Nel suo nuovo libro di memorie, Il pane degli angeli, Patti Smith racconta un aneddoto a proposito dell’uscita di Horses, il disco che quest’anno compie mezzo secolo. Horses sarebbe dovuto uscire il 20 ottobre, giorno del compleanno del poeta Arthur Rimbaud; a causa di una crisi di petrolio che colpì la produzione di vinili, la stampa dell’album fu però rimandata. Il caso, racconta Patti Smith, decise da solo che il disco sarebbe uscito un 10 novembre, giorno della morte di Rimbaud; il caso ha voluto a suo modo legare le sorti di Patti e Arthur, spiriti fraterni sulle vie di Radio Ethiopia. Nel libro, tradotto da Tiziana Lo Porto, il nome di Rimbaud è una costante che torna, perché sin dalla prima lettura delle Illuminazioni, Patti Smith si è sentita “toccata” da una specie di invisibile divinità che la condurrà a Dylan, alla poesia, al rock’n’roll.

Horses è il disco di esordio di Patti Smith: la sua maniera di irrompere e spezzare catene. In copertina l’iconica fotografia scattata da Robert Mapplethorpe, bianco e nero mai stinto. C’è tutto in Horses: poesia, rock, punk, voce, cuore e tempesta. Il primo pezzo, Gloria, è una bordata scagliata contro ogni forma di compromesso; la prima frase che ascoltiamo è: Jesus died for somebody’s sins, but not mine; la voce sale e scende seguendo chitarra e batteria; Smith canta: People said, “Beware”, but I don’t care; e quando si libera nel ritmo sincopato di G-L-O-R-I-A è pura esplosione punk-rock, la nascita della nuova ondata sonora newyorkese coi suoi palchi e le sue notti bianche. Ancora oggi ascoltare Horses è perdersi in un mondo e tra i suoi sotterranei.
Patti Smith ha una presenza scenica fuori dal comune. Sul palco riesce a creare una originale commistione tra poesia beat, fantasmi rimbaudiani, il rock dei Doors, di Dylan, e la sua propria natura di poetessa – sacerdotessa – cantante che si vive addosso la musica e le parole. Lenny Kaye è il fidato Sancho Panza che si arma di chitarra e la accompagna in battaglia contro i mulini della società organizzata. In Break It Up la chitarra di Tom Verlaine ascende tra fiamme e cielo, e si insinua tra i vocalizzi di Patti Smith – intensa e catartica. Land è stregata, unica, un grande mosaico alla Rauschenberg: Patti Smith combina versi in tre movimenti, echi e frammenti schizoidi si rincorrono fino alla compulsiva Mer(De) finale.
Horses è un incantesimo sonoro. Di qui, cinquant’anni dopo, ascoltiamo il disco come il materiale grezzo e rivoluzionario che è stato. Elegie è il suo antico commiato – a Jimi Hendrix e noi tutti. Dalla copertina Patricia Smith ci guarda e sussurra: sono ancora qui a cantare, e lo farò con la stessa sincera gioventù finché ne avrò forza e speranza.