Sarebbe bello vivere in un posto dove suonano le poesie di Federico García Lorca; un angolo di mondo dove le parole del poeta vengono addosso. Al mattino ci si sveglierebbe con La Guitarra, camminando in fretta verso una destinazione si sentirebbe sussurrare all’orecchio il Lamento per Ignacio Sánchez Mejías, a sera ci si potrebbe addormentare con un verso del Diván del Tamarit. Parole in bocca di miele e terra, quella capacità che aveva il poeta di fare musica con la poesia: Lorca aveva orecchio andaluso, nel declamare versi si lasciava attraversare dal duende – una forza oscura e sanguigna che si muoveva strisciando tra le parole come nei corpi dei danzatori di flamenco.
García Lorca non visse a lungo, nato in provincia di Granada il 5 giugno del 1898, fu assassinato il 19 agosto del 1936. Sono passati 90 anni, nessuno ha mai trovato i suoi resti: dopo averlo fucilato i franchisti buttarono il corpo del poeta in una fossa comune sulle colline intorno a Granada. Ancora oggi lo si va a cercare in quella parte di Andalusia devastata dalla guerra civile, dove lo spirito di Federico García Lorca – e di tutte le vittime dei fascisti di Franco − si aggira come un terribile promemoria (tutto quello che succede è destinato a ripetersi). Ma non sarebbe la fossa il luogo esatto per far suonare le sue parole: la poesia di Lorca è morte e sangue come la Spagna, ma pure musica, gitani, flamenco, canto, paesaggi. Ci vorrebbe un anfratto selvaggio, affilato come la punta di un pugnale – che (nei versi di Lorca) affonda nella terra “come il vomere dell’aratro”. «Da ogni parte io vedo il pugnale nel cuore», cantava nell’Encrucijada, quasi avvertisse per presentimento la sua fine violenta.

«Quando morirò seppellitemi con la mia chitarra sotto l’arena», aveva scritto il giovane poeta nel Poema del canto jondo – ma nessuno ha più trovato la striscia d’arena dove depositare la chitarra. La musica ha influenzato il ritmo dei suoi versi, Federico García Lorca suonava la chitarra e il pianoforte: attraversando la sua opera, alternando lo sguardo tra il testo tradotto e l’originale, si arriva quasi a cantare, come nel celebre verso «Verde que te quiero verde / Verde vento. Verdi rami» (Romanza sonnambula). Per fortuna abitiamo una lingua con suoni vicini a quella di Lorca, per non tradirlo del tutto leggendo: «la morte / entra ed esce / esce ed entra / la morte / dalla taverna».
Di tanto in tanto si scoprono ancora versi nuovi di García Lorca, come il recente ritrovamento di un poema inedito sul retro di una poesia manoscritta. Possiamo cantare i suoi versi un secolo dopo per tutti i marginali. García Lorca sentiva un’affinità naturale per i gitani andalusi, che spesso appaiono nelle sue poesie, nei romanceri sotto la luna fuggitiva, vittime della Guardia Civil, a Granada, Cordova, Siviglia, lungo il fiume Guadalquivir. L’omosessualità avvicinò il poeta ai diversi e agli emarginati, in molti dei suoi canti si nasconde una protesta. Nel periodo a New York osservò la segregazione dei neri nordamericani, un sistema per lui incomprensibile.
Nella raccolta Poeta a New York, Lorca è più tormentato, i colori assumono toni grigi, metropolitani, ad Harlem si sente l’angoscia dei re prigionieri in abiti da portinai, la notte è una fessura senza luna, persino il sangue è meno rosso che a Granada. New York, con la sua folla, gli alti ponti, il delirio di Wall Street, suggerisce versi di surrealismo disperato, quasi il poeta inseguisse il dorso sognante del vecchio amico Salvador Dalí. Per Walt Whitman arrivò a comporre un’ode visionaria e fraterna:
“New York di fango / New York di fil di ferro e di morte / che angelo porti nascosto nella guancia? Quale voce perfetta dirà la verità del grano?”

Bruciate in fretta le parole, dopo aver rincorso versi sull’Hudson, camminato a tarda notte sul Ponte di Brooklyn, Federico García Lorca lasciò New York e si diresse a Cuba per un ultimo giro di conferenze. Sulla nave di ritorno portava con sé i quaderni delle sue fantasie: quel che lo aspettava in Spagna era il suo assassino.
È come se lo avessero atteso, richiamato a casa per farlo fuori, quel repubblicano, frocio, poeta. Se ne veniva fuori con certe affermazioni antinazionaliste (“canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono uomo del Mondo e fratello di tutti; per questo non credo alla frontiera politica”). La guerra civile era appena agli inizi e subito per i franchisti diventò un bersaglio: dovevano togliergli la voce.
Ma il cadavere dov’è, chiese un gitano; non lo so, disse la luna, e il bambino pianse estraendo un pugnale. Federico García Lorca scomparve, le sue ossa non si trovarono più. I canzonieri si misero a strepitare nelle colline andaluse, e le parole presero il largo. Credevano di avere ammazzato i canti, non sapevano che già stavano vagando.