Sembra tutto pronto per la nuova, imminente edizione del Far East Film Festival, che dal 24 aprile al 2 maggio trasformerà Udine nella capitale europea del cinema asiatico, portando una ventata di colori, immagini e suoni orientali per le strade della città, ma anche nel resto della regione. A pensarci, solo poche settimane fa si sono esaurite le celebrazioni per il capodanno lunare previste dal calendario cinese, ricorrenza piuttosto sentita ormai anche in molte città italiane, ma già c’è nell’aria una voglia di tornare ad immergerci in culture concettualmente e geograficamente così lontane dalle nostre, che tuttavia sembrano essere ogni giorno un po’ più vicine. Giunto alla sua ventottesima edizione, il prestigioso festival di Udine testimonia il desiderio di continuare a proporsi come ponte tra i due continenti, offrendo dalle 9 del mattino a notte inoltrata proiezioni no-stop di titoli perlopiù irreperibili al di fuori del continente di origine, sfidando gli estimatori delle cinematografie dell’Asia orientale e sudorientale a cercare di coglierne quanti più possibile, seppure nella necessità di dover compiere delle scelte necessarie per l’impossibilità di coesistere nelle sale del Teatro Nuovo Giovanni, dove si proiettano perlopiù i film in concorso, e il Visionario, di solito dedicato alle altre proiezioni, certo non meno importanti, interessanti o affascinanti.
La destinazione principale tra le proiezioni del primo giorno, il 24, è un po’ una sorpresa: si tratta di Singapore, meravigliosa metropoli del futuro immortalata nelle sue molteplici contraddizioni in We Are All Strangers di Anthony Chen. Il regista è diventato negli ultimi anni uno dei nomi maggiori del cinema asiatico contemporaneo per la sua capacità di raccontare storie di dolorosissima umanità che si consumano a margine delle architetture visionarie e futuristiche che sono associate più tipicamente a questa città, tra le strade dai colori intensi in cui si alternano villette ed edifici coloniali, templi induisti e buddisti e moschee, ristoranti, baretti e bordelli. Si tratta del film forse più atteso della rassegna, o forse, più atteso semplicemente da chi scrive: riprendendo le sue tematiche preferite, Chen ci racconta un potente dramma familiare che incrocia due coppie e due generazioni diverse appartenenti a classi sociali e zone diverse della metropoli. Ancora più imperdibile è l’appuntamento con il regista che il giorno successivo sarà ospite nello spazio dei FEFF Talks, a disposizione delle domande di addetti ai lavori e appassionati, primo di una lunga serie di prestigiose personalità del cinema asiatico. Ma certo chi non ama particolarmente le ambientazioni futuristiche e familiari non rimarrà deluso dal wuxia taiwanese di Giddens Ko, Kung Fu, che completa il primo quartetto di opere in concorso e annuncia i giorni di full immersion successivi, in cui si segnala una media di dieci proiezioni al giorno.
Diamo allora un po’ di numeri, dando una prima rapida scorsa al programma, di cui qui è disponibile la lista completa: questa edizione numero 28 prevede 75 film, tra cui si segnalano 8 prime visioni mondiali, 18 internazionali, 21 europee e 20 italiane. 52 sono le opere in concorso ufficialmente e tra cui si segnalerà il vincitore del premio principale, il Gelso d’oro al miglior film: tra i produttori principali, 9 titoli provengono dal Giappone e 9 da Hong Kong, 6 dalla Repubblica Popolare Cinese, 6 da Taiwan e 6 dalla Corea del Sud. Il Vietnam guida il gruppo del Sudest, presente con 4 pellicole, seguito da Singapore e Tailandia con 3, Malaysia, Indonesia e Filippine con 2 ciascuna. Tra i 23 lavori fuori concorso, ritroviamo due outsider di spessore: il primo è il bellissimo Perfect Days, coproduzione tra Germania e Giappone che riporta alla regia un Wim Wenders in forma eccezionale. La proiezione introduce la rassegna dedicata al veterano del cinema giapponese Yakusho Koji, protagonista del film, invitato a ricevere il premio Gelso d’oro alla carriera. L’altro outsider è il documentario americano The Ozu Diaries di Daniel Raim, pure questo legato a Wenders, in particolare alla sua passione per il cinema giapponese e il suo grande maestro Yasujirō Ozu, che ci riporta alla mente il documentario Tokyo Ga (1982). Insieme a questi, un numero cospicuo di proiezioni speciali e classici restaurati provenienti anche questi dai dodici paesi ospiti della rassegna. Per il calendario più dettagliato, consiglio di consultare il sito www.fareastfilm.com, in cui oltre alle proiezioni sono segnalati giorno per giorno anche gli incontri stampa e i talk con registi e attori ospiti di questa edizione.
Per quanto costituiscano la portata principale, tuttavia il Far East Film Festival non si riduce alle proiezioni dei film, ma si espande in un gran numero di eventi e attività che coinvolgono l’intera cittadina e contribuiscono a costruire quell’atmosfera particolare e inconfondibile che i frequentatori della rassegna conoscono bene. Tra un film e l’altro, possiamo indugiare in un picnic col bento o sessioni di yoga e massaggi, assistere a concerti, danze e conferenze, partecipare a laboratori e visitare mostre – si segnala quella dell’illustratore Chihoi – nonché addentrarsi in un mercatino con stand adibiti alla degustazione e ovviamente provare l’assortita offerta di ristoranti asiatici disponibili in città, in cui sedersi necessariamente a mangiare un boccone quando gli zuccheri sono in calo. Insomma, il Far East Film Festival è ormai nell’aria! Udine, here we come!