Di chi fosse la mano che ha ficcato un coltello nel petto di Elliott Smith il 21 Ottobre del 2003 non lo sapremo mai – e poi cosa conta? Il fatto è uno solo: Elliott è morto, e non avremo più sue canzoni, a meno che non si tratti di vecchie registrazioni ritrovate in cantina che servono a rimpinguare le casse della nostra cara industria discografica.
È il 1994 l’anno in cui esce Roman Candle, l’album d’esordio solista: la ragazza di Elliott spedisce una cassetta con le sue registrazioni in chitarra alla Cavity Search Records, e le siamo grati. A quei tempi Elliott suonava ancora con gli Heatmiser, che avevano dato alle stampe Dead Air, Cop and Speeder, e Yellow N5.
Con Roman Candle la musica di Smith cambia direzione e diventa più intima: è come guardare Kurt Cobain durante l’unplugged che tenta di trasformarsi nel Neil Young della generazione post-grunge, o almeno è come immaginare che l’avrebbe fatto prima o poi, se non avesse sparato quel colpo di fucile. In Elliott Smith sentiamo riecheggiare certe melodie dei Beatles e l’intimismo di Nick Drake.
“And I wanted her to tell me that she would never wake me”
L’anno dopo esce Elliott Smith, che parte diretto con quella che è una canzone memorabile, Needle in the Hay. Sono pezzi come questi a dimostrare la genialità melodica di un cantautore che ci ha lasciato prematuramente. Ma è tutto il disco a possedere l’inconfondibile umore elliottsmithiano.

L’ultimo album degli Heatmiser (Mic City Sons) è un compromesso tra la nuova vena solista-intimista di Elliott e l’approccio duro di Neil Gust prima dell’inevitabile scioglimento della band. “Recitavo un ruolo che non era il mio“, commentò poi Smith; del resto era difficile per Neil Gust convivere con quello che i giornalisti chiamavano il Søren Kierkegaard della chitarra.
A questo punto Elliott è pronto a dedicarsi al suo progetto solista, e così esce Either/Or, mixato dal suo tormentato amore del periodo, Joanna Bolme. Avete presente la ballata del grande niente? O cosa è capace di farvi Cupido? Non si sa cosa abbia fatto Joanna Bolme a Elliott in quel tormentato periodo, però non rimpiangeremo Between the bars. Monumentale.
“I’m in love / With the world / Through the eyes of a girl“
Con l’uscita di Either/Or Smith si supera: una concentrazione di perle come Picture of me, Angels e No Name No. 5 (tutte nello stesso album) consacrano il suo talento. Con questo capolavoro è facile farsi notare, e il regista Gus Van Sant contatta Smith per la colonna sonora di Will Hunting. Paradossalmente è anche il periodo di una profonda depressione per Elliott Smith, che inizia a darci dentro con l’alcool e la droga. Tuttavia ci regala un piccolo gioiello lo-fi, Miss Misery.
Di chi fosse la mano che ha ficcato un coltello nel petto di Elliott non è necessario sapere per sopravvivere, anche perché nel 1998 esce XO, che ha regalato alle nostre orecchie pezzi immortali come Waltz#2, e ancora una volta lo ringraziamo del disturbo di aver composto per noi come un piccolo eroe in disparte. È così che quel coltello perde d’importanza, sparisce insieme al corpo di Jeff Buckley annegato e agli antidepressivi di Nick Drake. Nessuna traccia, perché tutte le tracce importanti sono dentro i dischi, nel fuckin’ gospel di I didn’t understand, e nelle notti d’autunno di Tomorrow, tomorrow.
Figure 8 apre il nuovo secolo, parzialmente registrato negli Abbey Road Studios inglesi. È il periodo in cui E.S. inizia a dare segnali di paranoia, che si fa strada in lui il pensiero monomaniacale di essere inseguito in tour da un furgoncino bianco. “I have become a silent movie“: in Can’t make a sound sta già scritto tutto, la notte del coltello, la morte, i dischi postumi, la depressione, la rabbia: è il testamento del cantautore. Anche se poi nel 2004 arriva come una botta sulla testa From a basement on the hill, a cui il cantautore stava lavorando prima di morire. E allora ancora, ci perdiamo nel meraviglioso mondo di Smith. See you later, If I see you at all


è un articolo meraviglioso