Tichico, Cochiti è il nuovo romanzo di Mariana Branca, appena pubblicato dalla casa editrice Wojtek. Mariana Branca è nata in Irpinia, terra dove ha cominciato a scrivere racconti (da allora non ha mai smesso). Finalista al Premio Calvino, ha esordito nel 2022 con Non nella Enne non nella A ma nella Esse (Wojtek). Tichico, Cochiti è il suo secondo romanzo: qui sotto potete leggere un estratto. Buona lettura, e buona giornata di Sant Jordi – il giorno perfetto per scambiare un libro e far circolare parole.

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Passo della Gemmi
Riconosco il movimento, riconosco la luce alternata, non è la luce molle del sole del tramonto, non è il petalo di questi fiori che l’assorbe, la riflette e la curva, fiori un po’ bianchi un po’ gialli, non sono i petali che col vento si muovono e si piegano e piegano di contro anche la luce del sole. Sole non è, perché questo movimento è freddo, è metallico, intermittente. Questo è ferro, metallo, la sua luce riflessa a singhiozzi. Non è ruggine, la ruggine non scintilla, la ruggine il sole se l’assorbe. Un vagone di treno sulle pendici delle Alpi Bernesi a millesettecento metri, milleduecento metri sotto al Passo della Gemmi dove sono diretto. Un vagone di treno a migliaia di metri di quota, fermo proprio qui, su questo gradino naturale sulla pendice della montagna.
Dove va? Dove doveva andare? La ruggine non lo ha divorato né ha potuto rosicare i binari che non ha mai avuto. Non può essere qui da molto tempo, forse qualche anno. È una ruggine polverosa, incoerente, friabile, non è compatta, non è antica di decenni. Il ferro si sfalda in ossidi che si sgretolano, scoprono la parte sottostante fino a consumarlo interamente. Qui, il ferro luccica, ancora in qualche modo brilla, gli ossidi non hanno corroso il suo strato più interno.
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Sopas ladel Migem
Il tuo strato più interno l’hanno corroso gli ossidi del ferro negli stabilimenti della Gesellschaft der Ludwig von Roll’schen Eisenwerke ogni giorno ogni turno piano piano lentamente per vent’anni. Le tue mani, altre seimila mani, logorate dagli ossidi polverizzati, prima incollati ai vestiti ai tuoi guanti, poi penetrati nei vestiti nei guanti nei polmoni nella pelle. Le tue mani seimila mani corrose in vent’anni piano piano lentamente, a forgiare il ferro per fare i binari che non passano da qui, a millesettecento metri nelle Alpi Bernesi, che non passano che non sono mai passati sotto questo vagone di treno a migliaia di metri di quota, tra gli anemoni e i veratri dal rizoma nero.
Le tue mani seimila mani per vent’anni piano piano lentamente a forgiare il ferro per fare le funicolari le funivie come quelle del Passo della Gemmi dove sei diretto, risalendo ancora milleduecento metri di dislivello, picchiato dal movimento della luce del sole il sole che si riflette su di te sugli anemoni sui veratri sul ferro, sulla ruggine che non ha avuto il tempo di corrodere, di corroderti, interamente.
Tu che interamente non sei stato mai niente, mai interamente sazio, interamente stanco, interamente felice, interessato, appagato, mai interamente presente. Hai guardato, osservando, le cose la penombra sulle cose della grande sala da pranzo della tua grande casa. Hai fissato, senza intenzione, senza comprenderne il funzionamento, i barbagli della smerigliatrice passata su blumi bramme e billette per correggerne le imperfezioni, le micrometriche deformazioni di blumi bramme e billette in ferro raffreddato, prima rovente, milleduecentocinquanta gradi Celsius per essere deformato plasticamente. Hai guardato, nella routine del metallo, il laminatoio della Gesellschaft der Ludwig von Roll’schen Eisenwerke per vent’anni, hai guardato la successione di coppie di guarniture, i cilindri rotanti dalla superficie piana o sagomata progressivamente, la solida struttura metallica che forma la gabbia di laminazione, hai guardato i cilindri ruotare, ogni gabbia a una velocità più alta della precedente, il laminato assottigliarsi allungarsi. Hai fissato il ferro barbagliare, smerigliare, stridere, scalpitare in milioni di miliardi di scintille. Hai fissato blumi bramme e billette come se blumi bramme e billette avessero gli occhi e guardarli ti assicurasse di non essere una cosa a tua volta.
