Alessia Tosi, dottoranda di ricerca in Filologia e letteratura italiana presso l’Università di Friburgo, offre nel panorama degli studi sulla nostra letteratura, un saggio appassionato e innovativo su Guido Piovene. Mancava un lavoro accurato e sistematico che facesse luce su un intellettuale poco studiato e non ancora del tutto compreso. Il libro della studiosa parte dunque da un tentativo di presentare la ricca parabola di vita di Piovene, a partire da un’infanzia difficile a causa dell’assenza delle figure genitoriali “troppo distratte da un’intensa e spensierata vita mondana” (p. 15) ma non per questo compromettente. Il giovane Guido apre ben presto in autonomia gli occhi al mondo dando prova di “uno sguardo sensibile, curioso di paesaggi e volti, e avido di verità” (Ibidem).
Vicenza diviene il centro della sua indagine, una vera e propria “esperienza estetica” che ha precocemente forti ripercussioni su di lui. Come coglie Alessia Tosi, già in Lettere di una novizia (1941), si avverte “la malafede, il bigottismo e la mediocrità” che l’autore “da bambino inizia a respirare nell’ambiente vicentino” corrompendo la sua purezza (p. 17). All’interno di un clima di fascistizzazione, Guido Piovene affida alla scrittura un grido di militanza, come riflette Tosi: “La sua scrittura, infatti, pur adattandosi formalmente ai dettami, rimaneva in superficie, moriva nell’intenzione perché era falsa. Non c’erano fede, appartenenza, ideologia, ma, al contrario, disgusto, malessere e una volontà sempre più debole di continuare a piegarsi di fronte a quelle imposizioni” (p. 22), con la speranza che l’arte di scrivere potesse rappresentare “un cataplasma redentore che mutava il male in un bene” (p. 23). La scrittura giornalistica, muovendosi di pari passo con la letteratura, permette all’autore una continua “ricognizione del mondo”, compiuta grazie alle “creazioni e proiezioni della sua penna, come un corpo unico, nella rivelazione e continua metamorfosi del sé” (p. 29).
Un’acutissima analisi al corpus operistico condotta da Alessia Tosi, permette al lettore di addentrarsi nello stile di Piovene; una penna difficile da incasellare proprio perché – come mutava costantemente il suo sguardo sulle cose – al contempo si modificavano le proiezioni della sua scrittura. L’autrice di questo saggio, con grande sensibilità intellettuale, percepisce il “perfetto equilibrio tra la rassegna fedele degli accadimenti – a partire dalla volontà di descrivere la realtà circostante, senza mai filtri, mezzi termini o preconcetti che potessero influenzarlo -, e l’abbandono al sentimento, alla commozione, alla poesia racchiusa nella descrizione del dolore, della gioia e dell’essenza di qualsiasi forma vitale incrociata durante il cammino” (pp. 37-38). Particolare attenzione viene messa in risalto sull’ambiente circostante che assume per Piovene il centro nevralgico di ogni suo percorso critico, in un’indagine in cui egli non si pone mai a margine; piuttosto si fonde con la materia “tanto da percepirla e descriverla dall’interno, senza più contorni separativi” (p. 38). Dalle pagine di Tosi emerge che Piovene impara a conoscere la realtà descrivendola, come se vivere e scrivere fossero due azioni vitali interscambiabili, “una mescolanza d’anima e d’opera, che contamina, senza filtri e contorni, le parole, le immagini e le emozioni, e che caratterizza tutte le narrative pioveniane” (p. 45). La maturazione dell’autore coincide dunque con una ricerca di verità, dove il punto di vista personale e critico non vuole limitarsi ad una soggettività ma si fa piuttosto portavoce di una collettività e di un tempo comunitario.

