Come ci si sente dopo il concerto di una band che hai amato e che pensavi di non vedere più? Nell’ultimo libro che ho letto (Il Mago di John Fowles) c’è un passaggio che dice “veniamo dalla notte, andiamo verso la notte perché vivere anche nella notte?” E credo che la musica sia questo: smettere almeno per un paio d’ore di vivere nella notte. Anche se un concerto è fatto per lo più di buio quello che realmente conta durante un live come quello di Niccolò Contessa e soci sono le zone d’ombra che vengono illuminate fugacemente.
Nascosti in piena vista, per parafrasare una cometa della discografia de I cani, siamo esattamente così. Ora che i pariolini di diciott’anni sono al governo e decidono delle nostre vite poco fotogeniche. Il tour di post mortem è stato un continuo ripetersi di una magia che pensavamo persa per sempre, abbiamo annusato nuovamente quell’euforia che si percepiva poco più di un decennio fa nelle nostre camerette o nei club scalcagnati dove, senza saperlo, stavamo vivendo una piccola ma importante pagina di storia della musica di questo paese. Si, perché è ormai un fatto incontrovertibile che i Cani, Contessa e il suo modo di scrivere, hanno cambiato il volto della generazione di artisti indie degli anni dieci.

Uno dei concerti che ho visto, in una vita passata, de I cani era all’Atlantico di Roma, data zero del tour di Aurora, in apertura un ragazzo che con la sua chitarra cantava le canzoni del suo album appena uscito dal titolo Mainstream. Ecco cosa intendo quando senza essere preparati ci si trova a vivere piccoli grandi momenti di svolta nella musica di un paese. Forse una dozzina d’anni sono pochi per storicizzare un fenomeno, ma in un’epoca di mordi e fuggi al sapore dello streaming quello che è successo dal “sorprendente album d’esordio de i cani” in poi, fino ad arrivare a post mortem, è stato senz’altro un momento di svolta. La potenza dei primi tre album, seguiti dal quarto disco uscito quasi a furor di popolo della rete, invocato e desiderato da schiere di hipster fuori tempo e individui seppelliti sotto le proprie velleità fallite che ritrovano il loro posto nel mondo, seppur il più freddo dei posti possibili, almeno per il tempo di un concerto.
Così l’ultima data del tour, a Napoli, è sembrata una piccola festa, la festa della crew di Contessa e della 42 Records, la festa di almeno un paio di generazioni cresciute troppo male o troppo bene ascoltando le tante canzoni che con un tono caustico e disincantato raccontavano una generazione che abbandonava la propria dimensione analogica e si tuffava in quella digitale aspirando ad essere motore di quel cambiamento. Il cambiamento c’è stato è non si è dimostrato quello che ci aspettavamo, ora che l’intelligenza artificiale ci sta viziando per poi lasciarci alla mercé di altri abbonamenti come è stato per lo streaming musicale. In tempi come quelli che viviamo forse allora il vero valore sta nell’assenza.

Questo Niccolò Contessa lo ha capito molto tempo fa, se pensiamo che nonostante sia un fenomeno di culto per la rete non ha nemmeno una pagina ufficiale né su Facebook né su instagram. Torna sul palco, dal vero, in una forma smagliante. Dalla voce alla presenza sul palco, dagli arrangiamenti ai pezzi del nuovo disco che dal vivo guadagnano mille punti. Post mortem sembra definire questa società di individui morti senza saperlo. Siamo oltre la verità, siamo oltre la vita che credevamo di volere. L’universo delle canzoni de i Cani ci fotografa senza cellulare e senza pellicola, è come una radiografia su cuori che credono di battere solo se collegati a prese usb.
Possiamo amare anche senza un Mac e un Iphone, possiamo stare bene anche nelle nostre case lontani dall’iper-connessione, come ad esempio sotto un palco a cantare a squarciagola Lexotan o Il posto più freddo. In una società in cui Lucio Corsi ha preso il posto di Vasco Brondi anche noi dobbiamo fare i conti con quello che non abbiamo fatto. Ci siamo affannati cercando di raggiungere obiettivi che non ci hanno appagato, attorno il mondo è stato preso da quelli che vivevano tutto col cinismo dei cuori leggeri. E forse alla fine del concerto de i Cani si pensa che a una serata così ci si va per una ragione molto semplice: per risentire addosso quella poco fotogenica felicità, una sensazione che ristagna tra il cuore e lo stomaco dove finiscono i rimpianti e i desideri, le velletià e l’ostinazione di pensare a un modo di stare al mondo diverso, per dimenticarsi di non essere all’altezza dei momenti belli e per ricordare i motivi che ci fanno sfangare i giorni storti.