“È questo che bisogna fare nella vita, no? Cercare di sopravvivere un giorno dopo l’altro e trovare un modo per alleviare il dolore”
GAP, grottesco adolescenziale periferico, l’ultimo libro pubblicato da Placido Di Stefano con Neo edizioni, può essere tante cose differenti. Inizialmente il suo titolo era “Fermata Inganni” luogo dove è ambientata la storia, una periferia che viene raccontata spessissimo nei testi della musica trap e non solo. Luogo da cui si cerca la propria rivincita, e non a caso la trama del romanzo parla di un gruppo di tre amici che lavorano incessantemente per prepararsi alla realizzazione di un video musicale di una giovane rapper. Ma fermarsi alla trama non renderebbe l’idea di come questo romanzo viene costruito pezzo dopo pezzo. In realtà quello assemblato da Di Stefano è una sorta di viaggio che si compone di tanti pezzi. C’è prima di tutto un filone meta-cinematografico che gratificherà gli amanti del grande schermo. Si parla di cinema, si legge di cinema, si entra dentro il cinema attraverso le pagine di GAP.
Fedor, il protagonista dal nome mutuato da uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura russa, insieme a Leo e al Moro sembrano essere in una costante esercitazione attoriale. Ogni spunto reale sembra portare alla levigazione di una materia cinematografica. Ma poi c’è la musica chiaramente e ci sono le dinamiche di un adolescente che viene chiamato il River Phoenix di Inganni per la sua somiglianza a una delle stelle più promettenti della Hollywood a cavallo tra gli 80 e i 90 che poi è tragicamente tramontata in una notte di ottobre del ’93.
Leggendo questo libro mi è tornato alla mente Jim entra nel campo da basket di Jim Carrol (tanto caro a Emidio Clementi). I protagonisti dei due libri sembrano seguire un percorso quasi parallelo nelle loro avventure quotidiane che li vedono cercare di mettere insieme il pranzo con la cena conditi dalla loro attrazione verso le droghe e il lato oscuro della società, quel tipo di mondo parallelo capace di attrarre fatalmente chi si accompagna ai vizi tipici di un’età e di una condizione sbandata. Così in questo libro il protagonista si imbatte in una fauna umana di vario genere, sembra di sfogliare le pagine virtuali dei siti di incontri popolati da personalità di ogni tipo, spesso borderline. Un percorso sull’orlo del baratro fisico e mentale che chiaramente vedrà il protagonista, in pieno metodo Stanislavskij, portare le proprie azioni senza filtri e freni alle estreme conseguenze.
La scrittura è serrata e lascia pochissimo respiro al lettore, i capitoli si alternano in registri diversi, a tratti sembra di leggere le trascrizioni di provini cinematografici per poi ritornare alla narrativa canonica fino a deviare in una sorta di sceneggiatura fatta in casa. In questo mix di sostanze umane e Fedor rivive e analizza un passo alla volta il lutto della perdita della madre, figura cardine attorno alla quale si muove tutto il suo universo emotivo danneggiato, non a caso il suo nome è stato scelto dalla mamma grandissima amante della letteratura russa e dell’arte in generale (la sorella del protagonista si chiama Frida!). Neo ha scelto di pubblicare questo libro attraverso moltissime candidature al loro rituale premio nazionale che punta a selezionare le migliori opere inedite da dare alle stampe. Placido Di Stefano non era nuovo a risultati del genere, coi suoi lavori precedenti, infatti, era arrivato alla finale del Premio Zeno e del premio Calvino, tra gli altri. Un libro ambientato nell’hinterland della grande metropoli milanese ma che non racconta di una giovinezza stereotipata, un racconto ricco di citazioni che non rimane sulla superfice della frase adatta ai social network. È cinema, è letteratura, è vita, senza sconti.