Le parole di Gloria Riggio non perdono di forza nel tragitto da lei a noi, che siano scritte o pronunciate. Il suo libro di poesie Ave Maria Piena di Rabbia è una delle cose più belle da conoscere in questi tempi. Dentro ci sono esistenze smembrate, sfibrate, afflitte che, come pezzi di carne ammucchiati, dal fondo del secchio cercano di ricomporsi e rinascere prima di ardere su una brace. C’è l’umanità che coglie l’occasione anche di un solo respiro per tenersi in vita, nonostante tutto. Gloria ci regala paesaggi reali che riemergono dalla memoria e paesaggi emotivi che la compongono, ed è tutto limpido, grazie alle parole che raccontano, quasi dipingono. Le parole contengono mondi, ma per intravederli bisogna essere curiosi di abitarle quelle parole, per abitare poi meglio il mondo. Bisogna sentirne il peso, come diceva quella gigantesca artista di nome Violeta Parra: “quando si canta, l’accento va messo sulle parole importanti, non dove suona meglio”. Le poesie raccolte in questo libro sono un viaggio che conviene fare, e io renderei un cattivo servizio se provassi a raccontarle quelle poesie che invece vanno lette o ascoltate, magari proprio dalla voce di Gloria nelle sue uscite pubbliche in librerie o palchi. Gloria Riggio è anche la più giovane campionessa italiana di poetry slam LIPS e la prima autrice nella storia della competizione e siccome è anche una persona molto generosa si è raccontata e ci ha raccontato molte cose in questa appassionata e appassionante chiacchierata. Proprio oggi, nella giornata internazionale della poesia.

Mi piacerebbe cominciare questa chiacchierata con te con queste parole di Emily Dickinson. Sono state scritte poco dopo la metà del 1800 e credo si riferiscano anche, ma non solo ovviamente, alla sua condizione di figlia benestante di un parlamentare e avvocato che costringeva di fatto la poetessa a vivere la scrittura segretamente, quasi in modo clandestino e probabilmente la parola “detta” che poi invece di morire “comincia a vivere” diventa anche una sorta di ribellione al silenzio. Io penso che queste sue parole col tempo abbiano acquisito un valore crescente per le varie forme e possibilità assunte in seguito. Tu che con la parola pensata, scritta e infine detta hai molta familiarità come la interpreti?
A word is dead /When it is said, /Some say.
I say it just/ Begins to live, / That day.
Una parola muore/ Appena detta, / dice qualcuno.
Io dico che solo/ Quel giorno/ Comincia a vivere.
Come Dickinson riesca a racchiudere in una cerniera di parole l’alfabeto delle cose del mondo resta per me uno degli incantamenti più alti della letteratura. Questi due versi raccolgono una immensa questione e più d’una, che non riuscirò a trattare qui. Su una sponda siede un silenzio in sé perfetto, compiuto, che contiene ogni plausibile detto e dicibile con il conseguente fatto che quando questo silenzio viene forato dalla scelta di una singola parola, o di un insieme di parole, essa sgonfia per il solo fatto di essere attuata l’infinitezza dello stesso; sulla sponda opposta siede un silenzio altro, imposto, assorbito per educazione, per obbligo, per dogma o imposizione, dal quale affrancandosi si prova un altissimo grado di liberazione che innesca non solo una vera e propria palingenesi di sé e del mondo intorno, ma anche un riconoscimento di sé e nell’altro, e degli altri in sé. Intendo cioè riferirmi alla possibilità di dirsi e dire, di nominare i propri sensi, convocarli, farsi campo, seminarsi, accogliere, mostrare attraverso le parole un che di possibile che sino al momento prima – e per il tempo in cui questo evento è stato covato e si è preparato– non esisteva: begins to live, that day.
