Per caso o coincidenza, quando mi sono imbattuto in Come sopravvivere in un universo di fantascienza (How to Live Safely in a Science Fictional Universe) di Charles Yu, appena pubblicato da La Nave di Teseo in una scoppiettante traduzione di Claudia Durastanti, stavo ascoltando un podcast sulle nuove uscite in libreria. A un certo punto, per annunciare la ristampa di un volume di Ursula K. Le Guin lo speaker è ricorso a una formula che ogni volta rinnova in me un’irritazione pari in intensità a quella che ho percepito la prima volta che l’ho sentita: sarebbe riduttivo definire quest’opera un libro di fantascienza. Ma in base a cosa sarebbe riduttivo?, mi sono chiesto, di nuovo. Cosa c’è di riduttivo nel definire un bel libro fantascienza? Ormai prossimi al 2026, viviamo in un mondo in cui la fantascienza ha praticamente sostituito la realtà, in molti paesi i robot e le AI hanno rimpiazzato gli umani in molte mansioni, eppure in Italia non riusciamo ad emanciparci da questi preconcetti sui generi letterari. Cos’avrebbe di più culturale l’ennesimo, languido, memoir pseudo-esistenziale, o la trita vicenda borghese del solito romanzone famigliare, rispetto a un solido romanzo di fantascienza, scritto bene, quale è Come sopravvivere in un universo di fantascienza? Il libro di Yu mi è sembrato venirmi incontro proprio mentre ero raggiunto da questa ennesima perplessità: un lavoro di narrativa che non può che essere concepito come un romanzo di fantascienza, che trova nella sua appartenenza al genere fantascientifico la sua ragione d’essere e la sua peculiarità, e che gioca con la scrittura in modi in cui solo la fantascienza potrebbe fare, rivelandosi come un possibile futuro classico proprio in quanto romanzo di fantascienza. Non troppo diversamente, per dirne una, dalle Cosmicomiche di Italo Calvino, da 1984 di George Orwell, o dai lavori di Isaac Asimov.

La trama del romanzo è piuttosto semplice da descrivere in due parole: il protagonista, che porta il nome dell’autore, Charles Yu, è un riparatore di macchine del tempo rimasto incastrato in un loop temporale che lo condanna a tornare sempre allo stesso momento del passato, per essere ucciso da una versione precedente di sé. O viceversa, al futuro in cui ucciderà una versione successiva di sè. Ed è qui che emerge la grandezza di questo lavoro: attingendo con una sapiente operazione meta-fantascientifica al denso linguaggio specialistico costruito da decenni di questa letteratura, Yu costruisce una complessa struttura argomentativa che ruota intorno alla definizione della cronodiegetica, una disciplina che si ispira a fisica, filosofia, linguistica e narratologia per descrivere l’esistenza solitaria del protagonista che, concretamente o simbolicamente a seconda delle interpretazioni, vive attraversando il tempo sospeso in una propria dimensione individuale. L’autore insomma seleziona il suo pubblico cercando un lettore che riesca addentrarsi in questi aspetti per poi riconoscere, attraverso la loro sovrapposizione, quella che è soprattutto la storia dei rimpianti di un figlio che vorrebbe ricostruire il suo rapporto con suo padre. Come sopravvivere in un universo di fantascienza, dunque, utilizza le strutture narrative della fantascienza per descrivere, in sostanza, un universo dominato dalla solitudine, quale quello a cui in fondo ci stiamo abituando. Se prendiamo alla lettera il titolo, Yu sembra suggerirci le possibilità di sopravvivere in un mondo che tende sempre di più a quello descritto dagli autori che hanno provato a descrivere il futuro, offrendoci una sorta di retro-fantascienza, un punto da cui risalire indietro per ritrovare l’origine: il valore dei rapporti umani, la dimensione della famiglia.