Nel secondo capitolo, ancora di più, la studiosa sottolinea quanto fosse stretto il legame dell’autore con la città, il cambiare mentre anche Vicenza cambia: “Una città multiforme, sempre di diverso colore e mai identica a se stessa, nel cuore e nella memoria” (p. 53). Spesso la percezione salvifica di un territorio si scontra con un profondo disgusto; si pensi all’ambiente milanese in cui Piovene si ritrova e che descrive come “una dimensione spaziale all’interno della quale è necessario mentire per vivere dignitosamente e senza problemi, dunque, la menzogna – basti ricordarsi della malafede e dell’egoismo – appartiene a quell’istante di sentimenti che si riconoscono in ogni tassello delle realtà cittadine” (p. 56). Scrivere risulta, pertanto, ancora una volta, “la fase del coraggio” (p. 57) dove può tratteggiare “i paesaggi che lo vedono camminare, conoscere e conoscersi” (p. 61).
E così, nel suo “camminare perpetuo”, come recita il titolo del terzo capitolo, si costruisce metaforicamente il viaggio operistico di Piovene. Scrive infatti l’autrice che “ogni creazione rappresenta una proiezione di una determinata fase della vita e di metamorfosi dello stato d’animo dell’autore, con numerosi motivi ricorrenti. Uno di questi è senza dubbio il movimento che coinvolge il rapporto tra i personaggi, i paesaggi e la progressione, in senso figurato, nel mutamento della loro condizione esistenziale, in perenne divenire” (p. 65).
La ricerca di Alessia Tosi, non mancando di scavare nell’animo dell’autore, al di là delle soglie testuali, fa emergere il magma di una scrittura che esiste in virtù di una “forma esistenziale” per non disperdere niente e, anzi, “avanzando in direzione di un’ipotetica forma di salvezza, per evitare di evaporare e di svanire nel nulla” (p. 66). Proprio per questo, in senso figurato, camminare, mutare sono due verbi che ne implicano un terzo: svelare. Piovene, attraverso la parola, trova il coraggio di specchiarsi nella porta più intima di sé, attraversando nuovi angoli e percependo così sensazioni diverse che lo avrebbero salvato da ogni falsità, promiscuità e sofferenza.
A partire dal suggestivo titolo che apre il quarto capitolo, “Coaguli del mio sangue”, Alessia Tosi compie un’operazione cruciale; comprende le sottili ramificazioni che legano Piovene ai sui personaggi, “persone vere” che abbracciano tutte le emozioni e il vissuto dell’autore; “si affacciano tra le pagine e, riga dopo riga, continuano a rifiutare di mascherarsi e di ingannare il lettore; lo inducono a inseguirle, in un saliscendi tra differenti piani sovrapposti della realtà, nel racconto del vissuto, e della creazione romanzesca” (p. 73). Ogni narrazione è dunque un cilindro di cristallo in cui si riflettono “proiezioni, tratti caratteriali, profondi stati d’animo, metamorfosi e pensieri intimi, ma anche ricordi, gioie, dolori, e caratteristiche di persone centrali nel passato di Guido Piovene” (p. 74). In tal senso c’è la straordinaria unicità di questo autore, il quale – come riporta Tosi – afferma:
“Oggi più che mai mi sembra necessario sforzarsi di condurre in porto il nostro essere intero, e anche in questo consiste il coraggio intellettuale, mentre il sacrificio in parte è sempre un atto di viltà” (p. 76)
Nell’ultimo capitolo, l’itinerario di Piovene in Italia, condotto dallo sguardo di Tosi in maniera analitica e minuziosa, permette al lettore di costruire un’immagine unitaria e originale dell’autore fatta però di frammenti inscindibili che racchiudono pezzetti di infiniti luoghi. Il moto sotterraneo che avviene nella mente di Piovene è una durata fatta di cambiamenti esteriori e la sua ricca produzione artistica non può dunque che essere un atto di “libertà e gioia ritrovata del vivere” (p. 86). La materia multiforme scava delicatamente nell’io, non lo intacca ma lo preserva.
Mi sembra che la ricerca di Piovene, per un fortunato rovescio di tempi e del destino, non sia così diversa da quella di Alessia Tosi dove la tensione verso una magmatica scrittura tesa alla speranza, la continua necessità di movimento di disposizione d’animo e di luoghi, si configurano come un atto estremo d’amore di attaccamento all’arte. Di gratitudine alla vita.