Mi è tornato in mente un verso in apertura di un inedito che ho scritto pochi anni fa dal titolo “The End – Il cinematografo”; recita “Ogni cosa intima diventa col linguaggio estranea”. La facoltà umana del linguaggio è un altissimo mistero: le parole lo sono, lo sono i segni posti a fare da scrigno ai nostri sensi e il sistema stesso attraverso cui comunichiamo. Procediamo per approssimazione della forma – i significanti – alla sostanza – i significati -, con lo slancio di fede dovuto al fatto di dover scendere quotidianamente a patti con la consapevolezza che quest’ultima, la sostanza delle cose che nominiamo, è contenuta in un enorme bacino condiviso, fatto di referenti individuali – quello che visualizziamo in noi quando nominiamo i significanti col loro portato di significato – che per quanto finiscano col creare una norma collettiva, spesso non coincidono con quelli altrui. Abbiamo creduto di intenderci, e non ci siamo intesi affatto. Un mio caro amico citando spesso, più divertito che serio, Sartre usa concludere le conversazioni più belle e coinvolte sentenziando «nessuno è uguale a un altro, né migliore né peggiore. Se due persone sono d’accordo c’è stato un malinteso». Non mi stupisce allora che quando un riconoscimento avviene, quando le parole fanno da flogisto e si discostano dal loro impiego abbozzato compiendo atti di creazione del mondo ci paia un miracolo: nulla di meno di qualcosa che, quel giorno, comincia a vivere. Di certo, per me, è stato così.
Vorrei far riferimento in queste domande non solo al tuo libro ma anche alle cose che hai raccontato durante la presentazione a cui ho assistito. Per esempio ai tuoi studi che tolgono polvere e buio a poetesse ingiustamente dimenticate. Leggerle e riscoprirle quanto e come pesa nel tuo percorso e eventualmente nella tua scrittura? Non mi riferisco primariamente agli argomenti quanto proprio al senso, all’uso e al peso delle parole.
Ha il valore di una tessitura, un viluppo di voci che abitano e compongono un sentire comune che mi regge al mondo, ed entro il quale – grazie al quale – mi sento meno sola. Questo vale per ogni verso, al di là della questione di genere, che ho letto e dentro cui abbia sentito di potermi accomodare come per il dischiudersi di una radura, oltre la porta dei segni.
Scoprendo nel corso del tempo la produzione di autrici straordinarie so di aver pensato che la me sedicenne avrebbe amato trovarle sul manuale di scuola o negli apparati esegetici. La domanda resta questa: se la poesia, come credo, è l’indice della mano con cui teniamo il segno sulla pagina della storia del mondo per non perderci, quale porzione di storia abbiamo mancato di conoscere non conoscendo la produzione delle poete nel corso dei secoli? Quale porzione di vissuto umano e civile abbiamo smarrito, dando per buono l’equivoco prodotto dalla sovrapposizione tra poesia tout court e produzione maschile? Conoscendo, ad esempio, precisamente la guerra di trincea, e non quella domestica? Quale grado di riconoscimento non abbiamo potuto attuare non leggendo questa porzione di produzione sui libri di scuola, non citandola nei dibattiti pubblici, non trovandola nelle antologie, e delegando questa produzione alla coincidenza con il genere di chi l’ha creata, e di conseguenza sminuendola?
Questa imposizione d’esclusione, questa decurtazione, questo silenzio impartito ha a che fare con il sistema sociale in cui viviamo in rapporto alle donne in ogni campo, e permea ogni suo tessuto, anche la letteratura. Negli anni questa questione per me ha mutato forma senza estinguere la sua origine e il suo richiamo. La mia tesi in contemporaneistica affronta questo affondo; uno dei miei due spettacoli di poesia performativa, “Una piazza tutta per sé”, origina da domande in esso contenute, intessendo i miei ai testi di autrici oggetto per me di ricerca o di amore; la rassegna che ho curato per il Ministero della Cultura e la Fondazione Alfonso Gatto nel 2025 aveva per titolo “L’Emergibile”, e – in dialogo con autrici contemporanee – si interrogava sulla questione, così come una delle due rubriche che conduco per Inverso – Giornale di poesia.
