Tra la fine del tour CCCP e l’imminente ritorno dei CSI, un’autobiografia in pulsioni ritmiche nella data romana dell’artista
Qui, sul palco, non si discute. E Giovanni lo occupa. Tutto. A modo suo, con la verticalità che lo caratterizza, l’essenzialità che gli si confà, il carisma che conosciamo. Ma anche con una familiarità di temi, linguaggio e canzoni che rende Percuotendo. In cadenza una sorta di completo atto secondo – più maturo, confidenziale, mistico – rispetto al precedente tour solista A cuor contento, risalente a quindici anni fa oramai. E se nei concerti del 2011 veniva sperimentata la formula minimale del trio per litania con voce declamante e una manciata di classici vecchi e nuovi, in Percuotendo c’è un elemento nuovo, che è anche quello di maggiore interesse: accanto al fido Luca Alfonso Rossi (chitarre e basso, cordame fluttuante ma anche materico, l’uomo-solidità), Simone Beneventi è dietro un imponente apparato percussivo che lo rende uomo-orchestra, ritmico con fantasia, una nuvola di suoni presenti ma mai invadenti, decisivi nell’intelaiatura del progetto.

Percuotendo. In cadenza era nato come reading poetico “one shot”, andato in scena una sola volta al Teatro Olimpico di Vicenza nell’ottobre 2024 (con altro titolo: Moltitudine in cadenza, percuotendo); successivamente Giovanni lo ha ripreso per adattarlo agli unici luoghi a suo avviso funzionali come i teatri. Da reading a formula ibrida e composita, con parole, canzoni e musica, un memoir in tempo reale senza grandi sorprese visto che, nell’assenza di un diaframma tra pubblico e privato, tra esperienze di gruppo e solista, Giovanni continua a mettersi a nudo con i consueti argomenti, o meglio nel consueto cammino montano, spirituale, antimoderno, a ritroso nella memoria e in osservazione agrodolce del presente. Il racconto infatti è autobiografico, in linea con l’aggiornamento che ha aggiunto al libro Óra. Difendi, conserva, prega, divenuto proprio in questi giorni Òra et labora – nuovamente con Aliberti.

Nulla di eclatante rispetto a quanto letto nei suoi testi da Reduce in poi, ma ciò che conta è la tempistica, o meglio il rapporto con il tempo. Che è ritmo, andatura, cadenza, per l’appunto. Cadenza è parola che accomuna i titoli della versione beta e dello spettacolo che ha debuttato a Bologna il 14 febbraio, ha raggiunto Roma il 16 (Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica) e toccherà altri otto teatri fino a metà aprile, ed è la chiave non solo ritmica della sua narrazione. Moltitudine era andato in scena tra i due tour dei CCCP, aveva segnato un passaggio, una sorta di transizione-respiro; Percuotendo invece ha alle spalle la sedimentazione del secondo tour, alcuni eventi personali della quotidianità cerretana, ricordi di infanzia legati al fratello (da bambini si erano improvvisati fungai per sostenere l’economia domestica), ma anche l’imminente tour dei CSI. Tant’è che, guadagnando il fronte del palco e sollevando il teschio di Tancredi, Giovanni dichiara fiero che «lupo e cavallo annunciano il Biennio Mongolo», esplicito riferimento al ritorno in Mongolia che caratterizzerà i rinati CSI.

Tra riflessioni personali sull’età, la morte, il tempo, il senso del cantare e del fare spettacolo, citazioni che evidenziano nuovo nutrimento intellettuale («Ogni cosa fluisce nell’altra e tutto cade insieme perdutamente», ricorda menzionando Cristina Campo), brani-cardine come A Tratti, Brace, Depressione Caspica, Del Mondo ma anche le sue Neukolln e Contatto, Percuotendo. In cadenza rivela un Ferretti magnetico, meditativo, a volte felicemente e candidamente imperfetto, come quando accelera nel declamare senza far gustare le parole, a lui tanto care, o quando attende il cenno di Beneventi per gli attacchi. Più che autocelebrativo, consapevole di una vita e di un’arte che meritano un racconto, una condivisione in musica e parole. Te Deum laudamus.
