Per comprendere la genesi de L’improbabile piena dell’Oreto di Dimartino occorre risalire la corrente di una carriera che ha sempre usato la parola come un bisturi. Esiste un filo rosso, teso e coerente, che lega l’esordio ruvido di Cara maestra abbiamo perso (2010) alla poetica dei piccoli mondi di Sarebbe bello non lasciarsi mai (2012) e di Un paese ci vuole (2015) fino alla tensione metafisica di Afrodite (2019). Se l’ultimo lavoro solista di Dimartino era un’invocazione alla bellezza come scudo, questo nuovo capitolo ne è il contraltare speculare: non più la luce abbacinante del mare siciliano, ma l’ombra umida dei canneti e delle periferie dell’anima.
Il successo nazionalpopolare vissuto insieme a Colapesce grazie a I Mortali (2020) e Lux Eterna Beach (2023) – di cui abbiamo raccontato una data del tour qui – sembra essere stato per Dimartino una camera di decompressione necessaria per tornare oggi a una scrittura nuda, quasi granulosa. Questo è un disco fluido, un’opera che non cerca l’approdo, ma accetta la necessità di scorrere.

L’Oreto, venti chilometri di resistenza tra Altafonte e il Tirreno, incarna una questione ambientale rimossa. Vittima del “sacco” edilizio e dell’inquinamento degli anni ’70, oggi è una ferita aperta che attraversa Palermo. Risalire l’album è dunque come immergersi in un Cuore di Tenebra suburbano: non a caso la traccia Conrad cita esplicitamente lo scrittore e il suo viaggio verso l’ignoto, con un coro femminile che evoca spiriti dell’acqua pronti a ghermire i naviganti.
Il viaggio si apre con la densità de L’oro del fiume: qui il riferimento è un folk “sporco”, dove la chitarra acustica non è solo accompagnamento ma percussione, stabilendo il tono del disco: meno sintetizzatori, più legno, più fiato. In Agua, ¿dónde vas?, la messa in musica di una poesia di García Lorca crea una tensione tra ambient e downtempo, un grido antico che interroga l’elemento liquido e le radici che rifiutano di spezzarsi.
Il tema della trasformazione esplode in Il fluire degli argini, dove l’improbabile piena si manifesta in un crescendo sinfonico che omaggia il Battiato più impetuoso. È il cuore pulsante del disco, dove Dimartino rivendica il coraggio di emozionarsi ancora dopo i quarant’anni: tra i pianoforti dilatati di Meravigliosa incoscienza, innamorarsi o provare rabbia diventano atti di resistenza contro il cinismo di chi si crede ormai risolto.
In questo viaggio fluviale, l’amore perde ogni connotazione idilliaca per farsi forza che erode e trasforma. In Maredolce, il sentimento si fa geografia, legandosi ai resti di una Palermo normanna soffocata dal cemento, mentre nella tensione di Storia della mia rabbia l’affetto resta l’unico argine possibile contro l’usura del tempo.
Tra i ricordi scolastici di Gusci vuoti e il profumo di pioggia su terra arida di Petricore, Dimartino ci ricorda che il vero benessere non è l’assenza di fango, ma la capacità di fluire insieme ad esso. Il disco si chiude così con un’esortazione alla deriva: accettando che non tutto possa essere salvato, l’artista approda alla terra e alla polvere, trasformando la cronaca di un fiume dimenticato nell’epica universale di chi continua a navigare verso una foce aperta sull’immenso.
La gallery fotografica della prima data del tour è a cura di Alise Blandini