La tesi, in particolare, ha a che fare con la perdita e il recupero della produzione poetica femminile dal canone letterario italiano dal secondo Novecento ad oggi, con un’attenzione al medium dell’oralità. Il lavoro segue il tentativo di capire le dinamiche che hanno prodotto questo fenomeno di esclusione e addirittura di oblio di certa letteratura e si accompagna all’intenzione di produrne la riemersione; infine si interroga sulle tracce nel presente di questo portato storico.
Usavo chiamare questa sottrazione “violenza bianca” prima di approfondire la questione ancora e ancora. Sulla continuità di questa dinamica nell’oggi è sufficiente la narrazione dei giornali in relazione alla mia vittoria al campionato L.I.P.S., la prima femminile nella storia nazionale, del 2023. L’attesa che precedeva l’evento anche in seno alla comunità poetica non ha a che fare con il fatto che sia sufficiente una donna purché sia a riempire la casella della rappresentanza di genere, ma con la scollatura derivata dal fatto che una manifestazione decennale come il campionato L.I.P.S. non avesse ancora visto un’autrice vincere, a fronte della presenza di autrici e performer formidabili nel panorama italiano degli ultimi venticinque anni. La narrazione mediatica si è però allineata alla retorica del femminile. Nomino questa biforcazione perché mi pare spieghi bene la differenza tra il gesto del fare poesia e le dinamiche contestuali alle società dentro cui questo gesto viene attuato.
I podi e i canoni sono strumenti che cigolano, e se, come credo, è vero che dicono di più sui presupposti che li hanno prodotti piuttosto che sull’attendibilità del risultato che producono, bisogna contestualizzarli e consegnarli ai perché delle loro ragioni. Questo non vuol dire disconoscerli o delegittimarne il valore, piuttosto riportarli alla loro natura di prodotto culturale di una data società, e dedurne conseguenze che hanno a che fare con questo, e non con la poesia, che è altro. Rimane un lavoro a mio avviso fondamentale il processo di analisi e studio del fenomeno di marginalizzazione nel passato, nel presente e per il futuro, tenendo a mente l’ingiustizia subita nei secoli sino ad oggi. A fronte di questo, la poesia nella sua sostanza più profonda sfugge a queste dinamiche, le tradisce, ne sfronda le sovrastrutture, e per quanto talvolta le nomini – spesso con maggiore efficacia di lunghi saggi – le confuta in essa stessa, solo essendo ciò che è.
Quanto è stato complesso immaginare delle poesie, che spesso diventano voce (con diversa tonalità), gesti, perfino stati d’animo, diventare parole scritte per comporre un libro? Ho notato che l’idea della forma del libro stesso ha cercato di non essere solo guscio o giaciglio per le parole ma diventare qualcosa di più, con le illustrazioni per esempio, ma anche con la scelta di inserire delle pagine quasi nere, che si possono leggere anche in continuità tra loro saltando le bianche, un po’ come i tasti neri di un pianoforte che possono creare una melodia di accompagnamento ai tasti bianchi, ma quella melodia può avere anche vita propria.
Le poesie nascono poggiate alla carta, ma già intessute alla voce. La cassetta degli strumenti della poesia scritta e quella degli strumenti della poesia orale mi sono state utili in ugual misura. Esiste all’interno del libro una grammatica precisa composta di spazi bianchi e di interpunzioni, un’equazione tipografica monca però della voce, della prosodia, del ritmo, del respiro. Esiste una grammatica precisa anche all’interno dello spettacolo, monca in quel caso del testo, della rilettura, della parola che campeggia salda sulla pagina. Esiste una grammatica anche nell’ascolto in differita, monca del gesto, del corpo, del dispositivo dello spazio, o del rituale. Nessuna di queste formule – tutte impiegate in modi e tempi diversi per il medesimo corpus – raccoglie l’intera intenzione del dire e del fare poetico in questo caso. Credo possa essere però un bene, qualcosa come il procedere di una tensione o di un’intenzione, qualcosa cioè che non impigrisce, che si interroga fino al momento in cui si ritorna a domandarsi se la risposta non viva dentro l’atto del porre la domanda.
