Incontro con una grande piccola casa editrice napoletana.
Dove va l’editoria indipendente a Napoli? Probabilmente vive una fase di transizione; ma stare lontano dalle grandi capitali dell’editoria italiana – e dai grandi numeri – potrebbe rappresentare anche una fortuna. Seguendo la scia delle case editrici indipendenti, scopriamo lo stato di salute delle pubblicazioni di Napoli e dintorni.
Con la mediazione e la presenza gentile e silenziosa della redattrice Antonella Cristiani, abbiamo incontrato Maurizio Zanardi, tra i soci fondatori di Cronopio, casa editrice tutta napoletana che nel 2020 ha festeggiato 30 anni di attività.
La prima domanda, chiaramente, riguarda il nome.
Il nome naturalmente viene dall’animale di Cortázar. Sarebbe stato giusto chiamarci Cronopios e Famas, dalla vera coppia, con la componente creativa, Cronopio, e quella dell’animale calcolatore, Fama. Ma, poiché si sperava di più nella creazione, abbiamo scelto Cronopio; la cosa interessante è che un grandissimo artista contemporaneo, Mimmo Paladino, in una fase di dura flessione per noi, ci ha regalato 70 acqueforti del Cronopio, consentendoci di far fronte alla crisi. Adesso quell’immagine è il nostro simbolo.

Quando è nata la casa editrice, e com’è nato il progetto?
Siamo nati nel 1990: il progetto è un frutto del 1989, un frutto delle forze del tempo. Un mondo era finito e noi, di formazione filosofica e letteraria, senza alcuna esperienza editoriale ma con delle idee, delle intuizioni, fondiamo la casa editrice, dal nome così significativo in quel momento. Era tempo di pubblicare delle scritture del disastro: disastro non solo in senso negativo, ma come fine degli astri di riferimento, in un mondo ormai cambiato. Speravamo di contribuire a un altro mondo, seguendo i movimenti – come quello No Global – che stavano nascendo, in un’epoca dove il primato non era più quello del tempo ma ecco, quello dello spazio.
Com’è stato attraversare questa fine secolo e gli inizi del nuovo, dal punto di vista editoriale?
Abbiamo cercato di mantenerci autonomi, anche ai limiti dell’autolesionismo, provando a rimanere liberi, a dire di no anche a tante proposte senza il ricatto della necessità, cioè editando solo per vendere. Io non credo nell’idea di fare un libro (che non ci convince) per poterne fare altri: il tentativo era quello di dare un segnale di piena autonomia.
Direi che siete riusciti nell’impresa.
Mi pare proprio di sì, anche a costo di rimetterci – che è una cosa alla Cronopio, ma la vita intellettuale potenzia. Non sempre quantità, è sinonimo di qualità, o di originalità. Inoltre, questo ci ha consentito di attirare grandissimi nomi: Romeo Castellucci in campo teatrale è un esempio di autore che pubblica solo con noi; abbiamo presentato, noi di formazione filosofica, Philip K. Dick quando era ritenuto solo un autore di fantascienza. Ora pubblichiamo anche opere sulla danza contemporanea, di grande valore e risonanza.
La vocazione filosofica resta un vostro tratto comunque.
Direi che è il tratto caratteristico: con Bruno Morroncini, socio scomparso da poco, abbiamo pubblicato l’opera di Derrida sulle città rifugio, in quel momento in polemica contro la legge sull’immigrazione Turco-Napolitano. Da ultimo ricordiamo la pubblicazione a cura di Enza Silvestrini del volume I patemi della ragione, che raccoglie trenta lezioni del filosofo Aldo Masullo. La questione dello spazio poi ha riguardato anche Napoli, con La città porosa, un testo di grande successo: all’epoca – 1992 – Napoli era considerata una città finita, ma noi abbiamo riproposto la definizione che Walter Benjamin ne aveva dato. Anche adesso stiamo lavorando sui riflessi della città, su come sia cambiata.

Come avviene la selezione partendo dalle proposte?
È molto dura, come ha intuito, anche perché come si dice le case editrici del sud non superano il Garigliano. Ma le nostre scelte si basano su idee di qualità, anche svincolate dall’università per certi versi. Abbiamo fatto da poco un libro su Milano, che inquadra la città al di là della narrazione milanese: il volume è nato da una collaborazione tra una piccolissima realtà napoletana, quale noi siamo, e Lucia Tozzi. Il libro s’intitola L’invenzione di Milano, e ha scatenato un dibattito enorme, venendo undicimila copie. Ma a Napoli non se ne parla: il dibattito è tutto milanese ed è fertilissimo. Magari qui in sede tentiamo, attraverso seminari e incontri, di essere punto di riferimento per intelligenze sperdute, attività frequentate da intellettuali anche giovanissimi da tutta Italia. Ci sono tantissime intelligenze a spasso; Derrida parlava di università incondizionata, e noi proviamo ad esserlo: un luogo di ricerca pura. Qui anche chi non ha mai scritto ma ha delle idee può trovare il suo spazio. Il libro su Milano ne è l’esempio, dando voce e facendo esplodere la questione milanese: bisogna però mantenere una linea, una vocazione, quella magari dell’Idiota di Dostoevskij.
Sempre al di là del Garigliano.
Sì, perché le grandi case editrici sono a Milano; ma noi siamo in una posizione laterale, con una libertà di manovra molto più ampia, perché siamo svincolati da rapporti, obblighi, legami, debiti ideologici.
In ambito letterario spiccano alcune notevoli intuizioni, come Cospira.
Cospira di Patrizio Esposito, un grandissimo scrittore, è stato finalista al Premio Napoli nel 2023. Patrizio non aveva mai pubblicato, ed è completamente autodidatta; ma non è l’unico traguardo. A livello di contemporanea si ricorda anche M. di Tommaso Pincio; ma c’è anche una bella sezione di poesia. Nel 2025 il volume di Luigi Trucillo – Antigone nella città dei pazzi, riscrittura in versi dell’Antigone di Sofocle, ambientata tra le rovine di un vecchio manicomio di Napoli, il Leonardo Bianchi. – ha vinto il Premio Napoli nella sezione poesia.
Cosa ne pensa delle fiere dei libri?
In 36 anni ci siamo andati pochissime volte: sono un po’ morte. Di fatto, lì non succede nulla. C’è un clima in cui è difficile riconoscersi. Bisognerebbe inventarsi altre forme, come molti intuiscono. I rapporti alla fine si costruiscono con i libri, e basta.
Insomma, Cronopio corre dei rischi.
Sì, ma, se lo fa, non se ne pente.