“Per anni, una maschera dopo l’altra, David Bowie è stato abile a vivere nelle sabbie mobili tra sé e la massa, tra la distanza e l’unione utopica a venire, a nominarle e a metterle in scena, ad adattarsi alla perdita di controllo scandendola sempre col suo nome…”
Desiderare Bowie, ultimo libro di Massimo Palma, edito da Nottetempo è un biglietto staccato per Bowieland, andata e ritorno. Un pop up bus che ci porta a fare tutto il giro del mondo vero e inventato da David Bowie, dalle stelle agli inferi.
Palma non è nuovo a questo tipo di suggestioni, basta pensare ai suoi libri precedenti Nico e le mare (Castelvecchi 2019) e Olanda, 1945 Anne Frank e i Neutral Milk Hotel (Nottetempo 2023). Non è solo musica, è sacro e profano, immanente e quotidiano. Tutto si tiene, il quotidiano col divino, e questo tipo di connessione nella fattispecie di Bowie è ancora più importante. Non è facile trascinare sulla terra una figura consegnata alla trascendenza come quella di David Jones, eppure in questo libro pagina dopo pagina sembra ricomporsi un mosaico che restituisce senso e umanità a un trasformismo che per anni non aveva fatto altro che provare a mischiare le carte.
Le maschere, dal teatro greco in poi, ci hanno sempre consegnato individui che si nascondevano, che cercavano un altro da sé e Bowie in questo senso non è certo un’eccezione. Semmai da Ziggy Stardust in poi Bowie ha innalzato l’arte del trasformismo al livello di perfezione. Lo vediamo già nel titolo, Desiderare Bowie, colui che più ha desiderato Bowie è stato proprio David Jones. Probabilmente la scintilla di tutto è stata la sua famiglia, problematica, in cui si flirtava pericolosamente con la follia. A partire dal fratellastro maggiore fino ad arrivare alla madre. Fuggire dalla famiglia Jones diventando qualcos’altro, cercare a tutti i costi di cavalcare quel leviatano imbizzarrito che era il successo e poi diventare come un concorrente di un rodeo che identità dopo identità cercava di non farsi disarcionare da quella bestia impazzita.

Per chi ha sempre vissuto in un mondo in cui David Bowie era David Bowie, cioè assumendo per data una realtà in cui l’uomo era già mito, un libro come quello di Massimo Palma cerca di ridare il giusto posto e il corretto peso a una serie di pezzi che spesso si tendono a dimenticare in una ricostruzione forzatamente agiografica di un’icona della musica e dello stile. David Bowie, nelle pagine di questo ennesimo bel saggio musicale pubblicato da Nottetempo, è un uomo che sperimenta, un pilota che cerca di portare al limite massimo possibile la sua macchina lanciata verso un futuro imperscrutabile. Ogni sua trasformazione era come entrare in un corpo e viverlo fino alle estreme conseguenze, basti pensare al capitolo in cui si racconta della sua fascinazione verso il fascismo, pagina buia del Duca Bianco, che non è semplice ritrovare nelle tante pubblicazioni dedicate all’autore di Heroes.
Al contempo ci sono le sue spinte altruistiche in grado di salvare carriere e lanciarle nell’olimpo della musica, vedi alla voce Iggy Pop e Lou Reed. Senza contare collaborazioni come quelle con Freddie Mercury, Nile Roger, Mick Jagger, Tina Turner e chi più ne ha più ne metta. In questo libro di Massimo Palma il mito è importante ma è ancora più importante unire i punti dell’uomo, della mente di Bowie nel costruire sé stesso fuori da sé. Cercare di spingere l’asticella sempre più in alto, quasi fino a rimetterci la vita. Dall’abuso di droghe negli anni 70, fino all’abuso di musica pop negli anni 80. Una serie di eccessi anche visivi che lo hanno sempre fatto sfuggire a una sola categoria. Artista sperimentale, musicista, icona pop, trend setter, desaparecido negli ultimi anni.
La sua parabola è stata imponente ed eterea allo stesso tempo. La sua sessualità è stata manipolata fino a che è servito farlo, la sua immagine distorta e imposta per marcare il territorio salvo poi privarcene per sentirne inesorabilmente la mancanza. Che fine ha fatto Bowie? – titolava una copertina di Rolling Stones Italia poco prima che uscisse il suo penultimo album. E poi il colpo di scena di Black Star, opera non solo musicale. Una rappresentazione teatrale totalizzante della sua morte in procinto di avvenire, senza che nessuno nel mondo lo sapesse se non lo stesso performer.
Probabilmente Bowie è morto continuando a desiderare di essere Bowie, un altro Bowie, immateriale per davvero, eterno per davvero, fermato solo per qualche momento nelle pagine di un libro, salvo poi sfuggire di nuovo all’ennesima catalogazione vera e falsa allo stesso tempo. Lasciandoci a desiderare un mito, un’icona, che appena visualizzata nelle nostre menti è già diventata qualcos’altro. Inutile chiedersi chi fosse il vero Bowie, la risposta soffia nel vento, nelle acque di Bali, o forse da nessuna parte.