L’immagine del pianoforte, che usi, mi sorride. Credo la poesia per me si sia sviluppata in osmosi con la musica, e che in sé l’una contenga l’altra e viceversa: che i sensi, i significati e i mondi formali si poggino alle melodie, e che la melodia sia impastata alla fonia delle parole, facendo da creta per i sensi. Con Gualtieri: «Ogni poesia implora un respiro che la dica». Ho a lungo cercato di capire se potesse esistere un modo per contenere e soddisfare le varie nature di queste poesie, un modo che consentisse non solo di leggerle ma anche di ascoltarle, e non solo in nuda voce ma anche in rapporto alla musica, e non solo di ascoltarle in voce nuda o musica, ma anche di vederle, e non solo di leggerle, ascoltarle e vederle, ma anche di assistere al loro accadimento, come quando si è insieme. Ho capito che no. E che questa smania di finitezza è piuttosto un vizio capitalista. Una modalità per consegnare il che di inconsumabile che ci resta, a un prodotto. Il fatto che ci sia sempre un esubero, o al contrario una manchevolezza, dopo lunghe smanie ha preso a piacermi, anzi a darmi respiro. Come suggerisca insistentemente l’esistenza di qualcosa che sfugge il consumo e che possiede una sua fruibilità nel momento stesso in cui accade – che sia dentro la musica, o nella voce, o nella trama del fiato, o sulla carta – senza estinguersi del tutto, continuando a riattivarsi di volta in volta, di modo in modo, di domanda sul come in domanda sul perché.
Scrivere il libro e comporlo è stato per questo, e per gli incontri che ha prodotto, un minuzioso lavoro di intelligenza artigianale. Le illustrazioni di Giulia Zanotto non fanno da contrappunto didascalico, ma a loro volta da passaggio di lingua: BeccoGiallo è rispetto ai processi creativi intermediali una realtà preziosa. Le pagine nere che ho scelto di porre a introduzione di ogni testo formano, sommandole, a loro volta una poesia, il cui punto finale chiude il libro. Il tentativo di produrre una cornice drammaturgica per iscritto a sostenere i viatici interrogativi che ogni testo pone in partenza è un’intenzione precisa, così come lo è il rivolgersi a un “chi” puntuale e insieme aperto. Qualcosa che bruci, o ci salvi. A sua volta la disposizione della materia linguistica sulla carta ha una precisa grammatica e semantica, lo sa bene la pazienza dell’editore a cui segnalavo refusi a prim’occhio trasparenti. Ma lo credo con convinzione: lo spazio bianco in poesia è poesia al pari dell’eloquenza di un silenzio nella conversazione. Gli interventi in apertura sono ben quattro, oltre alla prefazione di Sam Kabauter – la mente, insieme a Federico Zaghis, dietro l’idea di Sismografi, la collana di BeccoGiallo legata alla poesia orale e performativa – campeggiano in introduzione altri tre scritti, per la penna di Nicola Barbato, Luigi Riccio e Mattia Tarantino che discutono rispettivamente il corpo, la parola e la voce nell’ambito di questo libro. Sono molto onorata e grata per il colloquio con ciascuno di tutte e tutti loro.
La copertina è un’illustrazione forte e necessaria, legata alla tua Ave Maria Piena di Rabbia, cosa ha significato nel tuo percorso questo componimento?
«Che la voce più sola accorda molte grida, che ogni cuore ricorda quante anime ha percorso»[1]. Ha significato: per una voce, la più sola, farsi canto in coro; ridiscutere l’idea di scaffale sul quale crediamo giaccia la poesia; questa voce levarsi comune; questi versi riempire le strade; questa poesia farsi viva carne nella voce; questa lotta; questa marcia; questa piazza essere trama al pari degli spazi bianchi tra una strofa e un’altra, sulla carta. Infine, riprendendo ciò che già in apertura con Dickinson, tracimare dagli argini di un silenzio, dilagare.

