“Mi chiedo cosa stia esattamente facendo chi scrive un racconto”: in questa frase è condensata una parte del cuore del Canto dell’essere e dell’apparire di Cees Nooteboom, scrittore olandese scomparso nei giorni scorsi, autore di romanzi, poesie, reportage, viaggi, divagazioni, cancellature, e note che non leggeremo mai. Nel Canto Nooteboom si interroga sulla scrittura: perché uno scrittore scrive, cosa lo porta a fantasticare su una realtà immaginaria? Per arrivare alla risposta (che non è detto ci sarà) Nooteboom sovrappone due linee narrative, lo scrittore che scrive e la storia che sta scrivendo.
Da una certa prospettiva si tratta di guardare l’artista che dipinge dentro il quadro, Velazquez dentro Las meninas, e cercare di afferrare chi sia il soggetto: l’Infanta, la coppia di regnanti, l’artista, tu stesso/stessa che stai guardando la tela. Lo scrittore di Nooteboom quasi non sa perché scrive – vede una storia e la segue. Se “l’altro scrittore” – con cui di tanto in tanto conversa – è prodigo di consigli, lo scrittore va avanti a scrivere e basta, quasi sopraffatto dalle certezze e l’arroganza dell’altro. E mentre la storia avanza, il lettore vede formarsi un racconto – dove i protagonisti sono un colonnello e un dottore che si muovono in una Bulgaria d’altro secolo.
Nel Canto c’è molto del processo intimo della scrittura, la fantasticazione del reale, l’ironia, le brevi interruzioni. C’è un momento in cui il narratore interrompe il suo racconto: le pause, le frasi troncate, sono una parte del processo. «Allora vedo...» – aveva scritto lo scrittore prima di interrompersi, a causa di un viaggio, di un lavoro, dimenticando qualsiasi cosa ci fosse dopo quel vedo, che resta solitario, reciso. E questa è la truffa, riflette lo scrittore: qualsiasi parola avesse scelto per continuare, il lettore ci avrebbe creduto senza sapere niente dell’interruzione, della memoria perduta, del lungo oblio. È in questa meta-narrazione che troviamo le aperture alari del Canto, la magia della scrittura, la sua fatica, il suo paradiso artificiale.
Escribir no es normal, diceva lo scrittore di Santiago, e chissà se un giorno, in un futuro non troppo lontano e regolato dalla gente seria, quelli che scrivono non saranno internati per il reato di scollamento dal reale. Al momento girano per le strade, come lo scrittore del Canto, che per inseguire la sua storia finisce per andare a Roma, risucchiato dall’avventura. Qui c’è molto della persuasione del sogno: l’hidalgo contro i mulini a vento, la signora che non trova realtà nella realtà di Yonville, lo scrittore che perennemente inciampa nei suoi trattati immaginari.
Si sente che Nooteboom vuol bene alle parole, che non può farne a meno, le segue. All’ennesimo confronto non desiderato con l’altro, lo scrittore finisce però per bruciare la storia che ha scritto: per un bisogno di invisibilità, per fuga, inquietudine, e per amore del rogo. Così riduce in cenere il sogno e lo spaesamento. Nel Canto Nooteboom scompone e ricompone una storia senza possibilità di soluzione, nei suoi frammenti c’è un omaggio alla scrittura: perché chi scrive sta attraversando, e chi legge sta facendo altrettanto. Esiste un ponte immaginario tra queste due creature.