Come sopravviere in un universo di fantascienza è il primo romanzo di Yu, pubblicato nel 2010, quando l’autore, legato alla professione legale dopo essersi dedicato a biologia e scrittura creativa negli anni dell’università, aveva alle spalle una serie di storie brevi, raccolte in Third Class Superhero (2006), e ben dieci anni prima della pubblicazione di Chinatown interiore (Interior Chinatorn, 2020), che lo ha rapidamente imposto come punto di riferimento per la letteratura etnica contemporanea negli Stati Uniti. Come il suo autore, Charles è figlio di una coppia di origine taiwanese ricollocatasi oltreoceano. Vive a New Angeles / LostTokyo-2, la grande capitale dell’Universo Minore 31, che coincide col pianeta che noi definiamo Terra: una megalopoli che si estende tra i nuclei originari di New York e Los Angeles, comprendendo l’intera estensione degli Stati Uniti, a cui si è aggiunta una metà di Tokyo, congiunta con la sponda opposta a seguito di una spaccatura della faglia che si trova sotto l’isola. Il protagonista vive sospeso tra le pieghe del tempo nella sua macchina del tempo, immerso in un Presente-Indefinito in cui sopprimere la memoria, ignorare il futuro, galleggiare in un eterno presente, tornando di tanto in tanto a visitare la madre che vive nella città reale, a sua volta vive immersa in un loop temporale creato artificialmente in cui può rivivere un’ora della sua vita di sua scelta.
Le macchine del tempo descritte da Yu – l’autore – sono macchine ricreative, anche nel senso letterale del termine: come accade con i ricordi, ricreano la realtà. Lo svolgimento degli eventi e la rievocazione di elementi del passato del protagonista ci invitano a riflettere sulla possibile ambiguità del viaggio nel tempo. Yu scrive che in realtà queste macchine sono “motori di percezione” che funzionano nella propria mente: “il viaggio nel tempo non è tanto una tecnologia costruita all’esterno, quando un’abilità mentale che può essere coltivata” (136). Alcuni passaggi del libro ci pongono di fronte alla possibilità che i personaggi si spostino davvero attraverso la realtà, altri, invece, ci fanno pensare a una fantascienza meno fantasiosa della realtà, in cui i personaggi si rivedono semplicemente in momenti, o versioni alternative, del loro passato. Ma come anticipato, l’espediente del viaggio del tempo è per l’autore soprattutto un modo per porre i personaggi in un contesto in cui possano rivedere le proprie scelte di vita e riflettere sui propri errori, se non lasciarsi andare più largamente a riflessioni ontologiche sulla definizione dell’io e delle sue molteplici alternative, a partire da massime di vita vere e proprie: “La vita, in una certa misura, è un lungo dialogo tra te e il tuo futuro tre su tutti i modi in cui deluderai te stesso negli anni a venire” (136).
Il viaggio di Charles prosegue attraverso i piani temporali, in cui incontra doppi di sé, di sua madre, di Budda, e soprattutto di suo padre, che scopriamo essere l’inventore della macchina del tempo, fino a giungere alla “matrice interstiziale che riempie lo spazio tra le storie” (158). A quel punto, la narrazione si sgrana e Yu si addentra nel profondo di una riflessione metanarrativa si fa anche metatestuale, con esperimenti testuali che sconvolgono l’ordinaria impaginazione, parti di testo che proseguono in note a piè di pagina mentre altre digressioni riempiono le pagine tra parentesi, o diventano formule matematiche. Il romanzo si trasforma gradualmente, attraverso una serie di inserti, nel fantasmatico libro – dal titolo: Come sopravvivere in un universo di fantascienza – che è consegnato al protagonista dal suo doppio prima di morire, e che il protagonista, al tempo stesso, sta leggendo e scrivendo, attraverso la sovrapposizione di diverse configurazioni di sé che in qualche modo richiamano anche allo specchio lo scrittore. Procedendo nelle pagine, l’operazione di Yu si fa sempre più ambiziosa e sofisticata, gioca col lettore con registri di ironia tutti interni al genere ma che non rendono meno godibile la lettura a chi non lo mastica a fondo, e da molti punti di vista sembra uscita dagli anni d’oro del postmodernismo americano, ma contiene al tempo stesso un sapore esperienziale che invece riporta a narrazioni più contemporanee, incluso il meccanismo dell’auto-finzione che è proprio della letteratura più recente.