BeccoGiallo, il tuo editore, ha delle particolarità credo uniche, ce le puoi riassumere e dirci del vostro incontro?
Si tratta di una casa editrice indipendente che ha una postura nel presente piuttosto rara e non solo per gli intenti che ne muovono le idee e la loro realizzazione, ma per le persone che vi lavorano, per la selezione dei testi, degli autori, la scelta di un’editoria intermediale in colloquio con arti altre costante. C’è, in sintesi, una cifra di libertà creativa e di posizionamento – intendo dire l’idea che assorbita dalle fibre ha nutrito il corpo sino a farsi gesto materico nel mondo – che sento di poter definire rara. Il suo nome è un omaggio alla vicenda editoriale del foglio satirico antifascista “Il Becco Giallo”, che negli anni Venti del secolo scorso utilizzava il disegno – assieme all’inchiesta giornalistica scritta – per criticare e incalzare il potere.
Raccontare attraverso le illustrazioni, i fumetti e la graphic novel, di stragi di stato come l’uccisione per mano mafiosa di Peppino Impastato o il G8 di Genova li colloca in una zona che mi ricorda l’allegoria teorica che nomina Sanguineti in introduzione a “Il cavallo saggio”, di Gianni Rodari, quando scrive: «alla realtà attraverso la finestra dell’ipotesi fantastica dobbiamo accedere poi tutti, a qualunque età. Questa finestra poetica, che è più utile perché è più divertente è pure il primo passo che si compie per modificare il mondo, dominando quella “grammatica” mentale alternativa, una grammatica di “metamorfosi”, di “trasformazione di questo in quello”, che rompe con l’immagine di un esistente cristallizzato da una razionalizzazione non problematica. In ogni mondo alla rovescia è deposta tra l’ignara e l’astuta quella tendenza verso uno sviluppo onnilaterale dell’individuo che era il sogno pedagogico di Rodari». Forse non con la filastrocca ma attraverso un tratto che ridisegna al mondo i contorni, comunque l’operazione compiuta da BeccoGiallo mi ricorda sorridendo questo stesso patto silenzioso, questa idea-gesto, questa rivoluzione fatta ‘a muta muta, facendoci a vicenda e di sottecchi l’occhiolino.
La tua scrittura scivola armoniosa tra memoria, lotta, descrizione di posti (reali e dell’anima) e oltre le tue poesie forse più conosciute come Ave Maria piena di Rabbia e Periodi Ipotetici, ci si imbatte in Germano dove ti chiedi se esiste un “lessico dell’emarginato”, “un dialetto che non ci hanno mai insegnato”, o nella vicenda di Rosalia che racconti con una tenerezza che diventa quasi protezione, o la bellissima “Questi” che narra dell’immigrazione dalla sponda di approdo. Sono tutti testi che conferiscono alla poesia una funzione politica nella sostanza, senza rimarcarlo nella forma e forse per questo molto più efficace. Siccome noi siamo fatti anche di tutte le parole che ci sono entrate in testa dai libri, dalle canzoni, dalla memoria, vorrei prendere due temi e dirti cosa mi hanno ricordato. “Maddalusa” e i ricordi mi ha fatto pensare a “La Lingua Salvata” di Elias Canetti, il primo libro della trilogia autobiografica in cui risale con i ricordi all’infanzia provando a sentire di nuovo le sensazioni dei primissimi ricordi, non sempre piacevoli per lui, tutt’altro. Per versi sparsi in varie altre poesie mi sono tornati alla mente alcune parole di canzoni di cantautori. Per esempio, quando racconti delle spigole in “Leucotea” ho pensato a una vecchia canzone di Dimartino, “Venga il tuo regno” che parla di “uomini neri, pescati morti dal mare”, o di Galoni ne “Il tempo delle arance” in cui dice che “vedrai diffondere la pace con le armi/ se non morirai di sete in mare aperto” che ho ritrovato soprattutto in “Questi”. Come pure tutta l’atmosfera de “Il Tango del Muratore” mi ha portato a “Stella Nera” di Pino Daniele, non solo perché è citato lui direttamente, ma perché, anche se si parla di temi diversi, c’è quel racconto del mare così intimo e misterioso per certi versi che mi ha fatto fare questa associazione. So che consideri il cantautorato il mondo probabilmente più vicino a quello della poesia performativa perché non c’è solo da scrivere i testi ma anche da portarli poi sul palco, me ne parli?
