Probabilmente inizierò questa recensione con due fatti che sembreranno totalmente distanti tra loro, capirete poi perché. Avevo tantissima voglia di leggere questo libro e credo che una parte di me intuisse che era il momento giusto. Quando l’ho finito la prima cosa che ho fatto è stata andare a leggere le recensioni su Goodreads e capire cosa ne pensassero anche gli altri. Mi ha colpito un commento tra tanti che sottolineava la “normalizzazione dell’alcolismo in alcune zone d’Italia”.
Ho vissuto il giusto in Veneto per riuscire ad “apprezzare” l’alcool. Non è uno scherzo dato che fino a qualche anno fa non bevevo vino (se non in pochissimi contesti), non mi piaceva il sapore della birra, odiavo lo spritz. Si parla anche di una “Veneto wave” di recente, merito probabilmente dell’uscita del film “Le città di pianura”, una storia di amicizia e di crescita “beverina”. Non so se c’è una wave (men che meno se sia veneta), ma dei miei anni lì ho capito che sì bere è un collante, bere mi faceva sentire meno fuori posto, bere mi faceva sentire anche meno “forestiera”.
Sappiamo che esistono romanzi che raccontano una dipendenza e romanzi che, più sottilmente, raccontano come prende forma questa dipendenza nel quotidiano, come si sviluppa nelle mura domestiche, nei rapporti interpersonali, quando smettiamo di farci troppe domande o smettiamo solo di farci quelle giuste. 8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è un libro che cerca l’evento traumatico, né l’origine esemplare del dolore. È, piuttosto, una lunga permanenza dentro un’abitudine: quella dell’alcol, certo, ma soprattutto quella della sopravvivenza emotiva.
Alice, la protagonista, è un’insegnante precaria ma che di mestiere sembra fare l’alcolista. È una trentenne che vive in una provincia senza epicità, dove tutto sembra accadere sotto una luce piatta e costante. La cifra che dà il titolo al romanzo, 8.6 per l’appunto, non è un simbolo da decifrare ma un dato pratico della gradazione alcolica che diventa misura quotidiana, unità di tempo, ritmo del pensiero. Scomazzon costruisce il romanzo proprio su questa concretezza: niente metafore salvifiche, niente drammatizzazioni. L’alcol non è il “mostro” ma diventa quasi uno strumento di gestione dell’esistenza.

Ho immaginato Alice agli incontri con gli AA, riuscivo a sentire proprio la cadenza delle persone con cui parlava, ho immaginato il bar dei cinesi, la sua amica Giulia e il suo ex Giacomo. Ho immaginato “la spesa per non farsi giudicare dalla cassiera” perché, in fin dei conti, chi di noi non ne ha mai fatta una? Depistare il giudizio della cassiera e di quelli in fila dietro di noi.
Quello che colpisce, pagina dopo pagina, è la lucidità della voce narrante. Alice sa benissimo cosa sta facendo, non si racconta storie, non cerca alibi. Ed è qui che il romanzo si allontana dalla narrativa canonica sulla dipendenza: non c’è un Io che si autoassolve, né uno che si condanna. C’è un Io che osserva e si osserva. La dipendenza, in questo senso, non è una ferita aperta, ma uno spazio abitabile, un luogo mentale in cui stare senza doverla giustificare.
La scrittura di Scomazzon è asciutta, controllata, spesso ironica, ma mai compiaciuta. L’ironia non serve a rendere il personaggio “simpatico”, bensì a tenere a distanza il sentimentalismo. È una scrittura che conosce il rischio dell’eccesso emotivo e lo evita deliberatamente, preferendo il dettaglio minimo, la scena apparentemente insignificante: un supermercato, un bar, una conversazione interrotta, un pensiero nella propria testa, la malinconia, l’isolamento. In questi frammenti si gioca il senso del libro che sembra dirci che la distruzione, più che esplodere, si sedimenta.
Collateralmente 8.6 gradi di separazione parla anche di lavoro, di precarietà, di relazioni affettive vissute come zone di stanchezza più che di desiderio e di mutuo soccorso. Il corpo di Alice, spesso anestetizzato, diventa il vero campo di battaglia del romanzo: un corpo che non chiede attenzione, che non si ribella, ma che lentamente si adatta. In questo, il libro dialoga con una certa narrativa contemporanea che mette al centro personaggi femminili non edificanti, non esemplari, lontani dall’idea di guarigione come traguardo non solo narrativo ma anche di vita. Insomma un’anti eroina a cui si finisce per voler bene e che, almeno nel mio caso, in alcuni punti ho compreso in tutto e per tutto e sentita vicina. Avrei voluto dire: Alice ti capisco, ci sono passata anch’io, cambia solo il comune denominatore.
Non c’è catarsi in 8.6 gradi di separazione e non perché manchi una “soluzione”, ma perché Scomazzon sembra suggerire che la realtà non funzioni per svolte, bensì per microspostamenti quasi impercettibili. Il romanzo si chiude senza chiudere davvero, lasciando il lettore in una posizione scomoda: quella di chi ha capito, ma non può sapere del tutto. Forse questa è la sua riuscita più radicale. La Scomazzon conferma una scrittura capace di stare nella complessità senza addomesticarla, di raccontare la fragilità senza trasformarla in manifesto assoluto. 8.6 gradi di separazione è un romanzo che non chiede empatia immediata ma attenzione profonda. E, una volta concessa, difficilmente lascia indenni.