“Esiste un momento in cui si capisce che va tutto bene, si chiedeva Giulia, un momento in cui si sa che andrà tutto bene e si può smettere di stare all’erta?”
Sarebbe fin troppo facile, nonché automatico, riferirsi a uno dei più celebri incipit della storia della letteratura mondiale sulla peculiarità delle famiglie infelici per cominciare a parlare del romanzo postumo di Anna Toscano. Poeta, scrittrice, saggista, studiosa di letteratura, fotografa e docente, Anna Toscano era tutto questo ma non solo. A pochi mesi di distanza dalla sua prematura morte Nottetempo ha dato alle stampe Brava Giulia, il suo ultimo romanzo.
Un libro che è tante cose, oltre ad essere la storia di un interno familiare doloroso e complicato. Innanzitutto, un racconto con tre punti di vista differenti sugli stessi episodi. A seconda di qual è il punto di osservazione che sceglie l’autrice la lingua cambia, le impressioni mutano e le considerazioni sugli stessi eventi differiscono.
Si comincia dalla voce narrante della figlia, Giulia, che sente il richiamo di qualcosa che sta per finire. I figli spesso nascono con un carico emotivo e di storie già troppo pesante per le loro giovani gambe. È il caso della protagonista, che cresce nella frattura di silenzi che si è creata tra i suoi genitori. Su di lei madre e padre, in qualche modo, hanno proiettato delle aspirazioni che lei spariglia scegliendo una terza via, scegliendo di cercare la propria identità altrove, fuori dal nostro paese, fuori dal perimetro familiare. Da lontano il suo sguardo dovrà ricalibrarsi per osservare diversamente gli spigoli e le zone d’ombra che rappresentavano il suo quotidiano.
“Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne”

Nel libro di Anna Toscano il concetto di famiglia, uno dei dogmi più sacri del nostro dibattito pubblico, viene esaminato con una precisione estrema e di conseguenza scardinato, portando a galla tutte le increspature di una unione imperfetta. Gli esiti di questi rapporti si riverberano su Giulia, figlia di due mondi diversi, di un padre medico, metodico, preciso e incapace di uscire dai suoi binari. E di una madre cresciuta circondata dall’arte. La storia è ambientata a Venezia, in palazzi d’epoca e contesti assai sfarzosi anche se dalla narrazione di Anna Toscano queste scenografie non sembrano mai essere baciate dal sole. Il contesto che circonda i personaggi sembra sempre opaco, grave, ammantato di una ineluttabile tristezza. Atmosfera riassunta alla perfezione dalla foto di copertina che è della stessa autrice.
In seconda battuta il libro è anche una riscrittura del romanzo epistolare. I tre capitoli che danno voce ai tre protagonisti, infatti, in qualche modo declinano ognuno a modo loro una diversa espressione di questa tradizione letteraria. Qui abbiamo oltre alla lettera canonica anche i messaggi vocali, che sono l’attualizzazione delle vecchie epistole vergate a mano. Sembra di tornare alle pagine di quaderno proibito di Alba De Cespedes, quando si affronta il capitolo in cui a parlare è la madre. Inoltre, il percorso diventa oltremodo doloroso perché la scrittura di queste pagine è accompagnata dall’avanzare e dal peggiorare della malattia.
Mentre la madre di Giulia è cresciuta in un contesto fatto di stoffe, colori e moda, divisa tra l’atelier di Venezia e Parigi, la famiglia del padre è una vera e propria stirpe di medici. Giulia oscilla come un pendolo tra la dimensione dionisiaca e quella apollinea. Questa battaglia che si combatte su un territorio che è il suo corpo e la sua mente viene perfettamente riassunta dalle scene in cui l’autrice mette Giulia, in tenera età, di fronte ai quadri del museo del Prado. Dove la madre riconosce nella figlia l’emozione destata dalla scoperta di un’opera d’arte, la sua capacità di cogliere inaspettatamente dei dettagli come il freddo che potrebbe sentire la bambina con la colomba in mano di Simon Vouet, proprio in quei momenti di forte emozione il padre vede col suo occhio sempre e comunque clinico le avvisaglie di una malattia che si tramanda di madre in figlia. In questa ereditarietà probabilmente il non detto è una fragilità che suona come un’accusa.
Ognuno nasce con una propria forma, il tempo ci modella fino a un certo punto, e nel libro di Anna Toscano questa predestinazione in qualche modo viene portata alla luce. Il padre di Giulia sarà sempre condannato a restare sui suoi binari e la madre sempre fedele a sé stessa, alla sua predisposizione per la necessità di stare nell’arte, nei colori, in quello che agli occhi del marito poteva sembrare superfluo ma per lei era assolutamente vitale.
Brava Giulia si regge su tutte le parole trattenute, sui silenzi che diventano parte delle nostre vite, su tutto il parlare senza dire, senza comunicarci le cose che davvero contano. Tutto resta in piedi, con estrema fragilità fino a che qualche elemento, come la morte, non scompagina gli equilibri facendo saltare le dighe e portando a valle il profluvio di emozioni e argomentazioni tenute nell’ombra per troppi anni.
La scrittura è uno strumento molto più potente di quanto la maggior parte delle persone può immaginare. Siamo nelle frasi che abbiamo detto, ma anche e forse di più in tutte quelle che abbiamo tenuto dentro. Siamo nelle storie che raccontiamo e in quelle che ci hanno raccontato. Questo sembra dirci Anna Toscano con le sue parole che restano anche dopo di lei. Leggere questo libro dopo averla perduta ci tiene ancora in contatto con una persona così speciale e dall’altra misura la distanza con tutto quello che continua dopo di lei. Forse è proprio in questi momenti che tutto sembra ricondurci alla parola, unico vero elemento di continuità tra un prima e un dopo, tra la vita e la morte. E questo vale per i personaggi che prendono vita nelle pagine di un libro, vale per chi quel libro lo ha scritto e anche per chi quello stesso libro lo ha letto. Tutto si tiene attorno alla parola, tutto ci tiene in vita attorno alle parole. Perché alle volte non ci si rende conto di quanto contino le parole, quando sanno contenere dentro di loro vite intere.