Il cantautorato e la poesia orale sono a mio avviso due arti strettamente in dialogo. Se per numerose tipologie di scrittura, infatti, chi scrive è raramente chi interpreta, per la poesia orale e il cantautorato non solo chi scrive coincide con chi interpreta, ma chi interpreta è la medesima persona sopra e sotto il palco. Questa aderenza pretende un grado di autenticità se possibile ulteriore rispetto alla norma, in rapporto a sé, agli altri, e alla materia trattata. In ogni caso, in me, se esiste una musica è già interna alle parole, questa sovrasemantica che ci tiene come un’ala dentro le intenzioni, gli accenni, la prosodia, la grana del tono, mi pare rivelarci quanto ci riguardiamo a vicenda facendo una vigile attenzione a non dirlo ad alta voce (,pensa).
Ti sei imbattuta con ottimi risultati nel poetry slam, una vera e propria gara, una delle tante forme che la poesia può assumere. Che idea ti sei fatta? Sarò più diretto, secondo te il pubblico del poetry slam è davvero appassionato di poesia? Intendo tutta la poesia, in lungo e in largo nel tempo e nello spazio.
Non lo credo, non del tutto. C’è qualcosa però del rituale collettivo che, nonostante questo o forse per questo, mi convince. Volendo approfondire:
«Eccoci qui ancora una volta
seduti di fronte al pubblico della poesia
che è seduto di fronte a noi minaccioso
ci guarda e aspetta la poesia
in verità il pubblico della poesia non è minaccioso
forse non è neanche tutto seduto
forse c’è anche qualcuno in piedi
perché sono venuti così entusiasti e numerosi
o forse ci sono un po’ di sedie vuote
ma quelli che sono venuti sono i migliori
hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi
perché poi mai dovrebbero minacciarci
il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno
è invece mite generoso attento
prudente interessato devoto
ingordo imaginifico un po’ inibito
pieno di buone intenzioni di falsi problemi
di cattive abitudini di pessime frequentazioni
di mamme aggressive di desideri irrealizzabili
di dubbie letture e di slanci profondi
non è assolutamente cretino non
è sordo indifferente malvagio non è
insensibile prevenuto senza scrupoli non è vile
opportunista pronto a vendersi al primo venuto
non è un pubblico tranquillo benpensante credulone
senza troppe pretese
che se ne lava le mani
e giudica frettolosamente
è invece un pubblico che persegue degusta apprezza
lento da scaldare ma che poi rende
come direbbe Pimenta
e soprattutto è un pubblico che ama
il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile
come le onde dell’oceano profondo
il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario
guarda davanti a se impavido e intransigente
mi vede qui che gli leggo questa roba
e la prende per poesia
perché questo è il nostro patto segreto
e la cosa ci sta bene a tutti e due
come sempre io non ho niente da dirgli
come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo
ma se lo dice tra sè e sè e non a alta voce
non solo perché è cortese volonteroso bendisposto
e in fondo anche cauto ottimista trattabile
ma soprattutto perché ama
ama di un amore profondo sincero irresistibile
di un amore tenace esclusivo lacerante
chi
ama il pubblico della poesia
fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo
ma state al gioco perché siete svegli e simpatici
il pubblico della poesia non ama mica me
questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro
di cui io non sono che uno dei tanti valletti
diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli
il pubblico della poesia ama lei
lei e
solo lei e
sempre lei
lei che è sempre così imprevedibile
lei che è sempre così impraticabile
lei che è sempre così imprendibile
