“Perché lo fai? Gli ha chiesto una volta. Per i morti, ninnì. Si scrive sempre e solo per rispetto ai morti”
C’era un passaggio della Trilogia della città di K in cui il libraio Victor diceva a Lucas che tutti veniamo al mondo per scrivere un libro e nient’altro. Con molta probabilità quel libro riguarda la nostra storia, le nostre radici. Ogni vita contiene dentro di sé un bel pezzo di storia del mondo e di storie degli altri. È questa la sensazione che si prova viaggiando tra le pagine di Dove cadono le comete, l’ultimo libro di Vito di Battista edito da Feltrinelli. In una sorta di Heimat abruzzese l’autore ci conduce a ritroso in un’epoca che ha segnato profondamente le vite dei protagonisti, lasciando ferite che riverberano ancora sulla carne di chi è venuto dopo di loro anche a distanza di parecchi anni.
Nel racconto che parte dagli anni ’30 siamo catapultati in una dimensione rurale e spietata come era quella dell’Italia di inizio Novecento. Più precisamente la costa dei trabocchi fa da cornice a una società che si divide tra la pesca e l’agricoltura per la propria sopravvivenza. Incontriamo uomini guidati da istinti di derivazione primordiale in cui le famiglie in qualche modo sono fluide e al contempo monolitiche e i figli sono braccia da lavoro e merce di scambio e la terra può essere un’ottima contropartita.
Scavando più a fondo nelle vite di Olimpo, Don Oreste, Anita, Bianca ed Emma quello che rimane più impresso è che ogni storia raccontata, ogni parola scritta che prova a catturare una traccia lasciata nella memoria da una vita vissuta, è in buona sostanza un modo per parlare del linguaggio, di come noi riusciamo a dare forma al mondo in base alle parole che conosciamo. La lingua è il ponte che costruiamo tra noi e il mondo, una parola detta con superficialità o una parola non conosciuta, una parola non detta può cambiare il modo in cui noi vediamo la realtà circostante, il modo in cui il mondo ci vede; una parola può cambiare il corso della nostra vita.
“Non puoi scappare da una storia già finita…”
Alle parole, scritte in delle lettere, è affidato il destino di gran parte della storia raccontata da Vito di Battista. Il linguaggio, quello colloquiale, quello fatto di termini della vita di tutti i giorni, quello che si veicola tramite il dialetto, è il mezzo che viene manipolato con estrema dimestichezza. La scelta di un registro popolare – ma accurato – rende anche la lettura un esercizio diverso dal solito: non si scivola sulle righe come con un testo livellato, si inciampa spesso, ci si ferma e si torna indietro come succede nei rapporti umani, quelli non precostituiti, quelli fatti di botte e parate, di graffi e cicatrici.
Sullo sfondo delle esistenze piccole, piccolissime, c’è la storia, quella con la S maiuscola, quella che cambia il mondo ed entra nelle vite di chi si sente lontanissimo da certi eventi fino a che quegli sconvolgimenti non gli entrano in casa sfondando le pareti o il soffitto, esplodendo come bombe che seppelliscono le vite ma non le storie, crateri che cancellano le case ma non la memoria di esse. In questo modo, seguendo la crescita e l’evoluzione della storia familiare dei protagonisti, noi partecipiamo anche ai momenti che hanno segnato il Novecento italiano, li osserviamo dagli occhi di chi quella storia per lo più la subisce e non riesce a trovare un riparo capace di metterlo al sicuro dai venti che spiravano dal nord Europa, quei venti che poi sovvertiranno le vite di tutti noi e che, a distanza di tanti anni, continuano a essere innervati nei racconti che ogni famiglia fa della propria storia tramandandosi di generazione in generazione relazioni, amicizie e inimicizie che si perdono così nella notte dei tempi.
“Quanto indietro può andare l’odore di una vita morta?”
Questo libro, però, fuoriesce dal semplice racconto e dalla narrativa e diviene una sorta di esperimento multimediale in cui la musica si affianca al racconto e, con delle immagini d’epoca, contribuisce a completare la forma di un viaggio attraverso gli anni e i ricordi. Come tutti i viaggi a ritroso non è importante la fedeltà ma come i pezzi di memoria si riconnettono nella voce e nella penna di chi li racconta. Rimane impresso solo quello che è importante, tutto il resto si consegna all’invenzione diventando alla fine più vero del reale. È di questa materia che sono fatti molti libri, è sicuramente di questa materia che è fatto Dove cadono le comete di Vito di Battista.