Motown, punk, dance, basi elettroniche e influenze gospel. Aggiungete la calda voce di Franklin James Fisher. Il risultato è il marchio di fabbrica degli Algiers. Si può ancora fare musica politicamente impegnata oggi, senza rischiare di diventare retorici? Algiers sono la risposta. (Breviario)
7. THE WAR ON DRUGS – A DEEPER UNDERSTANDING
Atlantic Records
Lost in the Dream è l’album che ha portato al successo Adam Granduciel con i suoi The War on Drugs e che ci ha condotto per mano verso un universo parallelo, ai limiti del fantastico, rappresentando la prova dell’inesauribile originalità del rock, mentre A Deeper Understanding è il disco che segna il passaggio più importante per la band di Philadelphia definendo la loro investitura musicale. Ritmi incalzanti e melodici permettono che il rock classico si scontri con la psichedelia elettronica, addolcendo le atmosfere e rendendo queste dieci canzoni delle storie in cui ritrovare se stessi. (Recensione)
6. ST. VINCENT – MASSEDUCTION
Loma Vista Recordings
MASSEDUCTION è un vero e proprio “revival del futuro” così come si immaginava il futuro nei decenni passati, descritto però con il linguaggio tagliente con cui raccontiamo i nostri giorni. La bella e giovane texana non è ancora pronta per una revisione del suo lavoro, ad oggi lungi dall’aver trovato una forma definitiva e, al contrario, in piena fase di sperimentazione. In compenso, sembra che per questo album si sia concentrata a scrivere le migliori canzoni che potesse scrivere, con l’obiettivo di arrivare dritta al cuore delle cose. Il risultato ha l’aria di una romantica nostalgia del futuro, ricca e variegata. (Recensione)
5. FATHER JOHN MISTY – PURE COMEDY
Sub Pop Records
America di Donald Trump, America di Father John Misty, America di Pure Comedy e total entertainment, America di una rivolta in forma di lattina di Pepsi. Pure Comedy è un disco dolorosamente cinico e ironico. I ritratti in forma di canzone di Father John Misty riescono per un poco a urlarci in faccia il mondo in cui siamo finiti. Lui lo fa in maniera esistenzialista: hey uomo bianco d’America che ti prendi così sul serio, ma lo vedi che qui stiamo giocando tutti quanti una partita piuttosto assurda? Tillman ci prende per mano e accompagna in questa pura commedia rock. (Recensione)
4. KENDRICK LAMAR – DAMN.
Top Dawg Entertainment
DAMN. segna un’ulteriore crescita e consapevolezza di Kendrick Lamar, che ha acquisito una tale libertà creativa, e vive un momento così magico, che può permettersi mosse assolutamente “folli”, come lasciare che un’intera traccia sia prodotta dal diciottenne chitarrista dei The Internet Steve Lacy, oppure prendere una superstar mondiale come Rihanna ed invece di farle cantare un ritornello catchy decidere di usarla per i cori e per farle cantare/rappare una breve strofa. O ancora, inserire gli U2 (!) fra l’elenco dei featuring, facendo impazzire il mondo. Semplicemente rapper più importante ed influente del momento – che è riuscito a unire persone da gusti e storie molto lontane tra loro, appassionati di jazz ed hip-hop heads, studenti universitari e ragazzi lavoratori che trovano nel rap il loro sfogo quotidiano. (Recensione)
3. LCD SOUNDSYSTEM – AMERICAN DREAM
DFA Records/Columbia
American Dream è un disco che già dalla dissonanza visiva che si crea tra il cielo azzurro ed i caratteri neri ed austeri dell’artwork, fa presagire i toni in cui Murphy descriverà la sua idea di sogno americano. Dalla band di Murphy tutto ci si poteva attendere meno che una copia conforme a quello che già era stato fatto fino a dieci anni fa. Il tempo trascorso “in silenzio” ha contribuito a raccogliere le idee e, solo quando c’è stato nuovamente qualcosa da dire, gli LCD sono tornati sulle scene, facendolo con un disco diverso dai precedenti, ma che ancora una volta riesce a rendere bene in musica le nevrosi contemporanee. (Recensione)
2. THE NATIONAL – SLEEP WELL BEAST
4AD
È difficile al settimo album tenere viva la fiamma, la curiosità e l’aspettativa del pubblico. “I’m gonna keep you in love with me for a while”, sussurra Matt Berninger in Dark Side of Gym, soffusa ballata dedicata alla moglie Carrie Bessner, editor del New Yorker e co-autrice dei testi di Sleep Well Beast. Possiamo dire che se il nuovo album dei National è venuto fuori anche da un gioco terapeutico di coppia, lo stesso ardore potrà ritrovarlo il pubblico, perché questo disco suona malinconicamente rock (con incursioni di elettronica). Ancora una volta siamo in viaggio dentro le ossessioni di Berninger, nei suoi shitty thoughts, nei suoni dipinti dai fratelli Dessner e dalla batteria – ormai diventata stilema – di Devendorf. Se il rock è ancora vivo – e al riparo dalle scorciatoie contemporanee del pop – lo dobbiamo anche ai National. Uno dei dischi dell’anno. (Recensione)
1. KING KRULE – THE OOZ
True Panther Sounds
Abbiamo voluto premiare il futuro e non celebrare le certezze, per questo quest’anno ha vinto King Krule con il suo The Ooz.
La prova definitiva del suo talento di 23enne. The OOZ fa della stream of consciousness improvvisata una nuova narrativa musicale: nessuna delle sue associazioni (a)melodiche più bizzarre — ci sono momenti che sembrano esistere solo in una terra di nessuno che sta tra un improbabile jazz-rock e uno stupefatto garage-punk tanto sexy quanto 60s — appare forzata. Anzi, mediamente, più il salto è ardito, più dà l’impressione di avvenire spontaneamente, invece che essere diabolicamente pensato a tavolino. Più che un disco è un prisma con innumerevoli facce da utilizzare come buchi della serrature per sbirciare dentro senza sapere in anticipo se il nostro sguardo verrà riflesso, rifratto o risucchiato una volta per tutte da un buco nero: c’è l’inquietudine del trip-hop, la paranoia del dub, quel che resta del tanfo del punk (pur)troppo “post” da doverne riesumare il cadavere, la dolcezza definitiva della soundtrack di una crime-story, l’umidità appiccicosa di un R&B reumatico. (Recensione completa)