Il 2026 è diventato il nuovo 2016. Mentre i social traboccano di foto sgranate e ricordi lucidati ad arte, c’è chi quel decennio non lo osserva da uno schermo, ma lo attraversa. Gli Ex-Otago, per esempio, che per celebrare i dieci anni di Marassi hanno scelto di riportarlo nei club, lì dove tutto è iniziato, dove l’indie italiano non era ancora una parola da ufficio marketing, ma un modo di stare al mondo.
A Torino, quando la band suonò al CAP10100 nel 2016, la città si stava ancora scuotendo di dosso un’alluvione. Il Po era appena rientrato nel suo letto e quel locale affacciato sull’acqua sembrava il primo segnale di una normalità che tornava a pulsare lungo il fiume. Allora la riva era un luogo vissuto, quasi un’estensione naturale della città; oggi appare più distante, come se Torino avesse lentamente smesso di ascoltarne il ritmo.

Per questo il live del 14 gennaio scorso ha avuto il sapore di un ritorno non solo musicale, ma anche geografico. Entrare al CAP10100 è stato come riallinearsi a una versione precedente di noi stessi, quando tutto sembrava più fluido e possibile. Il club, rinnovato ma fedele alla sua anima, si è trasformato subito in un archivio condiviso.
La band ha aperto con I giovani d’oggi, proprio come allora. Nel 2016 era un manifesto generazionale; oggi è un promemoria crudele e lucidissimo. Il pubblico ha risposto compatto, come se quel ritornello fosse rimasto sospeso per un decennio in attesa di essere ripreso. Con Cinghiali incazzati il CAP10100 è diventato branco, un’unica voce che non ringhia più per ribellione, ma per resistenza. La nostra pelle e Stai tranquillo hanno riportato la sala in uno stato di sospensione emotiva: coppie che si guardano negli occhi, amici che si stringono, sconosciuti che si riconoscono.
Tra un brano e l’altro, Maurizio Carucci e il resto della formazione (Simone Bertuccini, Omar Martellacci, Rachid Bouchabla e Giorgia Joss alla chitarra elettrica) trasformano il live in un dialogo aperto. Più che un concerto, sembra un ritrovo tra amici che non si vedono da una vita e vogliono raccontarsi tutto.
Poi è arrivata Mare, e certe canzoni a Torino valgono sempre doppio. Nel 2016 sembrava un miraggio estivo in pieno novembre; oggi è ancora quella briciola d’acqua salata che ci ostiniamo a cercare tra i palazzi. Quando sono con te ha trasformato il club in un eterno presente, come se tutte le versioni di noi – quelle del 2016, del 2020, del 2026 – si fossero date appuntamento lì, e tutto ciò che è successo in mezzo – traslochi, lavori sbagliati, amori evaporati – fosse solo rumore di fondo.
La seconda parte del live è stata un viaggio più profondo, quasi un ritorno alle fondamenta. Gli occhi della luna ha riaperto la porta dei ricordi, Sognavo di fare l’indiano ha riportato in superficie quella leggerezza che gli Otaghi non hanno mai perso. Con Non molto lontano e Ci vuole molto coraggio la band ligure ha ricordato perché Marassi è un disco politico senza essere pesante, sociale senza essere didascalico: parla chiaro, ma non si prende mai troppo sul serio.
Il finale è stato una festa: Costarica, Patrizia, Bambini, Con te. Una sequenza capace di far saltare anche chi era arrivato con l’idea di “stare tranquillo”. E poi Dentro la foresta, che ha chiuso tutto come un abbraccio largo, un invito a perdersi e ritrovarsi ancora una volta insieme. Una chiusura sospesa, quasi cinematografica, che ha lasciato nell’aria la sensazione di un viaggio che non finisce davvero.

Uscendo dal locale, con la Mole Antonelliana che brillava e il Po che scorreva lento, la sensazione era una sola: dieci anni sono passati, ma non sono passati davvero. Perché Marassi non è un disco che invecchia; è un disco che cambia con noi. E certe cose, quelle che sentiamo sotto pelle, non si spengono mai.
Tutte le fotografie sono courtesy of Polvere Mag, scatti di Natalia Menotti