In definitiva, se c’è qualcosa che può suonare riduttivo, è proprio cercare di descrivere il libro di Yu con la terminologia della narrativa tradizionale. Come ho anticipato, l’arzigogolata architettura narrativa e metadiscorsiva in fondo ci dice che il libro va inteso principalmente come una riflessione sulla solitudine in un futuro in cui tutto è automatico, costruito sulla libertà di muoversi attraverso spazio e tempo grazie al trasporto cronodiegetico, piuttosto che comunicare con le persone che si hanno intorno, un po’ come accade dall’avvento dello smartphone: il viaggio nel tempo appare in fondo come un’esperienza esistenziale che ci trasporta tra ontologia e tempi verbali, stati dell’essere e posizioni all’interno della definizione della lingua. Nel mondo descritto da Yu, il viaggio nel tempo costituisce una forma di intrattenimento alternativa al binge watching delle serie tv, in cui i personaggi si dedicano alla contemplazione delle proprie storie: utilizzano questa tecnologia vivendo in un’eterna nostalgia, si spostano tra le epoche rimanendo sospesi alla finestra, guardando le persone care in momenti specifici della propria storia personale senza poter realmente interferire. La maggior parte degli utenti finisce per ritornare a traumi del proprio passato e rivivere episodi dolorosi, alcuni spinti dal rimorso o dal rimpianto.

Così facendo, Yu anticipa elementi che troveremo – o abbiamo trovato, se vogliamo ragionare secondo la cronodiegetica sul fatto che in Italia l’uscita del suo secondo libro ha preceduto quella del primo – nel precedente Chinatown interiore (Interior Chinatown), che nel titolo originale annuncia con un gioco di parole intraducibile tra la definizione originaria dell’interiorità e la nomenclatura delle scene in sceneggiatura cinematografica. In questo fortunatissimo volume, anche questo tradotto brillantemente da Durastanti e adattato dallo stesso autore in una serie TV omonima di otto episodi per Hulu un annetto fa, Yu utilizza il formato della sceneggiatura per raccontare la storia di Willis Wu, un “generico tipo asiatico” che è costretto a interpretare il ruolo della tipica “comparsa orientale” e occasionalmente quello del “tipo del Delivery” nella poliziesca serie-nella-serie Black and White, ma che desidera ardentemente diventare il “tipo da Kung Fu” che è associato al maschio cinese sugli schermi di tutto il mondo. Anche Willis dunque vive intrappolato in un loop temporale, sebbene nel lavoro più recente, Yu metta in risalto esplicitamente la questione della rappresentazione sullo schermo degli asiatici americani al di fuori dei ruoli stabiliti e del “mito della minoranza modello” asiatico americana, che è stata trasferita anche alle diaspore più recenti, come quella cinese in Italia. La sovrapposizione tra l’interiorità dell’asiatico americano e la rappresentazione cinematografica ricorda il gioco di molteplice sdoppiamento del protagonista di Come sopravvivere in un universo di fantascienza, sebbene in questo primo volume i rimandi identitari siano piuttosto limitati, forse essendo uscito in un momento che ha preceduto la grande esposizione asiatica degli anni più recenti, di cui il successo internazionale del film Everything Everywhere All at Once (2022) dei Daniels ha costituito l’apice. A proposito di questioni familiari, va anche ricordato che il fratello di Charles, Kelvin Yu, attore e sceneggiatore di successo, poco prima di Interior Chinatown – che originariamente avrebbero dovuto scrivere insieme – ha adattato per Disney+ il graphic novel di Gene Luen Yang American Born Chinese, riprendendo gran parte del cast del film dei Daniels e la messa in discussione di un buon numero dei medesimi stereotipi asiatici. Possiamo parlare quindi di un universo Yu che si sposta tra pagina e schermo, utilizzando generi vari per produrre una complessa metaconversazione sull’identità asiatica e mostrarci a che punto siamo quando parliamo di una Cina americana, a partire dalle possibili prossimità e divergenze tra Repubblica Popolare Cinese e Taiwan, che finiscono per condividere gli stessi quartieri nelle Chinatown delle città americane in cui convergono le molteplici diaspore cinesi, partecipando agli stessi riti e agli stessi stereotipi. La famiglia resta in primo piano, insieme al desiderio di essere rappresentati. Così la fantascienza reinterpreta con Yu uno dei temi più classici della letteratura mondiale: quello della ricerca del padre da parte di un figlio e del nucleo familiare da ricomporre, grazie alla tecnologia, sia pure nel passato finzionale ricercato in un futuro che è tutto mentale, traducendo emozioni umane reali e una riflessione su ciò che costituisce il senso umano del sé.