Hai tenuto la testa bassa, calata sulle smerigliatrici, sul nastro circolare, tutto il turno tutti i turni tutti i giorni, non hai mai parlato con l’operaio alla tua destra o alla tua sinistra, non hai mai alzato lo sguardo per vedere che faccia avesse, se i suoi occhi dicessero la sua stanchezza, la sua pena, la fame della sua famiglia che non vedeva da mesi forse anni, rimasta ad aspettarlo in qualche sperduto piccolissimo paese, ad aspettare lui, un vaglia ogni quattro mesi, la busta stretta lunga, il francobollo verde o viola o rosso in alto a destra con la vetta di una montagna, una vallata e un fiume che la attraversa, helvetia scritto sotto, 3122 nell’indirizzo del mittente, sei parole nel corpo del testo: qui tutto bene mi mancate papà.
Non hai mai saputo il suo nome, magari si chiamava Paolo e, al contrario di te, contava i minuti che mancavano per uscire da lì, fumava sigarette, rigirava i pezzi sul nastro, si raccontava inventava storie storielle filastrocche che facevano rima con tutto il mondo intorno alla macchina, te compreso. Tu, invece, non hai mai aperto bocca, nemmeno per bisbigliare una canzone, una parola, un nome. Dicevi buongiorno alzando appena il mento, buonasera o buonanotte abbassandolo, non hai scoperto se l’operaio alla tua destra o alla tua sinistra e gli altri dietro, davanti a te, parlassero la tua stessa lingua. Hai pensato a te stesso come un pulsante, un ingranaggio della macchina che doveva a tutti i costi funzionare. Ti pensavi vitale necessario, credevi le tue mani insostituibili, essenziali a imprimere una forza di una qualità diversa, ti sentivi in sintonia con la macchina, come se la macchina potesse riconoscere la tua pressione il tuo calore, la tua vicinanza in base al rumore delle tue scarpe nella sala della gabbia di laminazione. Eravate connessi, tu e la macchina, ne eri convinto, avete passato insieme sedici ore ogni giorno per vent’anni, non avevi mai passato tanto tempo con nessuno al mondo, perciò tu sentivi, sapevi che, uscendo ogni giorno dallo stabilimento del laminatoio della Gesellschaft der Ludwig von Roll’schen Eisenwerke, la macchina avrebbe sentito la tua mancanza, l’assenza del tuo corpo-ingranaggio. Ti trovavi a immaginare la macchina chiamarti Tiiiiiiiichiiiiiiiicoooooooo, o Coooooooochiiiiiiiiitiiiiiiii, come se anche la macchina sapesse rimontare i nomi al contrario, prendere l’ultima sillaba farla diventare la prima e così a scalare, come se la macchina sapesse cos’è un nome palindromo e che il tuo non lo era, quello di Anna sì, e Ada e Ebe e tutti i nomi delle donne della tua vita con cui hai parlato poco, a mezza bocca e testa bassa, per rispondere alle loro domande, all’inizio: come stai oggi, hai mangiato, sei stanco, stasera stiamo insieme, ci vediamo la settimana prossima, poi: fa freddo fuori, hai comprato il pane, hai dato i soldi ai tuoi figli, hai controllato la caldaia, mi compri quel vestito, tornerai la settimana prossima. A testa bassa, davanti alle tue donne davanti alla tua macchina, tua per reiterazione per usucapione, tua perché dopo vent’anni ci si appartiene per l’inerzia della ripetizione. A testa bassa sulla macchina che in vent’anni piano piano lentamente ha rabbuiato persino il tuo buio, il nero dei tuoi occhi se i tuoi occhi avessero avuto un altro colore, una sfumatura visibile, una piccola luce, un bagliore. Non ti sei accorto che la macchina ti ha consumato, che la macchina ti ha estinto. Non ti sei accorto di inalare per sedici ore al giorno ogni giorno per vent’anni la sua ruggine il suo ferro, di respirarli fin dentro la trachea i polmoni i bronchi, ammalandoti di asma, di rinite prima, di pneumoconiosi e asbestosi poi, di silicosi infine, non ti sei accorto che i tuoi bronchi erano pieni di noduli e di lesioni, che le particelle di silice, attraverso la linfa, si erano calcificate formando gusci d’uovo. Quando li hai visti nel tuo petto attraverso una radiografia, hai pensato che la macchina ti avesse riportato a una forma di natura, i gusci d’uovo che da bambino buttavi nella terra perché facevano da concime, hai pensato che la macchina avesse covato un uovo, covato dentro di te, nella tua gola, nei tuoi bronchi, nelle tue arterie, dei gusci d’uovo vuoti, scarti calcificati. Non hai pensato che la macchina ti aveva ridotto in puro concime, producendo la tua esistenza a sua immagine e somiglianza. Hai aspettato, hai covato in petto gusci d’uovo secco e il desiderio che la macchina ti riconoscesse, un giorno la macchina avrebbe distinto il tuo nome tra seimila, avrebbe riconosciuto la tua importanza, e un merito, un premio, ti avrebbe premiato trasformandoti interamente in una forma di natura a te sconosciuta, o in una cosa, una cosa nella penombra, una forma di inanimata pace.