Quello che dobbiamo tenere a mente è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione.
Così scrive Mark Fisher nel suo “Realismo capitalista” (Nero, traduzione di Valerio Mattioli) a chiarire che di base c’è una complicità diffusa, ma il carico ulteriore è un ricatto ideologico in cui il capitalismo esiste cibandosi di «carne viva che trasforma in lavoro morto». Se poi la carne viva in questione è quella delle donne, la situazione si fa ancora più grave. Silvia Federici, filosofa e attivista femminista, scrive in “Caccia alle streghe, guerra alle donne”, edito sempre da Nero:
Come ho scritto in Calibano e la strega, la caccia alle streghe ha creato un regime di terrore per le donne, da cui è emerso il nuovo modello di femminilità a cui dovettero conformarsi per essere accettate nella nascente società capitalista. La caccia alle streghe ha prodotto un modello di donna asessuata, obbediente, sottomessa, rassegnata alla subordinazione al mondo maschile, costretta ad accettare come naturale l’essere relegato a una sfera di attività che nel capitalismo veniva economicamente svalutata.

Sono questi i fari ideologici che trovano rappresentazione in una parte della narrativa contemporanea che colloca le proprie personagge nel sistema lavoro raccontandone le umiliazioni e decantandone la resistenza. È il caso, per esempio, de “Il concorso” di Sara Mesa, La nuova frontiera, traduzione di Elisa Tramontin (qui l’analisi del romanzo di Raffaele Calvanese).
È un romanzo peculiare che traduce in narrativa l’esperienza straniante del lavoro nella pubblica amministrazione, dove si sacrifica l’individuo sull’altare produttività anche quando è fittizia. Una giovane protagonista, Sara Villalba, si districa nelle trame della burocrazia nel lassismo generale con un’ironia amara che coltiva per dare un senso alle giornate solitarie su una scrivania. Non c’è collega che le presti attenzione, le spiegazioni sono vaghe e nascondono un’ignoranza diffusa camuffata da obbedienza alle buone pratiche; le procedure paiono logorare solo lei, tra senso di colpa per la mancanza di produzione e la sicurezza data dallo stipendio fisso. È in questa contraddizione che si scardina la ragione dell’individuo: gli iter burocratici sono l’unica strada percorribile, seppure irragionevole, ma impiegate e impiegati ci credono con trasporto, quasi una venerazione religiosa. In questa dinamica, il lavoro non solo dimentica di nobilitare donne e uomini, ma, anzi, infierisce e conduce sulla strada della depersonalizzazione, tra dinamiche sociali sul posto di lavoro frustranti e totale assenza di rapporto con l’esterno.
Alla protagonista di Mesa non resta che marcire nel suo rimuginare.
Balbettai qualcosa sulla paura. Paura di che cosa?, sussurrò teneramente. Sei meglio degli altri disse. Feci no con la testa. No. Paura di passare la vita intrappolata in un edificio come quello. Che la monotonia diventasse un’abitudine e poi una necessità.
Un posto di lavoro che appiattisce, spegne le iniziative personali e di cui non si può fare a meno perché diventa una missione, l’unica nella vita per alcune. Il concorso citato dal titolo compare come un miraggio di riscatto, ma perde sempre più vigore man mano che si avvicina. Nel finale, sognante e liberatorio, pur peccando di vaghezza, Sara riprende contatto con la sua libertà, o perlomeno lo fa in apparenza, perché sarà davvero mai possibile sfuggire a questo realismo capitalista?

Ci prova un’altra protagonista, quella di “Decadenza e fascino” di Eva Baltasar (Fandango libri, traduzione di Amaranta Sbardella). Il suo è un racconto in prima persona dell’orrore quotidiano indotto dalla precarietà e a nulla serve fare propria l’arte di arrangiarsi, il punto di rottura sarà inevitabile. Scriveva, ancora, Mark Fisher:
Per funzionare […] devi saper reagire agli eventi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta ( o «precarietà», come da orribile neologismo). Periodi in cui lavori si alternano a periodi in cui sei disoccupato. Costretto a una fila infinita di impieghi a breve termine, non riesci a pianificare un futuro.
Un ritratto preciso della protagonista di questo romanzo che perde casa e lavoro in maniera brutale, affronta un periodo di vita in strada fino al tentativo di risollevarsi diventando donna delle pulizie nelle case altrui. Una narrazione febbrile quella di Baltasar, in cui azioni e pensieri si frammentano e si concatenano; una rappresentazione del trauma che trova compimento nelle sequenze di immagini che costruiscono ambienti ostili, strade buie, notti insonni in stazioni ferroviarie o in letti in prestito. La protagonista vive una disperazione a lento rilascio: è programmata per cercare una motivazione sempre nuova, un nuovo obiettivo a cui ambire ogni volta, fino a quando non implode schiacciata dal peso dei suoi stessi pensieri.
Il futuro si era annunciato elastico e si era ristretto. Le preoccupazioni che può contenere un anno, grandi e piccole, logiche e banali, si erano concentrate in una sola, che faceva impallidire. La sua magnitudine era inconcepibile, ed era impossibile pensarla perché non aveva dimensioni né limiti. Mi atterriva che non avesse nome ciò che d’improvviso era passato a occupare ogni cosa. Era il mondo nuovo, iniziato dopo il fatto di aver perso una casa.
La precarietà corrode e mina non solo l’autostima, ma l’esistenza stessa facendole perdere il senso; è per questo che la protagonista del romanzo di Baltasar non ha nome: una e sola, ma anche tutte le donne contemporaneamente, costruita con una scrittura scarna e poetica che rende giustizia al dolore infinito che contiene. Anche in questo caso il finale si assottiglia come l’aria rarefatta e sfugge a ogni riferimento terreno, pur nella sua posizione chiara e nitida: è colpa del sistema e la rabbia che dirompe è giustificata, anzi, quasi auspicabile.