lei che è sempre così implacabile
lei che attraversa sempre col rosso
lei che è contro l’ordine delle cose
lei che è sempre in ritardo
lei che non prende mai niente sul serio
lei che fa chiasso tutta la notte
lei che non rispetta mai niente
lei che litiga spesso e volentieri
lei che è sempre senza soldi
lei che parla quando bisogna tacere
e tace quando bisogna parlare
lei che fa tutto quello che non bisogna fare
e non fa tutto quello che bisogna fare
lei che si trova sempre così simpatica
lei che ama il casino per il casino
lei che si arrampica sugli specchi
lei che adora la fuga in avanti
lei che ha un nome finto
lei che è dolce come una ciambella
e feroce come un labirinto
lei che è la cosa più bella che ci sia
il pubblico della poesia ama lei
chi
bravi lei la poesia
e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla
perché ama la poesia vi chiederete
forse perché la poesia fa bene
cambia il mondo
diverte
salva l’anima
mette in forma
illumina rilassa
apre orizzonti
chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi
se no non sarebbe qua
ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri
se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri
sia dunque lode al pubblico della poesia
lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia
nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri
viviamo grati e benedicenti
lui tace e si alza
un foglio cade giù dal tavolo
lui s’inchina agli applausi
lei raccoglie il foglio e lo legge
SEGRETISSIMO
DA NON RIVELARE
ASSOLUTAMENTE MAI
AL PUBBLICO DELLA POESIA
il pubblico della poesia ama la poesia
perché vuole essere amato vuole essere amato
perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato
del suo profondo amore per se stesso
per sua fortuna il pubblico della poesia
crede solo di ascoltare la poesia
perché se la ascoltasse veramente capirebbe
la disperata impossibilità e inutilità del suo amore
e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera
brucerebbe tutti i libri sulle piazze
si butterebbe in un canale
o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento
CONCLUSIONE
LA POESIA FA MALE
MA PER NOSTRA FORTUNA
NESSUNO CI VORRA’ CREDERE MAI»[2]
In una delle pagine “scure” del libro scrivi che a tredici anni avevi “gusti musicali più che opinabili” ce li vuoi rivelare ora? Che rapporto hai con la musica adesso invece? È entrata o sta entrando nei tuoi spettacoli?
Senza la musica io non sarei un essere umano, sarei un lichene, o una spora. La musica è stata la prima e più forte forma di incantamento e dolore fitto e disvelamento a cui ho preso parte, senza non sarei qui. Amo la musica, l’ho sempre amata ed è parte costante della mia vita da sempre. A tredici anni i gusti erano opinabili perché godevano di quella aderenza priva di fronzoli che la preadolescenza concede, quindi passavano con disinvoltura da Maria Callas ai Modà senza soluzione di continuità, passando da Battisti, Dalla, De Andrè, Daniele, Battiato e Mina a Tiziano Ferro, e da Chopin, Liszt e Rachmaninov al jazz di Brubeck suonato dalla scalcagnata orchestra interscolastica, e potrei continuare ché la cosa mi diverte. Infine, del resto, l’opinabilità di un fatto resta qualcosa di talmente umano che tutte le solidità di cui ci illudiamo crescendo mi sembrano più fragili della stessa. Ritornare alla libertà dei tredici, ché l’aderenza priva di fronzoli mi pare un sollievo antico da tempo.
Grazie Gloria per questa chiacchierata, alla prossima allora, scopriremo se per un altro libro, un disco o uno spettacolo.
[1] “Ai poeti giovani”, Franco Fortini, da Una facile allegoria, 1954.
[2] Piccola lode al pubblico della poesia, Nanni Balestrini.