Alla rabbia sfuggono, invece, le protagoniste dei racconti contenuti in “I dilemmi delle donne che lavorano” di Fumio Yamamoto (Neri Pozza, traduzione di Gala Maria Follaco), romanzo del 2000, ma che non manca di parlare a chi la legge anche oggi. Cinque racconti, quattro protagoniste che si ribellano al sistema a cui sono state destinate e finalmente cominciano a decidere per loro stesse.
Si comincia con Planaria, tecnicamente dei platelminti che vivono negli stagni, la massima ambizione della protagonista del primo racconto, Haruka. «Se rinasco, voglio rinascere planaria» dice in una cena con il fidanzato Hyōsuke e altri amici. Haruka ha avuto un cancro al seno, tutto sommato sembra gestire bene la nuova fase di guarigione, ma non ha ripreso a lavorare, non è produttiva per la società.
«Fisicamente sto bene, ma non mi va di lavorare, vivo nell’ozio» dice Haruka in una conversazione, ma la sua è una stasi priva di senso di colpa. Il lavoro non la definisce, è lei a deciderlo nello sconcerto generale, e quando un impiego temporaneo destabilizza la sua routine, arriva a dire: «Io non sono adatta alla vita in società». E una presa di posizione a cui le persone intorno devono arrendersi, è l’altissimo momento di autodeterminazione di una donna che non si piega alle regole altrui.
In un altro racconto, Naked, la protagonista si ritrova disoccupata dopo un divorzio, la peggiore condizione possibile per una donna della sua età, ma in qualche modo arriva a fare i conti con un cambiamento profondo rispetto al passato.
La forte motivazione che, fin dalla giovinezza, mi aveva spinto ad andare sempre più avanti, sempre più in alto, non me l’ero certo immaginata. Volevo essere vincente. […] E adesso? Ero stata una persona competitiva, […] e forse ora ero solo stanca […].
Non è una resa, è consapevolezza. Le donne di Fumio Yamamoto cambiano le regole del gioco e si assumono la responsabilità delle proprie azioni; bizzarre per il contesto in cui vivono, autentiche verso loro stesse.

Nei due racconti successivi, Qui da nessuna parte e Il dilemma del prigioniero, il costo delle scelte personali è più alto, le donne pagano con la solitudine e l’emarginazione. C’è una moglie e madre che affianca al lavoro notturno un secondo lavoro di cura, estenuante, verso i membri della sua famiglia; a lei sarà consentito riprendere possesso della sua dimensione personale in una regressione temporale salvifica. Mito, invece, protagonista de Il dilemma del prigioniero, tenta in tutti i modi di districarsi dalle convenzioni e dall’identità che il capitalismo le assegnato: deve essere lavoratrice indefessa, moglie irreprensibile e donna mite, ma niente di tutto questo le sta comodo addosso. Anche in questo caso c’è un prezzo da pagare per la propria libertà.
Nel finale di raccolta, Un domani pieno d’amore, la voce narrante è quella di un uomo che ha trasformato le proprie ambizioni, per proprio volere, ma anche per necessità, ed è lui a chiudere questo breve discorso sul capitalismo:
In fondo alla mia testa c’è un sottile senso di amarezza per il fatto che la mia vita non era destinata a essere così, amarezza che, tuttavia, è sovrastata da un dolce sentimento di contentezza e rassegnazione. Ogni sciocchezza, nella mia mente, diventa come quel budino che ti concedi una volta ogni tanto.
Inesorabile, torna il capitalismo a prendere possesso dei personaggi e non è un caso che si manifesti nella voce di un uomo che prova a contenere gli animi, incluso il proprio. Lo fa per ricordare che questo realismo capitalista, come diceva Mark Fisher, «occupa tutto l’orizzonte del pensabile», cosa che gli riesce quasi sempre, a meno che un’eroina non immoli sé stessa.